Noam Chomsky e Michel Foucault ebbero modo di incontrarsi e di dibattere pubblicamente una sola volta, nel 1971, ad Eindhoven, in occasione della registrazione di uno speciale televisivo. Di quell'unico incontro resta una testimonianza scritta grazie all'editore Gallimard che pubblicò nel 1994 il libro De la nature humaine: justice contre pouvoir (tradotto in Italia da DeriveApprodi nel 2005 col titolo Della natura umana: invariante biologico e potere politico), fedele resoconto della conversazione tra il professore del MIT e il neo (la cattedra gli era stata assegnata proprio quell'anno) professore del Collège de France.
Nel corso della conversazione, il primo vero motivo di attrito metodologico lo enuncia Foucault: (le citazioni sono tratte dalla traduzione di Ilaria Bussoni e Marco Mazzeo) La creatività è possibile unicamente partendo da un sistema di regole. Non è un miscuglio di regolarità e libertà. Il punto sul quale non sono assolutamente d'accordo con Chomsky è quando colloca l'origine di queste regolarità in qualche modo all'interno della mente o della natura umana [...] Forse la differenza tra me e Chomsky sta nel fatto che quando lui parla di scienza, probabilmente sta pensando all'organizzazione formale della conoscenza, mentre io parlo della conoscenza stessa, ovvero del contenuto delle diverse conoscenze disseminate all'interno di una società specifica, che impregna questa società e costituisce la base dell'educazione, delle teorie, delle pratiche ecc. [...] Farò un esempio molto semplice: alla fine del XVIII secolo, per la prima volta nel pensiero e nel sapere occidentale, com'è accaduto che alcuni uomini abbiano iniziato ad aprire i cadaveri delle persone per scoprire la fonte, l'origine, la ragione anatomica di quella specifica malattia che aveva causato la loro morte? L'idea sembra assai semplice. All'Occidente sono serviti quattro o cinquemila anni di medicina prima di avere l'idea di cercare la causa della malattia nella lesione di un cadavere. Credo sia privo di interesse cercare di spiegarlo ricorrendo alla personalità di Bichat. Se invece tentiamo di stabilire quale posto occupassero la malattia e la morte nalla società industriale, di quadruplicare il numero della popolazione ai fini del proprio sviluppo - per effetto del quale sulla società si fecero inchieste sanitarie e furono inaugurati grandi ospedali; se tentiamo di capire come in quest'epoca sia stata istituzionalizzata la conoscenza medica, come si siano organizzate le sue relazioni con altri saperi, allora saremo in grado di cogliere la relazione tra malattia, ammalato, cadavere e anatomia patologica.
Ecco un metodo di analisi che non pretendo di aver inventato, ma che senz'altro è stato trascurato troppo a lungo; gli eventi a carattere personale non hanno nulla a che vedere con questo.
Chomsky relativizza la critica di Foucalt: Ritengo che ogni atto di creatività scientifica dipenda da due fattori: uno è rappresentato da un certo insieme di strutture costitutive della mente umana; l'altro è formato da alcune condizioni sociali e intellettuali. Il problema non è quale di questi fattori occorra studiare. Piuttosto, capiremo meglio come si realizza una scoperta, scientifica e di ogni altro tipo, quando sapremo in cosa consistono questi fattori: solo così potremo spiegare il modo specifico in cui interagiscono tra loro. Il mio interesse, almeno in tal senso, riguarda le capacità intrinseche della mente; il suo, come lei stesso ricorda, riguarda invece l'organizzazione tra fattori sociali, economici e di altro tipo [...] Ritengo che da un punto di vista biologico e antropologico, la natura dell'intelligenza umana certamente non sia cambiata in modo sostanziale almeno dal XVII secolo, probabilmente dall'uomo di Cro-Magnon in poi. Credo cioè che le proprietà fondamentali della nostra intelligenza, quelle che riguardano il tema che stasera stiamo discutendo, siano certamente molto antiche. Se si prelevasse un essere umano di cinquemila o forse ventimila anni fa e lo si mettesse, da bambino, all'interno della società odierna, questo apprenderebbe quello che impara ognuno di noi. Come tutti, potrebbe dimostrarsi un genio o uno stupido, perché fondamentalmente non sarebbe diverso dagli altri. Naturalmente, il livello delle conoscenze acquisite cambia di pari passo con le condizioni sociali - condizioni che permettono a una persona di pensare liberamente e di oltrepassare le limitazioni imposte, ad esempio, dalle superstizioni. Con il cambiare di queste condizioni, ogni singola espressione dell'intelligenza umana farà progressi verso nuove forme creative.
Quando il discorso coinvolge la sfera politica, i toni della discussione diventano più appassionati. Alla domanda: perché si interessa così tanto di politica, Foucault risponde: Quale cecità, quale sordità, quale sostrato ideologico potrebbero avere il potere di impedirmi di interessarmi al tema forse più cruciale della nostra esistenza, ovvero la società nella quale viviamo, le relazioni economiche con le quali funziona e il sistema che definisce le forme regolari, i permessi e i divieti che sorreggono normalmente il nostro comportamento? Dopo tutto, l'essenza della nostra vita è costituita dal funzionamento politico della società nella quale siamo inseriti.
Viene quindi richiesto a Chomsky di specificare perché e in che modo si consideri un socialista libertario. Chomsky risponde che il bisogno di attività creativa, di ricerca creativa, di libera creazione, cioè priva degli effetti limitanti e arbitrari della coercizione esercitata dalle istituzioni, rappresenta un elemento fondamentale della natura umana. Se è cosi, ciò vuol dire una cosa ovvia: una società più giusta dovrebbe massimizzare le possibilità di realizzare questa fondamentale caratteristica umana. Tutto questo significa tentare di eliminare i fattori di repressione, oppressione, distruzione e coercizione presenti in ogni società [...] Ogni forma di coercizione o di repressione, ogni forma di controllo autocratico su alcuni aspetti dell'esistenza (per esempio la proprietà privata del capitale o il controllo statale di alcuni aspetti della nostra vita), ogni restrizione autocratica che riguarda qualunque attività umana può essere giustificata, se può esserlo, solo se esiste un bisogno di sussistenza o di sopravvivenza, la necessità di difendersi contro una sorte orribile o qualcosa del genere. Non sono comportamenti che possono essere giustificati in quanto tali: devono essere, piuttosto, superati ed eliminati.
Foucault interviene per esprimere quello che considera un compito primario degli intellettuali: dobbiamo individuare e far emergere, anche quando sono nascoste, tutte le relazioni del potere politico che attualmente controlla il corpo sociale, lo opprime o lo reprime. Sto dicendo questo: in genere, per lo meno nella società europea, si ritiene che il potere sia localizzato nelle mani del governo e che esso si eserciti grazie a un certo numero di istituzioni che sembrano non avere niente in comune con il potere politico, che sembrano esserne indipendenti, laddove non lo sono. Mi riferisco alla famiglia, all'università, e più in generale a tutto il sistema educativo che all'apparenza è fatto per la distribuzione del sapere, ma in realtà è fatto per mantenere al potere una precisa classe sociale ed escludere ogni altra classe dal suo esercizio. Le istituzioni di sapere, di previdenza e di cura, quali la medicina, contribuiscono al mantenimento del potere politico. In alcuni casi di competenza psichiatrica è talmente evidente da fare scandalo.
Le posizioni divergono totalmente nel momento in cui si affrontano i temi della legalità, della legittimazione della violenza di classe e della rivoluzione. Tanto che, a un certo punto, Foucault ammette che il problema della natura umana, fin quando è stato posto in termini teorici, non ha suscitato discussioni [...] D'altra parte, discutendo di natura umana e problemi politici sono emerse differenze.
Quel dialogo del 1971 è lontano dal poter essere archiviato tra i dibattiti del secolo scorso. Poiché esso non cessa di approfondire il solco tra quelle che oggi potremmo chiamare due "tradizioni" filosofiche: quella delle scienze cognitive e quella del post-strutturalismo - dalla nota editoriale
