I primi ad accennare all’esistenza di una centrale
eversiva a Parigi furono, nel 1974, Giulio Andreotti e Guido Giannettini […]
Andreotti parlò di Parigi nel famoso articolo in cui affermava che coprire
l’agente Giannettini “fu uno sbaglio grave” e Giannettini parlò diffusamente di
questa centrale parigina in un memoriale che scrisse durante il volo verso
l’Italia quando, anche in seguito all’intervista di Andreotti, decise di
costituirsi all’ambasciata italiana a Buenos Aires. Nell’intervista Andreotti,
rispondendo a una domanda del giornalista, disse: “Sono ancora convinto che una
centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per
finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala
anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo
rivoluzionario”. La polemica su Giannettini divenne rovente e il giornalista,
che viveva a Buenos Aires, l’11 agosto 1974 si costituì all’ambasciata italiana
di quella città. Nel volo verso Roma riempì quaranta pagine manoscritte nelle
quali affermò, tra l’altro, che nei primi mesi del 1973 sarebbe stata
costituita a Parigi una centrale terroristica di estrema sinistra controllata
dai servizi segreti israeliani. Il suo nome in codice, secondo Giannettini,
sarebbe stato Think-Tank. La prima vittima del Think-Tank sarebbe stata Luis
Carrero Blanco, presidente del Consiglio spagnolo.
Secondo Giannettini, gli
atti di terrorismo organizzati da questa centrale – che avrebbe avuto
connotazioni esteriori di sinistra – avrebbero risposto all’esigenza del Mossad
e del governo israeliano di impedire che nei vari paesi prevalessero tendenze
filoarabe e antiisraeliane. Strumenti del Mossad all’estero, secondo
Giannettini, sarebbero stati i partiti socialisti e le formazioni
rivoluzionarie della sinistra extraparlamentare […] Nella stessa estate del
1974 il giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio acquisì anche una
lettera-memorandum che Giannettini aveva indirizzato – egli afferma fin dal
marzo 1973 – al generale Gian Adelio Maletti, all’epoca capo del reparto D del
SID, nella quale elencava alcune fra le ricerche operative che egli avrebbe
compiuto negli anni precedenti per conto del SID […] Nel memorandum si legge
tra l’altro: “Estate 1967, sui retroscena degli interventi della CIA per le
aperture a sinistra in Europa […] 1968, sulle centrali americana e britannica
della internazionale della contestazione […] Inizio 1969, sui movimenti della
sinistra extraparlamentare in Italia e sui suoi collegamenti internazionali […]
1973, su centrale clandestina di estrema sinistra operante sul vertice
dell’Esercito italiano, in contatto con i servizi speciali di Brandt […] 1973,
sull’internazionale della contestazione europea, suoi collegamenti e sue
attività”. È il caso di ricordare che Mino Pecorelli nel 1977 pubblicò stralci di
un documento attribuito allo SDECE, il servizio segreto francese, nel quale si
sostiene la stessa tesi di Giannettini. Scriveva Pecorelli: “Nel 1973 a
Bruxelles, dietro gli organismi ufficiali della Quarta Internazionale, è sorta
una centrale rivoluzionaria mondiale che i servizi politico-militari
occidentali hanno indicato con la sigla TT [Think-Tank]. In quella struttura
operano congiuntamente trotzkisti filoamericani e israeliani del Mossad,
l’agguerritissimo servizio segreto di Tel Aviv, al fine di impedire che in seno
a movimenti extraparlamentari europei possa prevalere la componente
filo-araba”. Le affermazioni di Giannettini e Pecorelli non hanno avuto
conferme in atti giudiziari e pertanto possono solo essere registrate con il
beneficio d’inventario, ma sulla basse delle successive dichiarazioni di
brigatisti che hanno collaborato con la magistratura, sembrano emergere tre tentativi
del Mossad di stabilire contatti con le Brigate Rosse, di cui i primi due
furono sicuramente respinti. È peraltro da rilevare che anche sequestri di
uomini politici o di industriali avvenuti in Sud America e attribuiti a gruppi
di estrema sinistra presentano alti tassi di ambiguità.
Scrive a questo
proposito Saverio Tutino: “Anche in Argentina la P2 aveva consolidato le
proprie posizioni nell’ultima fase della presidenza Peron e – in seguito –
della vedova Isabelita. Il terrorismo, partendo da meccanismi analoghi a quelli
messi in funzione in Italia, fu manipolato o semplicemente favorito per creare
le condizioni per l’assalto al potere da parte dei militari. In Italia sembra,
invece, che si sia cercato di favorire un analogo processo per rafforzare certi
settori politici, dove la P2 si rivelerà particolarmente poderosa. È parso ad
alcuni che il terrorismo venisse utilizzato, anche a sua insaputa, per
mantenere instabile la situazione politica, o meglio per stabilizzarne
l’incertezza, la permeabilità alle azioni occulte, in una parola il disordine
che favoriva le incursioni della finanza nuova, d’arrembaggio. I Sindona, i
Calvi, gli Ortolani persero la battaglia, tanto in Italia quanto in Argentina,
nonostante gli appoggi di una parte dei servizi anche di grandi potenze. E
insieme con loro, nel giro di meno di dieci anni, la persero anche i “partiti
armati” che erano sorti come su copia carbone in punti nevralgici della linea
internazionale della P2”. Giorgio Galli fa propria la valutazione di Tutino e parla
di un “confronto tra la sorte del presidente della DC Moro e quella dell’ex
presidente argentino Aramburu, come lui sostenitore di una apertura alla
sinistra, che si disse rapito dai Montoneros ma che secondo una testimonianza
sarebbe morto in un ospedale gestito dai servizi argentini”. Vincenzo
Vinciguerra, in un documento acquisito al processo di primo grado per
l’attentato di Peteano, aggiunge interessanti tasselli: “Potrei ricordare tutti
gli interventi compiuti dagli Stati Uniti in paesi latino-americani ed europei
utilizzando metodi destabilizzanti dell’ordine pubblico al fine, sempre
puntualmente conseguito, di ristabilire legge e ordine, ma non vorrei ripetere,
moltiplicando gli esempi, quanto ho già detto sull’Argentina e sui Montoneros,
i cui capi lavoravano per la giunta militare, mentre i loro militanti compivano
attentati con le pastiglie di cianuro in bocca per evitare di cadere vivi, in
caso di insuccesso, nelle mani della giunta […] David Graiver, banchiere di
successo, fra le sue molteplici attività svolgeva anche quella di riciclatore
del denaro che i Montoneros si procuravano con i sequestri di persone […]
Graiver era un nome potente e dalle potenti amicizie, in Argentina, in Israele,
negli Stati Uniti e anche in Europa, così che quando, a seguito del crollo
finanziario, venne individuato come finanziatore dei Montoneros e si diede alla
latitanza, la stampa argentina lo indicò solo come truffatore, fuggito per aver
fatto bancarotta con i soldi dei suoi clienti. Si tacque anche sull’arresto di
Jacobo Timmerman, israelita, direttore del quotidiano L’Opinion, anch’egli
implicato nelle operazioni dei sequestri di persone compiuti dai Montoneros […]
Non è un caso che l’azione montonera in Argentina giustificò il colpo di stato
del 24 marzo 1976 e lo sciopero dei camionisti cileni, finanziati dalla CIA,
abbia giustificato il colpo di stato dell’11 settembre 1973 ai danni di
Salvador Allende” […] Con questo non si vuole certo affermare che i vari
movimenti terroristici di sinistra siano prodotti artificiali, sorti per
iniziativa dei servizi segreti statunitensi. L’esplosione dei movimenti
studenteschi del Sessantotto in diversi paesi europei e negli Stati Uniti fu
certamente prodotto di un’insofferenza giovanile verso governi ed élite
politiche e accademiche ormai inadeguate a dare risposte alle esigenze che
emergevano prepotentemente della società in evoluzione. Ma è da considerare
molto probabile che le strutture di sicurezza di vari paesi, in contatto tra
loro, abbiano ritenuto di prendere contromisure preventive […] Esaminiamo i
documenti concernenti il convegno di Chiavari promosso nel novembre 1969 dal
Collettivo Politico Metropolitano, che l’anno seguente avrebbe dato luogo alla
fondazione delle Brigate Rosse. Su quella riunione il generale Dalla Chiesa
consegnò alla Commissione Moro un dossier di oltre cento pagine, che fornisce
interessanti informazioni anche sui successivi sviluppi dell’attività eversiva.
Il convegno si svolse dal 1 al 4 novembre 1969 presso l’albergo Stella Maris di
Chiavari, gestito dalla curia arcivescovile di Genova. L’apparente stranezza
del fatto che un gruppo estremista, anche se non ancora terrorista, tenga il
suo convegno fondativi in un albergo di proprietà della curia potrebbe avere
una spiegazione nel fatto che a Genova vi è sempre stato un vivace movimento di
cattolici del dissenso, in opposizione alla linea conservatrice della curia,
guidata dal cardinale Siri. Nel suo rapporto il generale Dalla Chiesa cita i
nomi di molti partecipanti. Purtroppo questi nominativi sono tratti dagli
elenchi di coloro che pernottarono nell’albergo. Lo stesso generale rileva con
rammarico che non furono annotati i nomi dei convegnisti liguri che a sera
rientravano nelle proprie abitazioni. Aggiunge il generale: “In ciò deve forse
ricercarsi uno dei motivi della relativa impermeabilità della colonna genovese
delle BR”. Il documento evidenzia con chiarezza la partecipazione al convegno
di tutti coloro che successivamente uscirono dalle BR e si trasferirono a
Parigi, dove fondarono la ben nota scuola di lingue Hyperion, definita in un
documento della questura di Roma “uno dei più importanti uffici di
rappresentanza della CIA in Europa”. Tra essi ricordiamo: Corrado Simioni,
Giovanni Mulinaris, Innocente Salvoni, Franco Troiano e Françoise Marie
Tuscher, moglie di Salvoni. Vi era anche Mario Moretti, molto vicino al gruppo,
che infatti si allontanò dalle BR, ma poi vi rientrò per assumere, dopo il
1974, un ruolo di rilievo. La figura di maggior spessore culturale era
certamente Corrado Simioni. Egli ebbe un ruolo di un certo rilievo nella
federazione giovanile del PSI all’epoca in cui vi militava anche Bettino Craxi
[…] Dopo il convegno, nell’estate del 1970 fu stampato e diffuso il numero zero
del periodico Sinistra Proletaria, nel quale figuravano, tra i redattori e i
collaboratori, Renato Curcio e Duccio Berio. Dunque a quella data il gruppo che
faceva capo a Simioni era ancora all’interno delle nascenti Brigate Rosse. Ma
Simioni già assumeva iniziative autonome. Aveva organizzato una specie di
servizio d’ordine con il compito di eseguire azioni durante le manifestazioni:
i gruppi di compagni si staccavano dal corteo, colpivano determinati obiettivi
e poi rientravano mimetizzandosi in mezzo agli altri. La funzione di questo
gruppo era quella di alzare il livello dello scontro. È la tecnica che verrà
poi fatta propria da Autonomia Operaia nei cortei del 1977 […] Nel 1970
Simioni, Berio, Mulinaris e altri lasciarono il collettivo. La giustificazione
formale era un dissenso sulle forme di lotta, sul passaggio alla clandestinità.
Franceschini colloca la scissione tra ottobre e novembre del 1970 e la fa
scaturire da una iniziativa di rottura da parte di Curcio e dello stesso
Franceschini. Anni dopo quest’ultimo avrebbe ricordato la posizione del gruppo:
a suo avviso “occorreva preparare una struttura segreta, infiltrata in tutti i
gruppi dell’estrema sinistra, per il grande giorno che, data la scarsa maturità
delle masse, non sarebbe arrivato prima della metà degli anni Settanta.
Vagheggiavano una clandestinità assoluta, totale, niente sigle né
rivendicazioni”. Mario Moretti fu per breve tempo con loro, poi tornò a
ricongiungersi con Curcio e Franceschini nel marzo-aprile del 1971. Non è
avventato pensare che Simioni abbia ritenuto più utile che Moretti rientrasse
nelle BR. Ricorda Franceschini: “Se dovessi datare l’inizio dell’escalation
della violenza brigatista, direi che coincide proprio con l’arrivo di Moretti.
Lui ci spinge continuamente ad alzare il tiro. Con lui, compiamo il salto di
qualità organizzando il nostro primo sequestro di persona, quello di Idalgo
Macchiarini, dirigente Sit-Siemens. È lui a proporre di attuare un sequestro, è
lui sostanzialmente che ci indica l’obiettivo ed è lui ad organizzare il tutto.
L’operazione Macchiarini sancisce sino in fondo l’ingresso di Moretti nel
gruppo dirigente delle BR” […] Del Superclan l’opinione pubblica ignorò persino
l’esistenza fino al 1979, quando il giudice Calogero tentò di indagare sulla
scuola parigina Hyperion. Ancora oggi non sappiamo cosa abbiano fatto Simioni e
i suoi amici tra il 1971 e il 1974, anno nel quale si sarebbero tutti
trasferiti a Parigi per aprire una nuova fase della loro attività [...] A
quella data gran parte del gruppo si trasferisce a Parigi. Qui,
improvvisamente, tutti si scoprono amanti del teatro e delle lingue straniere;
infatti fondano una scuola di lingue che si chiama dapprima Agorà e poi
Hyperion. Ufficialmente, la fondatrice è Giulia Archer, convivente di Corrado
Simioni. In realtà i promotori dell’iniziativa sono lo stesso Simioni,
Mulinaris, Berio, Salvoni e la moglie di quest’ultimo, Françoise Tuscher. Scopo
ufficiale dell’istituto è quello di favorire la diffusione della cultura
attraverso lo studio delle lingue. Hyperion, inoltre, organizza convegni, viaggi,
rappresentazioni teatrali e corsi di recitazione. Tutta queste attività apparve
solo come un’attraente facciata al giudice Pietro Calogero che alla fine del
1978, mentre indagava sull’Autonomia organizzata di Padova, chiese alla
questura di Roma di prendere contatti con la polizia francese per svolgere
un’indagine riservata sul gruppo. Ma il 24 aprile 1979 il Corriere della Sera
pubblicò un ampio e dettagliato articolo dal titolo “Secondo i servizi segreti
era a Parigi il quartier generale delle Brigate Rosse”. La sera stessa, durante
la trasmissione Notturno dall’Italia della RAI, la notizia veniva ripresa, si
parlava di collegamenti anche in altre città europee e, contestualmente, si
faceva il nome di Toni Negri, oltre a quelli di Simioni, Mulinaris e Berio […]
La fuga di notizie nel giro di pochi giorni provocò l’interruzione delle
indagini; la polizia francese infatti comunicò ai funzionari romani che
l’inopportuna fuga di notizie li poneva in forte imbarazzo, per cui
interrompevano ogni collaborazione. Poiché ogni organo di polizia non può
compiere indagini all’estero se non tramite l’Interpol o in collaborazione con
la polizia locale, anche gli uomini della questura di Roma si videro costretti
a sospendere ogni attività […]
La vicenda Hyperion sembrò concludersi nel
peggiore dei modi, con indagini strangolate e una campagna innocentista che
coinvolse non solo una parte cospicua della sinistra francese e settori della
sinistra italiana, ma fu caratterizzata anche dall’intervento pesante dell’abbé
Pierre, fondatore del movimento Emmaus e animatore di molte iniziative in
favore di poveri e diseredati. Dopo una carriera prestigiosa nelle file della
Resistenza, si era candidato alle elezioni per l’Assemblea costituente ed era
stato eletto come indipendente nelle liste del Mouvement républicain populaire
del generale de Gaulle. Nel corso del suo mandato era però entrato in contrasto
con i parlamentari dell’MRP ed era passato al gruppo della sinistra
indipendente. Nelle elezioni del 1951 non fu rieletto e si dedicò ad attività
di aiuto e sostegno dei poveri e di coloro che erano privi di alloggio. Nel
1954 fondò l’organizzazione Compagnons d’Emmaus, un insieme di comunità
presenti in trentacinque paesi. Forte del suo prestigio lo spese tutto per
sostenere l’innocenza degli uomini dell’Hyperion. È un dato di fatto
giudiziariamente accertato che la fotografia di Innocente Salvoni, comparsa
durante il sequestro Moro in un elenco di venti terroristi sospettati di aver
partecipato al sequestro, fu poi tolta dall’elenco dopo una visita dell’abbé
Pierre a Roma presso la sede della Democrazia Cristiana […] Innocente Salvoni è
coniugato con Françoise Marie Tuscher, cittadina svizzera figlia della sorella
dell’abate. I due coniugi furono indicati fin dal 1972 quali maggiori animatori
del gruppo di estrema sinistra Superclan, organizzazione di Milano che in quel
periodo era composto da elementi provenienti da vari movimenti
extraparlamentari e, in modo più specifico, dalle Brigate Rosse. Ma su
Innocente Salvoni pendevano ben più corposi sospetti: due testimoni che si
trovavano casualmente a passare in via Fani quando Aldo Moro fu rapito e la sua
scorta sterminata riconobbero Salvoni come una delle due persone che avevano
accompagnato a un bar Franco Bonisoli che, per l’emozione del momento, si era
sentito male. In realtà, proprio nel periodo del sequestro Moro, l’Hyperion
aprì tre sedi di rappresentanza in Italia: due a Roma (una in via Nicotera 26,
in un palazzo che ospitava anche sedi di copertura del SISMI e in viale
Angelico 38, dove prese alloggio Corrado Simioni) e una a Milano, in via Albani
33 […] Sulla vicenda Hyperion, dopo l’improvvida fuga di notizie dell’aprile
1979, sembrava caduto il silenzio, ma fin dal 1981, dapprima in conversazioni
con il generale Dalla Chiesa e poi in verbali d’interrogatorio dinanzi a
magistrati di tutta Italia, vari aderenti alle BR che avevano scelto di
collaborare con la magistratura rivelarono molti particolari inediti sul
possibile ruolo eversivo degli uomini che gravitavano intorno alla scuola di
lingue. Michele Galati e Antonio Savasta citarono Corrado Simioni, Duccio Berio
e Vanni Mulinaris come le persone che insieme a Mario Moretti avevano gestito i
rapporti internazionali e i canali riservati utili per l’acquisizione di armi
da paesi esteri […] Le dichiarazioni di Galati, di Savasta e di altri
collaboratori di giustizia portarono, il 2 febbraio 1982, all’arresto di
Mulinaris. L’abbé Pierre tornò a Roma ed ebbe molti altri incontri ad alto
livello. Furono aperte due inchieste, ma alla fine tutti gli imputati furono
prosciolti […] Tutte le persone citate devono dunque essere considerate
innocenti. Ma è indubbio che la vicenda ha conservato ampi margini di
ambiguità: le testimonianze dei brigatisti italiani erano precise e
concordanti. C’è inoltre da ricordare che i contatti con il gruppo parigino
furono sempre mantenuti solo al massimo livello: Mario Moretti per molti anni
e, dopo il suo arresto, Giovanni Senzani. Chi e perché ha protetto per un
ventennio e oltre gli esponenti di Autonomia a Parigi? Chi ha avuto interesse
che per decenni esistesse una scuola di lingue dietro il cui paravento
operavano uomini che hanno gestito il traffico d’armi a favore delle Brigate
Rosse? Su questo punto sono molto precise le dichiarazioni di Mauro Del Prete,
già convivente in Italia di Rita Cauli, poi entrata a far parte dell’Hyperion.
Del Prete, anche a seguito dei colloqui con la compagna del brigatista
Marongiu, rivela che “attraverso il Partito Socialista Francese, anche i
latitanti inquisiti in Italia per fatti di banda armata e altro, fruirono di
permessi di soggiorno: i fuoriusciti erano assistiti in Francia da una
struttura o rete costituita anche da Antonio Bellavita, sin dall’atto in cui il
predetto riparò a Parigi”. Giovanni Codini, che ha fatto parte del gruppo
dell’Hyperion, interrogato dal giudice Mastelloni, ha dichiarato a sua volta:
“L’Hyperion contava su amicizie politiche del tipo di quelle riferentesi a
Chaban-Delmas, gollista, mediate dall’Abbé Pierre”.
Uno dei magistrati che ha
analizzato più a fondo il nodo politico-strategico che si cela dietro la scuola
di lingue è Rosario Priore. Gli abbiamo chiesto una valutazione: “L’Hyperion,
un tempo Agorà, oggi Kiron – e la scelta dei nomi già ne indicherebbe a
sufficienza l’essenza e le finalità – è il luogo, fisico e non, dell’incontro
delle eversioni e delle insorgenze, a prescindere dalle ragioni e dai torti. Il
luogo del confronto delle lotte armate, del gotha delle organizzazioni che la
praticano, dalle periferie del pianeta alle metropoli. E quindi della
conflittualità al tempo della guerra fredda e oltre. E perciò delle presenze di
tutti quei servizi più o meno mimetizzati, degli Stati interessati a
monitorare, di più, a pilotare le evoluzioni di quei movimenti, organizzazioni
e persino istituzioni che si incontravano e dibattevano presso quel luogo. È in
questa agorà, dopo anni di contatti informali, che le nostre BR furono
immediatamente convocate – dopo i successi della campagna di primavera ’78, con
l’attacco al cuore dello Stato e l’operazione Moro – osannate per capacità e
potenza militare e richieste di maggior impegno sul piano internazionale […]
Tutto questo in territorio di Francia, terra d’asilo per eccellenza quanto meno
dall’Ottocento, rafforzata in questa ideologia e politica dalla dottrina
Mitterrand. Costui avrà tentato di mettere questa particolarissima situazione
di fatto, cioè la concentrazione di tutte queste forze, al servizio del proprio
paese, concependo su queste basi un grande disegno politico. E a questi disegni
non poteva restare estranea, considerata la militanza del presidente in quel
periodo della sua vita, un’area certamente non istituzionale del partito e
dell’Internazionale socialista, che di certo saranno stati a conoscenza dei
fatti e avranno tentato di trarne vantaggio. Queste considerazioni sarebbero
potute rimanere delle pure ipotesi se non avessimo trovato in certi brigatisti
delle tesi che le confermavano. Un terzo giocatore tra USA e URSS, tra
capitalismo e comunismo, una grande entità socialista radicata in Europa, con
un asse tra la Francia e tutti quei paesi socialisti o socialdemocratici del
Centro e Nord Europa. Una entità che tenta di farsi strada tra i due giganti,
occupando spazi e perseguendo una propria politica e propri interessi.
Specularmene, situazioni del tutto analoghe anche all’interno dei singoli
Stati, in particolare in Italia. E quindi una conseguente chiave di lettura
della politica italiana di quel periodo: l’avvicinamento tra DC e PCI, il
tentativo di compromesso storico, l’avversione a esso del PSI, che ne sarebbe
rimasto schiacciato”. Sul problema rappresentato dall’Hyperion l’ex ministro
dell’Interno Virginio Rognoni rese una deposizione dinanzi alla Commissione
Moro che lascia chiaramente intravedere divergenze all’interno del governo
francese. Egli disse: “Qui devo dire che, trovandomi sia a livello di riunione
di ministri dell’Interno della Comunità Europea sia in incontri bilaterali con
i ministri francesi, ripetutamente, fino a rischiare di essere noioso e
ripetitivo, ho posto il problema dell’Hyperion. La Francia si è sempre
eclissata su questo problema, nel senso che inchieste amministrative sono state
fatte, ma non è risultato mai nulla. È poi nota la posizione francese su alcuni
dei soggetti passivi di questi mandati di cattura (Simioni, Berio, Pace,
Scalzone ed altri). Si trattava di dare una mano al ministro degli Interni
Gaston Defferre, il quale in incontri sul tipo di quelli ricordati prima, mi
assicurava essere suo preciso intendimento assecondare la richiesta del nostro
Paese, contro una diversa opinione che nel gabinetto francese si esprimeva e si
esprime tuttora, in particolare da parte del ministro della Giustizia. Però, su
questo aspetto la situazione è bloccata” […] Quali gruppi estremisti operavano
concretamente a Parigi? Dalla documentazione a suo tempo raccolta da Calogero
nel 1979, emergeva un legame consolidato tra il professor Antonio Negri, lo
psicanalista Felix Guattari e il terrorista Antonio Bellavita. Ma la figura di
maggior interesse era quella di Jean Louis Baudet. Siamo a un livello che il
giudice Mastelloni definisce organico e funzionale a branche dei servizi di
sicurezza francesi e dell’OLP. Chi è Jean Louis Baudet? Nato a Mentone nel 1952
e residente a Parigi, fu arrestato il 17 novembre 1983, dopo che una
perquisizione in casa sua aveva evidenziato armi, esplosivo e un centinaio di
documenti falsi o da contraffare. Al momento dell’arresto, mentre era ancora in
corso la perquisizione, Baudet aveva chiesto al funzionario di polizia di poter
telefonare a uno dei più stretti collaboratori del presidente della Repubblica
François Mitterrand […] Dall’Eliseo giunsero smentite solo sul punto specifico
dell’esistenza di una cellula interna allo stesso Eliseo in contatto con
movimenti estremisti. I legali di Baudet sostennero la tesi che settori della
polizia avessero montato un caso in funzione antisocialista e preannunciarono
contro il giudice Rosario Priore che indagava su questa vicenda, una querela
che poi “dimenticarono” di presentare. Nel frattempo, infatti, era stato
arrestato a Roma Giovanni Senzani, e alcuni dei brigatisti a lui più vicini non
solo confermarono i contatti tra Baudet e il capo del “partito guerriglia”, ma
rivelarono che proprio Baudet avrebbe dovuto portare dei bazooka dalla Francia
che sarebbero stati usati contro la sede della DC all’Eur e contro il ministro
di Grazia e Giustizia. Baudet e Senzani avevano fatto anche un sopralluogo
nelle vicinanze dei due obiettivi, ma poi quest’ultimo era stato arrestato e
tutto era andato a monte […] Nel verbale di perquisizione nel corso
dell’arresto di Baudet egli chiede di far telefonare al “signor François de
Grossouvre”. Chi era costui? Dice il giudice Priore: “Fu un uomo per tutte le
stagioni: vorrebbe essere una definizione negativa, ma potrebbe essere anche
positiva. È stato chiamato “moschettiere del re” e “guardia del cardinale”. Le
informazioni su di lui appaiono immediatamente contraddittorie. Sarà
sufficiente rammentare il suo passato, che affonda le sue radici nel governo di
Vichy, attraversa la Resistenza, anche se non sappiamo quando vi aderì, pare
solo nell’estate del 1944, per approdare poi alla Francia della Quarta
Repubblica. C’è invece chi sostiene che abbia servito con intelligenza e vigore
gli interessi della Francia, anche quando si scontrava violentemente con gli
Stati Uniti. Le sue iniziative, il suo attivismo, crearono invidie e dissapori
all’interno dell’Eliseo. La sua morte, proprio all’interno di quel palazzo dove
lui aveva acquisito un potere immenso, avvenne ufficialmente per suicidio.
Pochi credono alla tesi ufficiale. Più d’uno ha chiesto la costituzione di una
commissione parlamentare d’inchiesta sulle vicende della ‘cellula
antiterrorismo’ dell’Eliseo. A tutt’oggi non se ne è fatto nulla”. In una
ricerca condotta dallo studioso svizzero Daniele Ganser sulle strutture Stay
Behind si leggono altri particolari: “Forse il membro più famoso dell’esercito
segreto anticomunista francese della Rosa dei Venti fu François de Grossouvre
che, nel 1981, divenne consigliere per le operazioni segrete del presidente
socialista Mitterrand. Durante la seconda guerra mondiale,Grossouvre era stato
arruolato in una milizia fascista che sosteneva Vichy, ma dichiarò in seguito
di esservisi infiltrato per conto della Resistenza. Nel dopoguerra il servizio
segreto militare l’aveva reclutato per l’esercito segreto della Rosa dei Venti…
Come consigliere speciale del presidente Mitterrand, Grossouvre tornò a manovrare la guerra segreta
all’inizio degli anni Ottanta, ma fu sollevato dalle sue principali
responsabilità nel 1985. Il suo stile troppo spregiudicato era diventato intollerabile per i più seri
colleghi di Mitterrand… Quando Grossouvre morì, la sua partecipazione alla
guerra clandestina non era più un segreto… All’età di 76 anni si era drammaticamente
sparato un colpo di pistola all’interno dell’Eliseo, il 7 aprile 1994”.
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da Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani. Protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il delitto Moro, 2007 Sperling & Kupfer





