43 anni, e dovevo incontrarmi con le Istituzioni.
“Si rivolga alle Istituzioni” aveva detto.
“Le Istituzioni competenti” aveva aggiunto.
L’aria frizzava dei primi di marzo, ma chi erano le Istituzioni? Non avevo osato chiederlo.
Donne grasse e molli, probabilmente. Sedute su sedie bianche, con la vernice macchiata di vecchio, sopra cuscini sfilacciati sotto polpacci rugosi, probabilmente. E quante erano queste Istituzioni? Dovevo proprio vederle tutte? Farmi esaminare da ognuna di loro? girarmi, spogliarmi magari? “Competenti” aveva aggiunto. Ma che gli competeva a loro di una come me, licenziata a 41 anni, con un figlio di 6, “E’ sposata?” “No, io… niente da dichiarare” E che vergogna stare lì allo sportello del comune, con la fila dietro impaziente, e le scarpe blu di tela che sono tre giorni che volevo rammendarle, troppo tardi. La signora coi capelli color bigodino mi guardava fissa, e non ero in grado di ricambiare. “Lo sa che io facevo surf?” volevo dirle. “Lo sa che io ero bella e lucida di olio, quando facevo surf?” Volevo dirlo, ma dalla spiaggia mi guardavano tutti, e avevano tutti i bigodini, e sussuravano zitta, vergogna, non hai più l’età. Volevo dire che ero stata giovane, bella e piena di vento, che delle Istituzioni non m’importava nulla, ma a 43 anni, disoccupata da due, con un figlio di sei, quello che conta non è ciò che sei stata, ma la borsa che indossi. Nero fumo la mia, simil pelle. Poi un pianoforte aveva suonato nella mia testa, mentre mi allontanavo, e aveva
i tasti lucidi di osso, osso di balena. I bigodini spiavano i miei moduli, quelli da compilare.
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Altro che grasse e molli e donne! Questo è uomo, ed è secco, con le gambe da rampicante. E’ il mio primo incontro con un’Istituzione.
“Ma lei è competente?” gli chiedo.
Lui si arriccia i baffi, poi mi accorgo che non li porta. Guarda fisso un punto poco più a destra della mia bocca. Cerco di visualizzarlo, forse c’è un brufoletto, nei non ne ho, da quel lato.
“Come posso aiutarla?” mi dice.
Aiutarla, come stride questa parola. Io non voglio aiuto, voglio il giusto. Per il resto ce la faccio da me.
“Sono senza lavoro da due anni, ho un bimbo di 6”
“Sei anni?”
Ma che anni. Pollici! Ho un bimbo di sei pollici con gli occhi piccoli, soprattutto quando toglie gli occhiali, non ci vede bene e li strizza.
“Sì, sei anni. Si chiama Marcus, come il modello, ma quando l’abbiamo… l’ho chiamato, il modello non c’era ancora”
“Bene. E lei, anni?”
“43”
Lo dico a voce bassa, quasi solenne. Lui rimane imperturbabile, mentre vorrei che si stupisse. Penso che allora li dimostro, 43, penso che vorrei averne 20 e stare in spiaggia con occhiali scuri e grossi di tartaruga. Senza le mie prime e seconde e terze rughe. Quando credevo che un po’ di occhiaie mi donassero. Ora pesano sotto gli occhi, i miei e quelli di chi mi guarda poco a destra della bocca.
“Occupazione precedente?”
“Lavoravo in un’azienda nel settore commercio. Livello quadro.”
Non è vero, dico il falso. Ma l’Istituzione è rimasta sorpresa, finalmente mi ha guardato negli occhi, che sono scuri di pece nera e piccoli anche se non li strizzo.
Tira fuori delle carte, legge, scribacchia, digita malamente sulla tastiera cordless ergonomica.
Io mi allontano, prima che finisca, e sento ancora quel pianoforte nella testa, quello con l’osso di balena: questa volta c’è Ludovico Einaudi che suona sulla spiaggia, mi guarda attraverso la tartaruga e alla fine dice “Suona tu.”
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Suono io. Prendo il mio bimbo, Marcus, e lo stringo forte. A lui non va, dice “Mami smettila!” un po’ piagnucola. “Mettiti la felpa, usciamo”. Con la macchina lo porto alla spiaggia. Ci vogliono otto ore. Quando faccio benzina, lui dorme sul sedile di dietro, steso. Ha una bolla che penzola dal naso, gli occhiali li ha dati a me, se no li rompe. Ti somiglia, anche se suona come un luogo comune. Tu, sei un luogo comune. Arrivo alla spiaggia, lui dorme ancora, accosto e guardo in fondo alle onde, mi entra la sabbia nelle scarpe. I tasti fatti con l’osso di balena non sono ancora arrivati. Mi rannicchio su una roccia, tengo d’occhio la macchina. Passa un’ora, due ore, tre. Alla quarta Marcus si sveglia e mi viene accanto. Dice “Mamma, la senti la musica?” Sì io la sento, forte, la riconosco, è lui, il pianoforte di quando andavo via coi moduli del comune, e poi di quando scappavo dalla mia prima Istituzione. Rido, voglio alzarmi e cercare la balena, ma d’improvviso arriva qualcuno, ed è il mio secondo incontro, la mia seconda Istituzione.
Ha la faccia larga e un cappello insolito. Non saprei dire questa volta, se si tratta di un uomo o di una donna. E’ molto buio intorno, e mi punta addosso una torcia. Non parla. Pare mi stia studiando. Marcus si stringe e io divento muta. Mi porge una mano, questa seconda Istituzione, io mi ci affido e lascio andare gli occhi e l’orgoglio verso il basso. “Non suona più” dice Marcus.
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Oggi lavoro in un’Istituzione. Non sono grassa e a volte mi sento competente. Metto timbri, sistemo carte, stampo, siglo, qualche volta dico “Sportello numero 4, prego”. Ma soprattutto vedo loro, quegli altri, che si rivolgono a noi. “E come hanno i capelli, mamma?” mi ha chiesto Marcus una sera. “Di tutti i colori” gli ho detto “soprattutto marroni” “Anche blu?” ha chiesto Marcus. E mentre lui domandava, io pensavo alla donna vestita di chiaro che era venuta quella mattina. Non c’era fila al mio sportello, così era venuta da me. Aveva il viso stanco, le occhiaie profonde e una borsa scura, stretta al fianco con imbarazzo.
“Come posso aiutarla?” mi era uscito.
“Lei non sente una musica?” aveva chiesto.
“Sì” avevo detto. E non sentivo niente.