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12 dicembre 2007

war inna Vatican

Calvi Nato a Milano il 13 aprile 1920, dopo il liceo classico Roberto Calvi si iscrisse alla Scuola di Cavalleria dei Lancieri di Novara. Nel 1939, per non deludere i progetti materni, si iscrisse alla facoltà di Economia e commercio della Bocconi, dove diresse l’Ufficio stampa e propaganda dei Gruppi Universitari Fascisti fino all’entrata in guerra dell’Italia. Il conflitto lo vide volontario in Russia. Al suo ritorno venne assunto nella Banca Commerciale, per poi passare all’Ambrosiano, “la banca dei preti”, fondata nel 1896 da monsignor Tovini per incarico del cardinale arcivescovo Ferrari, e da allora controllata per decenni dalla Curia Milanese. Entrato a un livello molto basso ma voglioso di fare carriera, tenace e propositivo, Calvi era senza dubbio un ambizioso che sapeva darsi da fare. La sua prima grande intuizione fu quella di seguire il futuro presidente del Banco Ambrosiano Alessandro Canesi nel processo di internazionalizzazione dell’attività bancaria, sia come canale espansivo delle attività creditizie sia come strumento finalizzato a servire gli interessi privati di importanti gruppi industriali e di grandi famiglie. Nel 1958 ricevette l’incarico di assistente personale di Canesi. Nel 1959 questi divenne direttore generale del Banco Ambrosiano, che l’anno successivo arrivò a disporre di circa 400 banche corrispondenti in tutto il mondo. Su diretto impulso di Canesi venne costituita la Banca del Gottardo e vennero allacciati contatti con la Hambros Bank di Londra. Da Canesi Calvi apprende come sperimentare forme di controllo azionario rastrellando, tramite terzi, titoli sul mercato. Quote dell’Ambrosiano in mano a poche famiglie confluiscono nel 1963 in una società creata ad hoc da Canesi, con sede in Lussemburgo (Compendium SA che nel 1976 diventerà Banco Ambrosiano Holding). Nel 1965 Canesi divenne presidente del Banco Ambrosiano. Calvi iniziò a collezionare posti nei consigli di amministrazione delle principali società controllate come preludio all’entrata nel consiglio del Banco stesso. Nel 1968 Canesi approvò l’aumento di capitale della Banca del Gottardo e costituì una società fiduciaria con sedi a Lugano e Zurigo. Nel 1970 Calvi venne nominato direttore centrale capo. Nello stesso anno si gettarono le basi per costituire un istituto di credito a Nassau (Bahamas). Da Svizzera, Lussemburgo e Liechtestein il campo di azione si allargò oltreoceano, con Calvi che ne assunse la responsabilità. La Banca d’Italia dispose una prima visita ispettiva nella quale ci si rese conto che il Banco Ambrosiano deteneva azioni proprie oltre i limiti di legge. Nel 1971 Canesi cedette la sua carica e divenne presidente onorario del Banco. Calvi divenne direttore generale, poi entrò nel consiglio di amministrazione venendo nominato consigliere delegato.

Nonostante la crisi economica, impieghi e raccolta dei fondi riprendono a crescere. Il Banco procede a un’altra operazione, condotta – secondo alcune letture – su impulso del finanziere siciliano Michele Sindona: l’acquisizione di una rilevante partecipazione nella Centrale Finanziaria di Milano, una storica società, da sempre considerata il “salotto buono” della finanza italiana […] Per capire come un apprezzato e infaticabile funzionario di banca sia potuto diventare nel giro di pochi anni uno dei più potenti banchieri d’Italia e d’Europa è indispensabile soffermarsi sul 1971, anno in cui Roberto Calvi diventa direttore generale dell’Ambrosiano. In quel frangente si verificano mutamenti importanti per la storia del Banco. Proprio allora si affacciano sulla scena personaggi che accompagneranno l’istituto nel corso del suo ultimo decennio di vita, primi tra tutti Michele Sindona e Paul Marcinkus. Sindona Partiamo da Sindona. Nato a Patti, in provincia di Messina, l’8 maggio 1920, coetaneo di Calvi. “Mio padre e Sindona si sono conosciuti nel 1970 […] Non ci fu un grande feeling all’inizio, e anche in seguito i rapporti tra loro erano ben diversi da quelli che mio padre aveva con Luigi Pennini, l’amministratore dello IOR. Con Sindona c’era sempre una certa diffidenza” racconta Carlo Calvi, che ritiene che fosse Sindona ad aver bisogno della solida esperienza bancaria di suo padre, e non viceversa. “I fatti spesso si trasformano in mito e si crede che Sindona abbia aiutato mio padre che sarebbe poi diventato semplicemente il successore di Sindona. Ma non è così. Sindona era uno che cercava di coinvolgere nelle sue manovre un po’ tutti. Correva dietro alle persone per farle entrare nei suoi affari e trarne vantaggi”. Secondo Carlo Calvi i due banchieri si frequentavano perché avevano contatti di interesse e di lavoro con gli stessi ambienti. “Mio padre e Sindona entrarono in contatto perché avevano rapporti comuni, in particolare con il Vaticano, ma poi mio padre queste relazioni le ha gestite in modo del tutto autonomo. Prendiamo a esempio la banca inglese Hambros: ci ho lavorato anch’io e lì c’era anche un rappresentante del Vaticano. Il rapporto con quella banca era del tutto indipendente da Sindona, ma poi, purtroppo, i fratelli Hambro caddero vittime del suo fascino: si persuasero – e lo affermarono – che Sindona fosse l’uomo del secolo. Quando hanno visto che le cose si mettevano male, hanno trasferito le operazioni avviate con lui direttamente all’Ambrosiano e a mio padre” […] Nei primi anni Settanta Cosa Nostra controllava il mercato della droga in diverse parti del mondo e la Sicilia, all’epoca, era il regno delle raffinerie di eroina. A Palermo e a Trapani erano molto numerose e Cosa Nostra aveva il problema di come investire i soldi che incassava con il traffico degli stupefacenti. Una parte del denaro era depositata nelle banche svizzere, un’altra finiva in Borsa, mentre l’ultima veniva investita in progetti legati al turismo. Cosa Nostra vide in Michele Sindona, allora brillante avvocato fiscalista che avrebbe voluto fare il banchiere, l’uomo giusto per svolgere un certo tipo di operazioni […] I rapporti tra Sindona e la mafia risalgono già alla fine degli anni Cinquanta. Il 2 novembre 1957 a Palermo, nei saloni del Grand Hotel delle Palme, si tenne un summit della mafia italo-americana, e Sindona era presente. Il tema all’ordine del giorno era proprio la gestione del mercato della droga. Il finanziere siciliano, dopo una serie di operazioni portate a buon fine, volle compiere un ulteriore salto di qualità stabilendo rapporti con il Vaticano. Montini_paolo_vi Trasferitosi a Milano negli anni della ricostruzione e affermatosi come abile consulente fiscale, nel 1958 Sindona conquista l’amicizia del principe Spada, un laico della “nobiltà nera”, legata al Vaticano, e quindi entra in contatto con Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano ed esponente di un’importante famiglia di Brescia. Nel 1960 mette gli occhi su una banca monosportello di Milano, la Banca Privata Finanziaria. Tramite il principe Spada convince il Vaticano ad acquisire il 100% dell’istituto e a farsi girare il 40% delle azioni. Nel 1964 si avvicina alla massoneria, vantando il suo impegno anticomunista e i rapporti privilegiati con importanti ambienti anglo-americani. Nello stesso anno lo IOR vende a Sindona la quota di maggioranza della Finabank di Ginevra. Sindona cede una  quota azionaria della Banca Privata Finanziaria alla Hambros Bank di Londra e un’altra quota alla Continental Illinois National Bank di Chicago. L’abile finanziere siciliano ha esteso il suo raggio d’affari e di conoscenze negli Stati Uniti, dove ottiene uno strepitoso successo sui magazines che contano. Ha fatto le amicizie giuste: oltre ai banchieri, si lega a un avvocato emergente, Richard Nixon, e al boss mafioso italo-americano Joe Doto, altrimenti noto come Joe Adonis, che gli affida le sue più riservate operazioni finanziarie. Su incarico di Adonis, Sindona si reca a New York dove viene accolto dalla famiglia mafiosa dei Genovese, per conto dei quali crea i canali per riciclare proventi illeciti di varia natura […] Sindona diventa uno dei primi esperti di banche off-shore dove far transitare eurodollari esentasse. I rapporti con il Vaticano si consolidano definitivamente quando si profila la fine dell’esenzione totale dal pagamento delle tasse di cui il Vaticano aveva beneficiato fino ad allora. La nuova legislazione fiscale impone, dal dicembre 1962, una tassazione sui profitti derivanti dai dividendi azionari. Un danno enorme per la Santa Sede, che decide di ripensare le proprie strategie finanziarie investendo parte del suo patrimonio all’estero. Qui entra in scena Sindona, nel frattempo diventato consulente finanziario della curia milanese che poi si sposterà in blocco a Roma, nel 1963, con l’ascesa al soglio pontificio di Montini […] Oggi sappiamo, grazie a inchieste come quella condotta dal giudice Imposimato, che l’errore del Vaticano è stato quello di essersi prestato a fare da schermo per le operazioni di Sindona. In cambio di questa copertura lo IOR riceveva comunque una lauta ricompensa grazie al meccanismo ricostruito dallo stesso Imposimato. “Il riciclaggio di denaro si effettua in tre tappe: prima i capitali della mafia, dei partiti politici e dei grossi industriali vengono versati nelle banche di Sindona. In seguito passano attraverso lo IOR che trattiene una quota di interessi e infine tutti questi soldi, ai quali si aggiungono gli investimenti della Santa Sede, vengono trasferiti nelle banche estere di Sindona, la Franklin di New York e le sue filiali alle Bahamas e a Panama”. Imposimato ha pagato caro questa sua indagine sui rapporti tra Vaticano, mafia e politica: suo fratello Francesco, infatti, è stato assassinato l’11 ottobre 1983. parallelamente all’ascesa di Calvi, che nel 1971 viene nominato direttore generale dell’Ambrosiano, Sindona mette a punto un piano per far nascere un gruppo di dimensioni europee. Il primo obiettivo è la Centrale Finanziaria, la società che all’epoca fungeva da “salotto buono” della finanza italiana poiché deteneva partecipazioni di diverse società industriali. L’operazione è condotta con l’aiuto degli Hambro e con il sostegno esterno di Calvi. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Centrale si insediano Sindona, il principe Spada e John Mc Caffery, “molto vicino all’Opus Dei”, come disse di lui lo stesso Sindona, rappresentante in Italia degli Hambro e uomo dei servizi segreti inglesi. Qualche mese prima di morire Sindona fece un accenno diretto ai suoi rapporti con l’Opera e raccontò “di essere entrato in contatto con membri spagnoli dell’Opus Dei tramite John Mc Caffery, l’ex capo del servizio informazioni britannico per l’Italia che dopo la seconda guerra mondiale è diventato rappresentante della Hambros Bank di Londra nel nostro Paese” […] Forte della conquista della Centrale, Sindona avviò la scalata alla Bastoni, società finanziaria che deteneva partecipazioni nelle più note aziende italiane e nel cui consiglio di amministrazione sedevano i nomi più prestigiosi della nostra industria […] L’opposizione della Banca d’Italia fece fallire l’operazione e la stella di Sindona cominciò a declinare. Calvi, su pressione del Vaticano, fu chiamato a ricomporre i cocci. L’Ambrosiano si disse disposto a rilevare il pacchetto azionario posseduto da Sindona nella Centrale Finanziaria. A meno di un anno dalla sua nomina a consigliere della Centrale, Sindona si dimise e poco tempo dopo il fallimento dell’opa sulla Bastoni entrarono in consiglio di amministrazione della Centrale Canesi, che assunse la presidenza, e Calvi, che divenne vicepresidente […] I rapporti tra Calvi e Sindona diventano pessimi. Quest’ultimo tenta di risollevarsi  attraverso alcune operazioni negli Stati Uniti. Intanto Calvi miete un successo dietro l’altro: l’acquisizione della Banca Cattolica del Veneto, del Credito Varesino, della Toro Assicurazioni oltre naturalmente alla Centrale Finanziaria, e all’espansione all’estero dell’Ambrosiano. Nel 1972 Sindona, attraverso la Franklin Bank, si lancia in una politica di speculazioni sui cambi che finisce per affondare l’istituto di credito. Nel 1973, alle prese con un improrogabile bisogno di liquidità, Sindona si rivolge al Banco di Roma, dove ha consistenti appoggi grazie al suo rapporto privilegiato con la DC. Nel 1974 viene decretata la liquidazione amministrativa coatta della Banca Privata Finanziaria, affidata all’avvocato Giorgio Ambrosoli. Sindona tenta di bloccare il provvedimento di liquidazione minacciando il neogovernatore della Banca d’Italia Baffi, il vicepresidente e lo stesso Ambrosoli, poi ucciso da un sicario mafioso, su mandato di Sindona, l’11 luglio 1979. Marcinkus e Calvi tentano di liberarsi dagli ingombranti legami che hanno con il banchiere, ormai prossimo al tracollo […] “Una delle carte che mio padre conservava con maggior cura era la famosa lettera di Luigi Cavallo in cui si parla dei due scorpioni e della bottiglia. I due scorpioni erano Sindona e Calvi, che poi si uccidono reciprocamente. Mio padre la conservava nella sua cassaforte alle Bahamas. Ora è in mio possesso”. È un documento scritto a macchina, ricevuto da Calvi poco prima delle vacanze natalizie del 1977. “Egregio dottor Calvi, tra le tribù dell’Uganda è ben nota la tavoletta dei due scorpioni in una bottiglia. Se i due scorpioni impegnano una lotta a oltranza, questa ha, inevitabilmente, un esito letale, per ambedue i contendenti. Io sono fuori della bottiglia ma – diversamente da certi Suoi consiglieri – non ho alcun interesse nella continuazione e nell’aggravamento della lotta. Contro di Lei non ho nulla di personale. Nella mia prima lettera Le ho indicato l’unico obiettivo dell’azione in corso e, perdurando il Suo caparbio rifiuto a onorare gli impegni da Lei volontariamente assunti, tale azione verrà intensificata sino alla logica conclusione: Magistratura e Guardia di Finanza, carabinieri e sindacati, partiti e polizia saranno progressivamente costretti a intervenire e, a un certo momento, dinanzi all’insurrezione dell’opinione pubblica, degli azionisti, dei dipendenti, della stampa, dei parlamentari, Ella – “Rubamazzo” sempre più “chiacchierato” – verrà sacrificato dal Comitato esecutivo dell’Ambrosiano per il bene dell’Istituto e la maggior gloria del Suo successore. Se ciò non avvenisse in tempi brevi, gruppi extraparlamentari Le renderanno impossibile la vita privata e quella sociale. Dovrà scegliere: o scappare all’estero o essere rinchiuso a San Vittore. O il suicidio civile o la latitanza, più o meno dorata. Ma anche la fuga ha i suoi aspetti negativi. E date le Sue numerose radici finanziarie, non sarà difficile scovarLa. Anche in Argentina, come altrove, ho amici fidati. E non commetta l’errore di fare affidamento sull’istinto di sopravvivenza o sulla misericordia del primo scorpione. È deciso: o l’accordo e il rispetto degli impegni o la lotta ad oltranza. Se preferisce quindi anticipare la pace natalizia e il suo solito viaggio per la pesca d’altura, telefoni a chi di dovere e fissi un appuntamento. Ritrovare un amico e la normalità è certamente più gradevole della fine del secondo scorpione in una bottiglia. Con i migliori auguri di buon viaggio e di un pacifico e sereno 1978, La saluta Luigi Cavallo” […] È sorprendente la profetica precisione dei riferimenti. Si parla di “impegni volontariamente assunti” che rimandano al discusso “patto” concluso con molta probabilità da Calvi e Sindona prima della partenza di quest’ultimo dagli Stati Uniti. Poi la previsione: “Lei verrà sacrificato dal Comitato esecutivo dell’Ambrosiano”, fatto puntualmente verificatosi il giorno prima della morte di Calvi a Londra […] È impressionante anche un altro riferimento: “Gruppi extraparlamentari Le renderanno impossibile la vita privata e quella sociale”. Un indizio oscuro, ma alla luce dei fatti molto preciso: è risultato che gli ambienti in cui matura l’esecuzione di Calvi, a Londra, sono contigui a nuclei di attivisti di estrema destra, legati ai servizi segreti e alla mafia […] Inquietante il passaggio in cui si afferma: “Date le Sue numerose radici finanziarie, non sarà difficile scovarLa. Anche in Argentina, come altrove, ho amici fidati”. È noto che Calvi ebbe rapporti con l’Argentina, di cui nei primi anni Ottanta finanziò la Marina da guerra nell’acquisto dei missili Exocer usati nella guerra delle Falkland-Malvinas contro l’Inghilterra […] Il dettaglio della lettera relativo al “solito viaggio per la pesca d’altura” conferma poi che il vero autore era Sindona, perché, come ricorda Carlo Calvi, suo padre e il finanziere siciliano erano andati più volte a pescare assieme alle Bahamas, dove si ritrovavano con Marcinkus. Ma quello che più sconvolge è la terribile predizione della morte dei due “scorpioni”, avvenuta addirittura secondo la stessa modalità del finto suicidio: Calvi impiccato sotto il Blackfriars Bridge, nel 1982; Sindona avvelenato da un caffè al cianuro nel supercarcere di Voghera, il 22 marzo 1986. Entrambi, nel momento in cui vennero eliminati, stavano per essere sottoposti a processi nel corso dei quali avrebbero rivelato molte cose, soprattutto informazioni scottanti sulle attività finanziarie del Vaticano. “Stando a quello che mio padre stesso mi disse poco prima di morire, e alle indagini compiute dall’agenzia investigativa Kroll, sono convinto che la borsa che lui portava con sé al momento della morte conteneva documenti importanti. C’erano poi delle chiavi; in particolare quella di una cassetta di sicurezza in Svizzera. E due dossier. Uno relativo al capitolo nicaraguese della sua attività bancaria, che ci porta alla questione Iran-Contras, ovvero al rapporto con gli americani, impegnati politicamente e finanziariamente nella guerriglia antisandinista. Altri documenti che portava con sé nella borsa riguardano l’estorsione perpetrata contro di lui da Sindona. In quel dossier c’era anche la lettera dei due scorpioni nella bottiglia” […] L’estorsione perpetrata da Sindona contro Calvi è una vicenda complessa che ci dà modo di introdurre il complicato meccanismo che legherà l’Ambrosiano e lo IOR […] “Mio padre teneva una sorta di contabilità parallela che riportava i nomi delle società e dei relativi conti presso lo IOR”. Una contabilità speculare, che dimostrava come lo IOR poteva avere accesso a quei conti in ogni momento e senza apparire direttamente. Quei documenti rappresentavano un forte strumento di ricatto potenziale. Il ricatto che Roberto Calvi esercitava nei confronti dello IOR, ma che già anni prima, con molta probabilità, lo stesso Calvi subiva da Sindona, con il quale aveva creato diverse disponibilità all’estero. “Mio padre teneva queste tabelle sempre aggiornate. Se ne è parlato poco e solo nelle relazioni di minoranza della Commissione P2. documentavano i conti speculari tra le banche del Gruppo Ambrosiano e lo IOR. Cos’è che manca nella sua borsa? Manca l’aggiornamento di questi conti paralleli. Mentre si è parlato molto delle lettere di patronage rilasciategli da Marcinkus, di questi conti non si è mai parlato. Io ne ho una versione precedente che risale al 1978, ma quando è morto, nel 1982, mio padre ne aveva una versione aggiornata nella borsa” […] Marcinkus Un altro incontro fondamentale che segnerà la drammatica parabola del “banchiere di Dio” è quello con Paul Marcinkus, nato il 15 gennaio 1922 in un sobborgo di Chicago del quale rivendicava orgogliosamente l’appartenenza, figlio di un lavavetri di origine lituana emigrato negli Stati Uniti nel 1908, e di una commessa di panetteria di origine russa. Visse un’infanzia povera e difficile […] In quegli anni Cicero, il sobborgo in cui viveva la famiglia Marcinkus, era il feudo di Al Capone […] A partire dal 1938 il giovane Paul frequenta uno degli istituti più severi d’America. Viene ordinato sacerdote nel maggio 1947 e nel 1950 parte per Roma, per studiare diritto canonico all’Università Gregoriana. Chi appoggia la sua carriera? Quali interessi rappresenta? Marcinkus era una figura chiave nella rete di rapporti tra servizi segreti americani e Vaticano, giustificati in chiave anticomunista. Parallelamente a queste relazioni il vescovo americano matura nel tempo rapporti ambigui anche con personaggi che vivono ai confini della criminalità organizzata […] Appena arrivato in Italia stringe amicizia con personaggi influenti della Curia romana. Suo mentore diviene monsignor Macchi, futuro segretario particolare di papa Montini. Esperto di economia e finanza, monsignor Macchi era intimo amico del principe romano Massimo Spada, il noto agente di cambio della “nobiltà nera” a cui, negli anni Trenta, il Vaticano affidò la gestione di alcuni dei propri interessi finanziari. Ma Macchi era anche un mecenate e un grande collezionista di opere d’arte, passione che lo portava a frequentare il giro degli antiquari, un mondo nel quale si ritrovano diversi strani personaggi implicati nella vicenda Calvi-Ambrosiano, come ad esempio Sergio Vaccari, l’antiquario romano attivo a Londra, ucciso dopo la morte di Calvi […] Fu Macchi a presentare Marcinkus a papa Montini e la sua origine americana rappresentò una carta importante da giocare nei confronti del pontefice […] Dopo due missioni in Bolivia e in Canada, al sacerdote americano viene affidato l’incarico di organizzare i viaggi di Paolo VI, compito che svolse con abilità ed efficienza. Nel 1968 viene destinato allo IOR, la banca vaticana […] Lo IOR ha come antenato la Commissione Ad pias causas, istituita nel 1887 da Leone XIII al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo facilmente smobilizzabile. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di papa Pio XI l’istituto assume il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione. Ma è solo con Mussolini che decollano le fortune economiche del Vaticano, in particolare quando il duce risolve la cosiddetta “questione romana”, ossia la decisione di annettere gran parte delle proprietà pontificie presa nel 1870 dal Regno d’Italia. Da allora lo Stato garantiva al Vaticano una sovranità limitata e un sussidio annuo. Ma all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929 l’Italia, oltre a riconoscere al nuovo Stato denominato “Città del Vaticano” l’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, predispose un risarcimento per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale […] Per gestire questo ingente patrimonio, subito dopo la firma dei Patti Lateranensi papa Pio XI istituisce l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che affida a un laico, l’ingegner Nogara, abile banchiere proveniente dalla Comit. Grazie alla sua abilità Nogara trasforma l’Amministrazione in un impero edilizio, industriale e finanziario. Le condizioni che il banchiere pose al Papa per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano erano due: “1. qualsiasi investimento che scelgo di fare deve essere completamente libero da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale; 2. devo essere libero di investire i fondi del Vaticano in ogni parte del mondo”. Il Papa accettò e si aprì così la strada alle speculazioni monetarie e ad altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni di società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cattolico […] Grazie alla gestione di Nogara il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito e la Cassa di Risparmio di Roma entrarono nell’ambito di influenza del Vaticano […] Nel 1935 quando Mussolini ebbe bisogno di armi per la guerra di Etiopia, una considerevole quantità fu fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito per il Vaticano […] Nel 1942 papa Pio XII decide di cambiare nome all’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che diventa Istituto per le Opere di Religione (IOR). Nasce così un ente bancario dotato di autonoma personalità giuridica che si dedicherà non solo al compito di raccogliere beni per la Santa Sede, ma anche ad amministrare il denaro e le proprietà ceduti o affidati all’istituto da persone fisiche o giuridiche per opere religiose e di carità cristiana. La Santa Sede venne esonerata dal pagare le imposte sui dividendi bancari. Furono rafforzati i legami con diverse banche: i Rothschild di Londra e di Parigi, Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust di New York (utilizzata per comprare e vendere titoli sulla borsa di Wall Street), Chase Manhattan Bank, Continental Illinois National Bank. Nogara assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili. Nel 1954 decide di ritirarsi senza tuttavia interrompere l’attività di consulente finanziario del Vaticano, che proseguì fino alla morte, sopraggiunta nel 1958. La stampa dedicò poco spazio alla sua scomparsa, ma il cardinale Spellmann di New York pronunciò per lui un memorabile epitaffio: “Dopo Gesù Cristo la cosa più grande che è capitata alla Chiesa cattolica è Bernardino Nogara”. Al geniale banchiere, nel corso della sua lunga attività, venne affiancato il principe Massimo Spada. Anche lui mostrò lungimiranza e spregiudicatezza nella gestione degli interessi del Vaticano e si lanciò in varie operazioni, la maggior parte delle quali in collaborazione con Michele Sindona […] Lo IOR si è sempre avvalso della sua extraterritorialità per operazioni “coperte” o comunque poco trasparenti. “Nel corso della vicenda Ambrosiano” afferma Carlo Calvi “le operazioni coperte attraverso lo IOR sono state migliaia. E di esse Marcinkus era a conoscenza, così come lo erano gli altri dirigenti dello IOR” […] Nel 1971 ha inizio una nuova fase nei rapporti Ambrosiano-IOR grazie soprattutto al complesso sistema di consociate estere che porterà poi alla bancarotta l’istituto milanese. Uno schema che si è poi ripetuto in molti disastri della finanza italiana, sino ai più recenti […] Dopo l’aumento della quota di partecipazione dello IOR nel Banco, Calvi e Marcinkus si dedicano a tempo pieno allo loro creatura: la Cisalpine Overseas Bank Ltd di Nassau, che in seguito diventerà Banco Ambrosiano Overseas Ltd. Lo IOR fa sentire la sua presenza nelle operazioni sempre meno trasparenti che Calvi andava tessendo per sostenere quella rete occulta di società estere costruita inizialmente per assicurarsi il controllo azionario del Banco. Calvi non doveva giustificare ai suoi azionisti questi stretti rapporti con il Vaticano poiché tale legame rientrava nel DNA del Banco Ambrosiano. Anzi, spesso Calvi tirava in ballo lo IOR per rassicurare quanti gli chiedevano spiegazioni su molte operazioni finanziarie da lui condotte […] Molti analisti sostengono che siano stati Marcinkus e Sindona ad avere l’idea di creare la Cisalpine di Nassau, mentre Calvi sarebbe stato semplicemente incaricato di realizzarla dal punto di vista tecnico. In un interrogatorio del 22 ottobre 1984, nel carcere di Voghera, Sindona ne rivendica la paternità: “Ero stato io stesso, nell’ambito di quella politica di espansione internazionale del Banco Ambrosiano che Calvi intendeva perseguire, a suggerirgli di costituire regolarmente questa banca, la Cisalpine, alle Bahamas. Naturalmente entrambi sapevamo che una banca non poteva nascere dal nulla; doveva acquisire prestigio perché altrimenti nessuno avrebbe mai depositato nulla”. Le Bahamas si stavano imponendo allora come uno dei principali paradisi fiscali nell’ambito dell’off-shore banking. “Fui io stesso” ha affermato ancora Sindona “a escogitare un sistema per far entrare lo IOR nella banca; in tal modo sul mercato internazionale si sarebbe potuto spendere il nome del Vaticano che era garanzia di porte aperte sempre e ovunque”. Secondo Carlo Calvi invece Sindona non diceva la verità: “Negli anni Settanta tutti correvano alle Bahamas anche perché erano ottimamente collegate con New York. Mio padre era andato a Nassau nella primavera del 1970 per effettuare una ricognizione sul posto. Qualche mese dopo si doveva cercare un direttore generale. Per il colloquio si presentò Walther Siegenthaler, allora dirigente bancario svizzero che operava a Nassau […] Molti anni dopo si è scoperto che il banchiere svizzero Siegenthaler era un esponente di rilievo dell’Opus Dei, uno dei cassieri della potente organizzazione che già da allora sorvegliava le dinamiche interne allo IOR e in generale i rapporti di potere in Vaticano. Siegenthaler tra l’altro fu caldamente raccomandato a Calvi da Sindona che con l’Opus Dei intratteneva rapporti da tempo […] Siegenthaler costituì alcune società a Panama, il più accogliente dei paradisi fiscali mondiali e le affidò a uomini di fiducia. Lo scopo era quello di riempire le scatole vuote di Panama con i soldi del Banco Ambrosiano […] Noriega Ma Panama era anche il terminale del narcotraffico, il regno del generale Noriega, protetto dalla CIA in cambio dell’aiuto ai Contras, impegnati dal 1978 a rovesciare i sandinisti saliti al potere in Nicaragua. Gli americani esigevano rapporti su tutto quanto accadeva a Panama, specialmente informazioni sul riciclaggio di denaro sporco, la più fiorente delle attività locali. Fu così che Noriega costituì un archivio impressionante di dossier sulle migliaia di uomini d’affari e di società che operavano nel suo paradiso fiscale. Tra questi, ovviamente, c’erano anche i movimenti che riguardavano Calvi, il Banco Ambrosiano, Marcinkus e lo IOR. Quando Noriega si trasformò da mansueto collaboratore della CIA in un pericoloso narcodittatore, gli americani mutarono orientamento e decisero di rovesciare il suo regime. Noriega, braccato dalle truppe speciali americane, si rifugiò nella nunziatura apostolica del Vaticano, diretta dal monsignore spagnolo Sebastian Laboa, vicino all’Opus Dei, incaricato di controllare le operazioni condotte da Marcinkus. Monsignor Laboa convinse Noriega a consegnarsi agli americani il 3 gennaio 1990 […] Da allora Noriega non è mai stato sottoposto a un processo […] Gli inquirenti italiani hanno comunque compreso che il Banco Ambrosiano Overseas Ltd di Nassau svolgeva un ruolo diverso rispetto a quello delle tante consociate estere dell’Ambrosiano. Era il centro di smistamento dei fondi che partivano dall’Italia diretti alle filiali di Managua, in Nicaragua, e di Lima, in Perù, per inabissarsi definitivamente nel canale occulto delle società fantasma dello IOR di Panama e del Liechtenstein. Calvi spediva, Marcinkus e Siegenthaler smistavano […] Carlo Calvi è certo del fatto che monsignor Marcinkus fosse perfettamente al corrente di quanto accadeva: “Marcinkus, e lo dico per mia esperienza diretta, lo vedevo personalmente negli anni dal 1971 al 1979 ai consigli di amministrazione del Banco Overseas di Nassau […] Quella realizzata dallo IOR è una massa enorme di operazioni finanziarie. Marcinkus sapeva benissimo quanto succedeva: facevano queste triangolazioni, quello che loro chiamavano il “conto deposito”, in cui c’era uno scambio continuo di depositi tra lo IOR e l’Ambrosiano di Nassau e tra lo IOR e la Banca del Gottardo”. La rete di istituti bancari che Roberto Calvi attiva oltreoceano si rivelerà un vero e proprio pantano. L’anomalo spostamento di capitali sarà colto dalla Banca d’Italia che nel 1978, con la cosiddetta ispezione Padalino, solleverà diverse peplessità in merito alla gestione di Roberto Calvi. Il sospetto era che dietro le società estere acquirenti di cospicui pacchetti azionari del Banco Ambrosiano vi potesse essere la stessa azienda ispezionata, con ovvie conseguenze sulla situazione patrimoniale del Banco. Per sviare quelle accuse, l’Ambrosiano effettua, su disposizione di Calvi, un aumento di capitale. Ulteriori perplessità sulla gestione del Banco sono avanzate dalla società di revisione Coopers & Lybrand, la quale ritiene che l’istituto milanese stia da tempo promuovendo massicci prestiti verso lo IOR, ben oltre le sue stesse possibilità […] L’11 ottobre 1979 Roberto Calvi comunica al consiglio di amministrazione dell’istituto milanese la costituzione a Lima, in Perù, del Banco Ambrosiano Andino […] Nel 1976, in Nicaragua, era nato l’Ambrosiano Group di Managua […] Carlo Calvi non ha difficoltà ad ammettere che suo padre finanziava alcuni regimi sudamericani, in una complessa strategia che vedeva coinvolti settori importanti della Chiesa cattolica e dei servizi segreti americani, in funzione anticomunista […] Chiedo a Carlo Calvi se condivide la tesi di quegli autori secondo cui molti soldi del Banco Ambrosiano sarebbero serviti al Vaticano per contenere, d’intesa con gli Stati Uniti, le spinte rivoluzionarie. “Le società panamensi avevano diverse funzioni, ma si possono ricondurre sostanzialmente a quattro: la prima era quella di custodire il grosso pacchetto dell’Ambrosiano all’estero; la seconda quella di detenere all’estero alcune attività del Vaticano; la terza quella di effettuare pagamenti del Vaticano o per conto del Vaticano; la quarta, le attività legate alla BNL e all’ENI” […] Il Vaticano, proprio in quegli anni, aveva avviato, attraverso la mediazione di diverse società panamensi, un massiccio trasferimento di fondi che transitavano in America Latina in attesa di poter esser poi investiti negli Stati Uniti […] Spiega Carlo Calvi: “Questo meccanismo di finanziamento dei partiti tramite banche pubbliche ed enti petroliferi, magari utilizzando il Vaticano e la sua extraterritorialità per mascherare i movimenti finanziari illeciti, nacque nel dopoguerra, perché c’era la necessità di finanziare tutte le forze che si opponevano al comunismo e appoggiavano la politica degli Stati Uniti. Almeno fino a quando è morto mio padre, non ha mai smesso di funzionare. Devo aggiungere però che ben presto l’anticomunismo divenne solo un pretesto e quel che contava davvero erano gli affari. Anticomunismo e affari potevano tranquillamente procedere di pari passo. Basti pensare alla P2. Io stesso sono stato testimone diretto di uno di questi finanziamenti. Era il 1978 ed eravamo a Washington. Lì si svolse una riunione alla quale parteciparono Philip Guarino, ex sacerdote italo-americano, membro del comitato organizzativo della campagna elettorale di Ronald Reagan e uomo di raccordo tra Licio Gelli e il Partito Repubblicano americano; Bill Mazzocco, amico intimo dell’ex capo della CIA Colby, che in anni passati aveva distribuito soldi in Italia per influenzare partiti politici e sindacati. Poi c’erano mio padre e Vito Miceli, l’ex capo del SID. Alla fine della riunione a Miceli vennero dati dei soldi. Mio padre mi disse che il generale era regolarmente finanziato. Non penso che Miceli si mettesse in tasca quel denaro. Serviva per la struttura. Per finanziare una politica oltranzista filo-repubblicana” […] A partire dal 1976 l’Ambrosiano finanziò la vendita di sei fregate da parte della Fincantieri alla Marina del Venezuela, di alcune corvette all’Ecuador, di quattro fregate e di numerosi elicotteri Agusta al Perù, mentre funzionari contigui alla P2, attivi presso l’Ufficio Italiano Cambi, concedevano autorizzazioni e crediti […] Il Sudamerica era il perno di tutte le operazioni sporche che Calvi e l’Ambrosiano dovevano compiere per conto di diversi clienti, ma era anche lo scenario di una guerra a bassa intensità condotta dagli Stati Uniti, nella quale la Chiesa era un prezioso alleato. “Quella del Sudamerica” racconta Carlo Calvi “non era tanto una scelta voluta in particolare da mio padre, che tendeva sempre a coprirsi in tutte le direzioni, ma era dovuta al fatto che c’era, in Argentina e in Uruguay, una presenza forte di Gelli e di Ortolani. Ma è difficile dire chi rappresentava veramente Ortolani in quel contesto: se si muoveva per altri o per conto proprio. Così come non è facile stabilire se questi pagamenti avvenivano perché vi era una scelta politica del Vaticano di fare da schermo per i versamenti attraverso le società panamensi. Quello che posso dire è che dove mio padre aveva un ruolo preponderante, come in Perù e in Argentina, c’era un notevole aspetto pragmatico. In Perù c’erano pagamenti di natura politica: mio padre finanziava ministri, gruppi bancari, una parte delle forze armate; tutta questa gente gli era molto vicina, erano pagati dal Banco. Venivano pagati attraverso le società panamensi controllate dal Vaticano” […] Ortolani Roberto Calvi conobbe Umberto Ortolani, intimo amico di Licio Geli, nel 1974. Nato a Viterbo nel 1913, divenuto avvocato Ortolani acquisì l’Agenzia di Stampa Italia, che poi rivendette all’ENI; in seguito rilevò l’agenzia Stefani (poi divenuta ANSA). Fu la conoscenza con il cardinale Giacomo Lercaro ad aprirgli le porte del Vaticano. Verso la fine degli anni Cinquanta i suoi interessi si rivolsero al Sudamerica, in particolare all’Uruguay, dove rilevò, con l’aiuto del Vaticano, una piccola banca. Nei primi anni Settanta si iscrisse alla Loggia massonica P2. Il fatto che un cattolico in vista come Ortolani si iscrivesse a una loggia massonica non destò particolari problemi in Vaticano. Esistevano all’interno della Curia romana alcuni settori che avevano rapporti di cordialità e collaborazione con il mondo della massoneria, a dispetto dell’apparente incompatibilità tra fratellanza massonica e credo cattolico. Dei rapporti tra il Vaticano e la massoneria esiste più di un riscontro documentale: il generale della guardia di finanza Fulberto Lauro, iscritto alla Loggia P2, ha dichiarato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che alla loggia di Gelli aderivano anche vescovi e cardinali. Affermazioni analoghe sono state rese dal generale dei carabinieri Franco Picchiotti, segretario organizzativo della P2, il quale ha confermato che della loggia facevano parte anche alcuni cardinali […] Nelle sue memorie Licio Gelli descrive i suoi buoni rapporti “con eminenti prelati… avevo accesso agli appartamenti privati del pontefice Paolo VI, a Castel Gandolfo e in Vaticano”. Frequentazioni che irritavano i settori più ortodossi della Curia. Risalirebbe proprio agli inizi degli anni Settanta lo scontro di potere tra quella che potremmo definire la fazione progressista – con simpatie massoniche – artefice della ventata di rinnovamento portata dal Concilio Vaticano II, e quelli che in Vaticano favorivano l’ascesa dell’Opus Dei, interprete di una tradizione molto più rigida e tradizionalista […] Il sodalizio tra Ortolani e Gelli si sviluppò con estremo successo: Gelli curava i rapporti internazionali e procacciava affari, mentre Ortolani rappresentava la mente finanziaria delle operazioni avallate dal Vaticano. Ortolani aveva imparato molto presto il valore delle informazioni riservate: durante la seconda guerra mondiale era a capo di due unità operative del servizio segreto militare italiano dedite al controspionaggio […] I suoi eccellenti rapporti con il Vaticano risalgono al 1953, quando fu presentato al cardinale Lercaro. Questi esercitava un’enorme influenza nella Chiesa ed era destinato a diventare uno dei quattro moderatori del Concilio Vaticano II. Era considerato un liberale illuminato, capace di contribuire alla realizzazione di molte delle riforme promosse dal Concilio. Durante gli incontri preparatori del conclave che elesse Paolo VI, Giovanni Battista Montini, il problema centrale era se si dovesse continuare l’opera di papa Giovanni XXIII o se il papato doveva piuttosto ritornare alla matrice (reazionaria) di Pio XII. I liberali avevano bisogno di un luogo sicuro per discutere la strategia da adottare. Il cardinale Lercaro chiese a Ortolani di ospitare l’incontro, che si tenne nella sua villa a Grottaferrara. Questo incontro segreto fu determinante per l’elezione di Montini. Pochi mesi dopo il nuovo Papa concesse a Ortolani l’onorificenza di Gentiluomo di Sua Santità, il primo di una serie di riconoscimenti ricevuti dal Vaticano. Ortolani riuscì perfino a far affiliare Gelli, che non era cattolico, all’Ordine dei Cavalieri di Malta e del Santo Sepolcro, del quale lui faceva già parte. Amico intimo del cardinale Agostino Casaroli, Ortolani procurò a Gelli importantissime entrature in ogni ambiente della Santa Sede […] “Ortolani collaborava con gli americani nel periodo in cui dovevano influenzare le attività sindacali e la politica italiana”. Carlo Calvi ritiene in pratica che Ortolani sia stato una figura chiave di quell’atlantismo vaticano di cui papa Montini fu interprete e sostenitore, ed è fermamente convinto che l’avvicinamento di suo padre al mondo dell’editoria e all’universo Rizzoli-Corriere della Sera sia dovuto proprio alle sollecitazioni provenienti da Umberto Ortolani […] Roberto Calvi vide in Ortolani una figura che poteva tornargli estremamente utile perché, credeva, gli avrebbe dato la possibilità di stringere legami con mondi tra loro apparentemente lontani. Chiedo a Carlo Calvi se Ortolani rappresentasse il vero punto di contatto tra Vaticano e massoneria. “Secondo me sì. Ortolani in tutto questo gioco era più importante di Gelli. Aveva un rapporto molto più stretto con mio padre, anche dal punto di vista operativo e nello sviluppo delle strategie. Gelli serviva più a mantenere i contatti tra le persone, anche a livello internazionale. Mio padre e Ortolani li ho visti insieme più volte e andavano molto d’accordo, mentre in casa Gelli non veniva mai nominato, non veniva mai da noi. Certo, si sapeva che Gelli esisteva, anche perché telefonava spesso presentandosi con strani pseudonimi […] Tra mio padre e Sindona c’era un contatto che era completamente indipendente da Gelli e Ortolani. Era un giro completamente diverso da quello di Gelli e Ortolani […] È interessante quello che mio padre afferma durante le sue deposizioni al primo processo valutario, quando in un interrogatorio dice: ‘Non sono io che controllo il Banco’. È tutto vero, quegli interrogatori sono realmente avvenuti. Una notte gli inquirenti chiedono in modo pressante a mio padre: ‘Allora chi controlla il Banco?’. È lì che mio padre comincia a distruggere Ortolani, a incolparlo dei suoi problemi. Poi, quando esce di prigione, subisce forti pressioni e ritratta”. In quella confessione, resa nella notte tra il 2 e il 3 luglio 1981 nel carcere di Lodi, Roberto Calvi parla di Ortolani e del PSI. Parla delle connessioni tra l’Ambrosiano e quel giro di affaristi di matrice socialista in cui si muovevano figure di primo piano come il direttore finanziario dell’ENI Florio Fiorini, ma in cui nuotavano anche imprenditori in forte ascesa come Silvio Berlusconi […] Il lavoro compiuto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 si è rivelato senza dubbio di estrema importanza, tuttavia ha semplificato eccessivamente l’analisi dei fatti, riducendo quello che è stato uno dei casi più emblematici della storia finanziaria italiana ed europea all’azione perversa di una potente loggia massonica. Oggi i magistrati che si occupano del processo Calvi leggono il ruolo della P2 in chiave diversa, come interfaccia di un incredibile intreccio di affari e di riciclaggio di denaro sporco di origine mafiosa […] Perché a un certo punto Roberto Calvi sente il bisogno di stabilire contatti con la massoneria? “L’avvicinamento di mio padre alla massoneria e alla P2 in particolare deriva dal fatto che lui era poco ‘politico’, aveva più che altro capacità aziendali. Si sentiva insicuro rispetto a certi mondi, quelli legati ai partiti politici, così come nei confronti di una certa finanza laica. Proprio le sue doti, che gli permettevano di riportare validi successi in ambito strettamente operativo, attiravano su di lui l’attenzione interessata di diversi ambienti dai quali ha cominciato a subire pressioni […] Non è che mio padre si sia rivolto subito alla massoneria. All’inizio ha coltivato rapporti amichevoli con alcuni uomini politici […] Anche con la massoneria, come con il mondo politico, il rapporto in seguito si è guastato. Il processo per reati valutari del 1981 è stato il suo tallone d’Achille. Lì il rapporto è cambiato” […] Carlo Calvi parla dell’insicurezza del padre di fronte alla finanza laica. Il banchiere venuto dal nulla e cresciuto grazie alla sua inarrestabile forza di volontà, abituato a trattare con interlocutori curiali, era vittima di tutta una serie di complessi e si sentiva scoperto di fronte agli attacchi e alle critiche provenienti da ambienti diversi dai suoi. “C’è un episodio, ad esempio, che ebbe un enorme effetto su di lui. Fu quando Ugo la Malfa, all’epoca ministro del Tesoro, mosse le sue prime denunce contro i ‘golpisti della Borsa’. Mio padre si sente attaccato, pensa di avere come avversari persone che non aveva mai considerato ostili: gli esponenti di punta della finanza laica. È per questo che decide di rivolgersi a Gelli e Ortolani. Quelle critiche le vive come un attacco inaspettato, un pericolo per la sua carriera. È la fase immediatamente successiva all’Opa sulla Bastoni condotta da Sindona” […] Nel periodo tra la nomina a direttore centrale capo nel 1970 e a direttore generale nel 1975, Roberto Calvi si spinge oltre le scelte del suo mentore Canesi sul fronte strategico delle alleanze estere. Si adopera affinché una banca del Lussemburgo lo faccia entrane nel suo consiglio di amministrazione. Soisson Lì conosce un brillante banchiere, Gérard Soisson, che in quel periodo andava ideando il primo sistema di clearing internazionale, ovvero la camera di compensazione delle transazioni finanziarie denominata CEDEL, una società privata che nel 1999 diventerà Clearstream. Calvi e Soisson diventano amici. Il banchiere milanese coglie al volo le potenzialità di questo nuovo sistema di transazioni e l’Ambrosiano diviene uno degli azionisti-correntisti principali di CEDEL. Calvi si rende anche perfettamente conto che il Lussemburgo diventerà presto una delle capitali mondiali dei flussi finanziari coperti e per questo cerca un’ulteriore legittimazione tra i ristretti circoli del potere finanziario del granducato. Viene ammesso in una delle principali logge massoniche lussemburghesi, della quale facevano parte anche alcuni dirigenti di CEDEL […] Nel corso degli anni Settanta CEDEL diviene uno dei principali canali finanziari per le operazioni compiute dall’Ambrosiano a favore e per conto dello IOR, ma anche su moli altri fronti delicati, come la rete delle società panamensi e le operazioni in Sudamerica. Calvi, attraverso il sistema CEDEL, ottiene un doppio risultato: da un lato la segretezza e l’invisibilità delle sue acrobatiche movimentazioni di capitale (solo alcuni conti erano accessibili alle autorità pubbliche, mentre gli altri erano denominati “non pubblicati” e occultati grazie a una contabilità parallela); dall’altro la possibilità di mantenere una prova che certi trasferimenti di denaro lui li aveva compiuti, magari per conto del Vaticano o di altri potenti gruppi imprenditoriali. Un formidabile strumento di ricatto potenziale. In CEDEL infatti rimaneva e resta una traccia contabile di tutti i valori transitati […] Nel 1980, quando ormai il sistema di clearing era perfettamente avviato, Soisson organizzò una delle riunioni mensili del consiglio di amministrazione di CEDEL a Roma, negli uffici dello IOR […] La camera di clearing CEDEL era sorta intorno a un gruppo di banche situate in diverse parti del mondo, soprattutto in Inghilterra e in Lussemburgo, ma anche in Francia, in Germania, in Belgio, in Spagna, in Italia, in Olanda, in Svizzera, negli USA e in numerosi paradisi fiscali. All’inizio le banche interessate erano circa un centinaio e formavano una specie di cooperativa interbancaria. Oggi le banche partecipanti sono più di duemila e rappresentano oltre cento Paesi. Il meccanismo inventato consiste nell’offrire ai propri clienti la possibilità di non apparire mai nelle loro transazioni finanziarie internazionali. Questi clienti possono essere banchieri, manager di società dì investimenti, prestanome a capo di società off shore, privati che cercano di defiscalizzare una parte della loro fortuna, militari a capo di servizi segreti, così come anche direttori generali di imprese multinazionali. I motivi per occultare questi movimenti bancari sono molteplici e possono andare dalla semplice ricerca di discrezione nell’ambito di operazioni commerciali al riciclaggio di denaro sporco. Si può valutare il movimento finanziario legato alla nascita delle società di clearing in centinaia di miliardi di dollari. Poco importa tuttavia la quantità di zeri, importante è capire come un sistema all’inizio sano, il cui scopo era agevolare gli scambi bancari internazionali, sia stato sviato dai suoi obiettivi di partenza. La vicenda CEDEL presnta risvolti oscuri e inquietanti legati al crack dell’Ambrosiano. L’ideatore del sistema, Gérard Soisson è morto in circostanze misteriose in Corsica nel 1983, un anno dopo Roberto Calvi […] Calvi, Soisson e il nucleo dei fondatori di CEDEL sono i primi a capire che il denaro si è smaterializzato e che il problema di tutti coloro che possiedono capitali è sempre quello di investirli, di convertirli in titoli. Ma anche questi titoli sono smaterializzati, hanno perso di fatto il loro supporto cartaceo. Milioni di titoli sempre più virtuali sono scambiati ogni giorno grazie alle società di clearing […] Oltre all’entità delle cifre l’aspetto fondamentale del sistema è la fiducia tra due parti che il più delle volte nemmeno si conoscono. Qui interviene il clearing cioè la garanzia della solvibilità delle parti e la registrazione in un dato luogo in documenti precisi e concretamente visibili che lo scambio è avvenuto. Le società di clearing sono i notai del mondo contemporaneo […] Soisson muore dopo aver bevuto una tazza di caffè avvelenato. Anche i rapidi movimenti per riportare la salma dalla Corsica, luogo del decesso, fino in Lussemburgo, destano qualche sospetto […] Se quello della rete off shore, dei movimenti occulti di capitali, delle contiguità pericolose con ambienti che praticavano attività di riciclaggio è un filone centrale nella vicenda Calvi-Ambrosiano, altrettanto importante è il capitolo che riguarda l’editoria. Lo stesso Roberto Calvi più volte aveva attribuito l’origine dei suoi problemi all’ingresso nel mondo della carta stampata. È una scelta che Carlo Calvi conosce bene, avendola conosciuta direttamente e avendo frequentato i suoi principali protagonisti. “La scelta di entrare in Rizzoli non era dell’Ambrosiano, non fu una vera scelta di mio padre. Il piano originario era quello di utilizzare Rizzoli come avamposto per un progetto il cui obiettivo era quello di controllare la finanza e l’editoria italiana. Cefis L’idea non era di mio padre ma di Eugenio Cefis, presidente di Montedison, che a sua volta l’aveva probabilmente mutuata da Enrico Mattei. Poi la vicenda si è molto complicata, ma alla base di tutto rimane l’idea di Cefis, di cui più tardi si approprierà Umberto Ortolani per conto del Vaticano” […] Nel 1974 hanno inizio i primi colloqui tra la famiglia Rizzoli e i proprietari del Corriere della Sera. Per i Rizzoli il grande quotidiano milanese rappresentava il sogno di tre generazioni, ragion per cui appena si presentò l’occasione di rilevarne la proprietà fecero tutto il possibile per portare a termine tale progetto. In quel periodo il Corriere stava attraversando una fase difficile e, oltre alle ingenti perdite che registrava, doveva affrontare anche un complicato problema di gestione. Il quotidiano milanese era infatti posseduto in parti uguali da Giulia Maria Crespi, dalla FIAT e da Angelo Moratti per conto dell’ENI, ma il controllo effettivo era affidato prevalentemente alla signora Crespi […] I Rizzoli, in quegli stessi anni, erano arrivati alla terza generazione imprenditoriale. Il nonno Angelo aveva iniziato l’attività partendo con una piccola tipografia e arrivando, nel corso degli anni Sessanta, a possedere il più importante gruppo editoriale italiano. Alla sua morte, nel 1970, il controllo dell’azienda di famiglia era passato al figlio Andrea, mentre si affacciava sulla scena il giovane nipote Angelo Jr […] Dopo aver trattato con Moratti i Rizzoli proseguirono con Agnelli, che si rese anche disponibile come mediatore con Giulia Maria Crespi. L’acquisto fu deciso nel giugno del 1974 […] I Rizzoli avevano comperato quasi a occhi chiusi e ora si accorgevano che era difficile persino riuscire a pagare gli stipendi. Il Corriere, come singola testata, guadagnava, ma l’azienda che vi ruotava attorno era prossima alla crisi […] Cefis aveva promesso un sostegno finanziario all’azienda in crisi ma poi se n’era andato dall’Italia nel 1977, per stabilirsi prima in Canada e poi in Svizzera. Fu allora che nella casa editrice si impose la figura di Bruno Tassan Din, che era stato chiamato da Rizzoli nel 1973 per occuparsi della gestione finanziaria del gruppo, mai presa adeguatamente in considerazione né dal fondatore Angelo né dal figlio Andrea […] I Rizzoli e Tassan Din partirono alla ricerca di denaro. Provarono con le banche, con gli uomini politici, tutte le porte rimanevano chiuse, raccoglievano solo promesse alternate a minacce. Poi, inaspettatamente, Umberto Ortolani telefonò ad Andrea Rizzoli, già conosciuto in passato, offrendo il proprio aiuto. Così si stabilì il contatto fra la famiglia Rizzoli e la triade rappresentata da Ortolani, Gelli e Calvi […] Ortolani, è bene ricordarlo, si muove anzitutto in nome e per conto del Vaticano. La sua alleanza con la massoneria è del tutto strumentale […] Con l’operazione di acquisto del Corriere della Sera la Rizzoli diviene un’azienda in precario equilibrio finanziario che necessita di ingenti iniezioni di denaro liquido. Proprio in questa faticosa operazione di reperimento di fondi i Rizzoli si imbattono in Ortolani e Gelli e tramite loro, alla fine del 1975, arrivano a Roberto Calvi, l’anno in cui Calvi entra in contatto con la massoneria e diventa presidente del Banco Ambrosiano […] Secondo una testimonianza resa da Angelo Rizzoli Jr alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, sembra che Ortolani abbia invitato Rizzoli, accompagnato da Tassan Din, nel suo studio per scambiarsi gli auguri di Natale. Era presente anche Gelli insieme a Calvi e ai massimi dirigenti del Monte dei Paschi di Siena e della BNL […] Su richiesta di Ortolani Calvi concesse subito un’apertura di credito ai Rizzoli poi seguita da ben più consistenti affidamenti, ma chiese anche qualcosa in cambio e cioè una sponda per sistemare azioni dell’Ambrosiano all’estero, attraverso la Cisalpine di Nassau e altre società del Banco e dei Rizzoli in Lussemburgo, nel Liechtenstein e a Panama, alle quali faceva capo la United Trading Corporation, società sotto il pieno controllo di monsignor Marcinkus […] Ortolani e Gelli si servono di Calvi per coinvolgere il gruppo Rizzoli in diverse operazioni imprenditoriali e finanziarie nonché nella distribuzione di tangenti ai partiti politici, soprattutto alla DC e al PSI. Contemporaneamente vengono effettuati interventi di sostegno o di acquisizione di numerose testate a carattere locale (tra gli altri i quotidiani Il Mattino, Il Piccolo, L’Eco di Padova, Il Giornale di Sicilia, L’Alto Adige, L’Adige) nell’ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, con l’obiettivo di costituire un gruppo mediatico compatto, destinato a raggiungere il maggior numero possibile di lettori e influenzare così, in senso moderato e centrista, l’opinione pubblica. In tutta questa complessa strategia, ancor più di Licio Gelli, il vero demiurgo è Ortolani; era lui a suggerire le operazioni che dovevano essere attuate dalla Rizzoli, con particolare predilezione per quelle nei settori assicurativo e bancario, che dovevano portare liquidità all’azienda […] Il controllo della Rizzoli e del Corriere della Sera, anche se a figurare come azionisti di riferimento erano i membri della famiglia Rizzoli, era passato nelle mani dei finanziatori esterni, ovvero dello IOR. Un successo dovuto all’intervento di Roberto Calvi che in sostanza agì come tecnico e come esecutore senza trarne alcun vantaggio né per sé né per il Banco Ambrosiano. Nel 1978 Umberto Ortolani subentra ad Andrea Rizzoli nel consiglio di amministrazione della Rizzoli (fatto peraltro documentato anche in sede di Commissione P2) […] Verso la primavera del 1980 prende corpo l’operazione tesa a rafforzare il ruolo di Ortolani e Gelli nel Corriere della Sera, attraverso la presenza diretta nell’azionariato Rizzoli e del Corriere di una misteriosa entità denominata “Istituzione”; il tutto doveva compiersi con i soldi dell’Ambrosiano. Non esiste prova documentale che dietro l’Istituzione si celi la P2, come invece si è sempre ritenuto. Ortolani tra l’altro ha sempre rappresentato interessi legati al Vaticano. Negli archivi di Gelli è stato ritrovato un rapporto sull’Opus Dei, elemento che attesta come il Venerabile guardasse con attenzione alla potente organizzazione cattolica. Va inoltre osservato che la P2 in quanto tale non disponeva di ingenti fondi propri da investire, era prevalentemente un network incapace di mobilitare direttamente risorse proprie. Si arrivò comunque alla redazione e all’approvazione del cosiddetto “pattone”. Si tratta di un documento dattiloscritto di una dozzina di pagine nel quale viene elaborato un programma di massima per le operazioni relative al nuovo aumento di capitale della Rizzoli che venne siglato a Roma all’Hotel Excelsior nel 1980 da Angelo Rizzoli Jr, Umberto Ortolani, Licio Gelli, Roberto Calvi e Bruno Tassan Din. Al termine di un complesso movimento di capitali e di azioni l’entità denominata Istituzione avrebbe disposto del 49,8% del capitale, il 10,2% sarebbe stato intestato a una fiduciaria che faceva capo a Tassan Din e il rimanente 40% sarebbe rimasto in mano ai Rizzoli. I costi di quest’operazione se li sobbarcò per intero il Banco Ambrosiano. Ortolani, Gelli e Tassan Din intascarono premi multimiliardari, sempre a carico dell’Ambrosiano. Carlo Calvi spiega: “Molti di questi fondi versati dal Banco Ambrosiano per la Rizzoli furono distratti da Ortolani e da Tassan Din. Ma dietro tutto questo c’è anche l’idea di mantenere un controllo dall’esterno sulla Rizzoli, che poi non fu più possibile a causa del cambiamento della legge sull’editoria che fu varata nell’agosto 1981” […] L’opinione pubblica si interessò al duo Ortolani-Gelli quando, nell’autunno del 1979, scoppiò lo scandalo ENI-Petromin. Si trattava di un contratto per la fornitura di petrolio che l’ENI aveva siglato con Petromin, l’ente dell’Arabia Saudita, e per il quale era stata pagata una tangente mascherata come spese di consulenza, versata a una società panamense che faceva capo all’Ambrosiano. L’ENI avverte il ministero del Commercio estero di avere stipulato un vantaggioso contratto con l’Arabia Saudita per la fornitura di greggio all’Italia e di dover pagare una provvigione a una società di brokeraggio internazionale che ha condotto l’operazione. Il ministro si congratula con il presidente dell’ENI, sottolineando la soddisfazione del presidente del Consiglio Andreotti. Il pagamento di questa robusta tangente era stato protetto dalla contemporanea presenza all’interno del ministero per il Commercio estero di due appartenenti alla P2 tra cui il ministro stesso […] Dalle indagini condotte all’interno dell’ENI emerse che l’ente petrolifero finanziava la holding lussemburghese dell’Ambrosiano e che buona parte dei crediti forniti dall’ENI erano stati usati per finanziare alcune partecipazioni estere del Banco Ambrosiano in gravi difficoltà finanziarie. Ecco una delle ragioni per le quali, secondo Carlo Calvi, dopo la carcerazione dell’estate ’81 a Lodi, nel corso della quale il presidente dell’Ambrosiano comincia a parlare dei partiti, Craxi e Andreotti si trasformano in suoi nemici, tanto da decretarne, d’intesa con il Vaticano, la caduta. Se infatti al processo d’appello previsto per l’estate del 1982 Calvi, come promesso, avesse cominciato a parlare delle maxitangenti l’asse della Prima Repubblica avrebbe potuto vacillare. Il Banco Ambrosiano Holding poté in effetti contare su cospicui crediti concessi dall’ENI, le cui figure di riferimento all’epoca erano in quota PSI. Ed è noto che Calvi finanziò il PSI nonché altri partiti […] È Siegenthaler a gestire i flussi di denaro che dall’ENI arrivano alle società estere del Banco Ambrosiano per poi finire chissà dove […] In aiuto di Calvi, che intanto continua a girare soldi allo IOR e a finanziare l’editoria e i partiti, viene anche la BNL del banchiere piduista Alberto Ferrari […] Al momento del crack dell’Ambrosiano l’ENI e la BNL risulteranno i due maggiori creditori […] Alla fine del 1979 la situazione di Calvi e dell’Ambrosiano, oberato da una mole di impegni finanziari superiore alle sue possibilità, diventa sempre più insostenibile. Il banchiere gioca ancora una volta la carta della ricapitalizzazione, ma in questa fase, per effetto del drenaggio effettuato dallo IOR, dal duo Ortolani-Gelli e da altre operazioni, i bilanci sono in forte perdita. Roberto Calvi si rende perfettamente conto della debolezza della sua posizione e avverte la necessità di appoggiarsi sempre più ai partiti politici. Finanziava il PSI dal 1975, il PSDI dal 1979, il PCI dal 1980 […] Nella primavera del 1980 il PSI aveva accumulato un’ingente esposizione nei confronti del Banco Ambrosiano che ne aveva sollecitato più volte, senza successo, il rientro. Claudio Martelli, deputato dal 1979, chiese a Gelli di interessarsi della questione presso Calvi. Il presidente dell’Ambrosiano fece presente a Gelli che era disposto a venire incontro al Partito Socialista Italiano, in cambio di nuovi, futuri depositi effettuati all’estero a favore dell’Ambrosiano dal gruppo ENI. L’operazione venne approvata dai vertici del PSI e vennero fornite a Calvi le coordinate di un conto in Svizzera su cui fare accreditare gli importi che l’Ambrosiano avrebbe bonificato. Da parte sua il partito si impegnava a usare tali importi per rientrare dall’esposizione che aveva in Italia con lo stesso Banco Ambrosiano. Il conto era presso l’UBS di Lugano. Era il famoso “Conto Protezione” […] In seguito il PSI non restituì, se non in minima parte, i fondi che aveva ricevuto in prestito dal Banco Ambrosiano. Con i soldi dell’Ambrosiano la corrente craxiana vinse il successivo congresso di Palermo del maggio 1981 in cui venne eletto vicesegretario Claudio Martelli. Il 1 giugno 1981 i giudizi Fenizia e Viola inoltrarono una rogatoria alla Camera dei ricorsi penali di Lugano e al giudice istruttore del tribunale di Lugano nella quale si chiamavano in causa i vertici dell’ENI, Martelli e Calvi, con le ipotesi di reato di concorso in peculato, corruzione aggravata, interesse privato in atti d’ufficio. La rogatoria passò da Milano al porto delle nebbie romano e nel settembre 1981 la Procura della capitale ottenne la competenza di tutte le inchieste sulla P2. Nel giugno 1983 l’inchiesta sul “Conto Protezione” venne archiviata […] Con Carlo Calvi ho approfondito una delle piste mancanti nella ricostruzione del caso Calvi-Ambrosiano: il ruolo dell’Opus Dei. Negli anni in cui il banchiere di Dio siede ai vertici della finanza italiana, due fazioni si scontrano all’interno del Vaticano. Obiettivo: promuovere un nuovo indirizzo di pensiero e una linea d’impegno politico ma anche controllare le finanze vaticane. Partiamo dal 1978. Il Vaticano è scosso dal rapido avvicendamento di tre Papi. Il 6 agosto muore l’ottantenne Paolo VI, papa Montini. Albino_luciani Il 26 agosto viene eletto Papa Albino Lucani, patriarca di Venezia, che assume il nome di Giovanni Paolo I. poco più di un mese dopo la sua elezione, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, Giovanni Paolo I muore per un infarto del miocardio (mai clinicamente documentato: il corpo venne subito imbalsamato senza essere sottoposto ad autopsia) e il 16 ottobre viene eletto Papa l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla che assume il nome di Giovanni Paolo II. Si è molto discusso a proposito delle intenzioni di papa Lucani di promuovere un’azione di rinnovamento nell’ambito della gestione delle finanze vaticane di cui aveva una buona conoscenza. In effetti, quando era patriarca a Venezia, Lucani aveva duramente protestato per la cessione della Banca Cattolica del Veneto dallo IOR all’Ambrosiano. Marcinkus ne aveva ordinato la cessazione delle attività e la sua integrazione all’interno dell’Ambrosiano senza né consultare né informare il consiglio d’amministrazione della banca che veniva assorbita. La Banca Cattolica del Veneto era anche l’istituto al servizio del patriarca di Venezia e il suo punto di riferimento era proprio Albino Lucani. Marcinkus aveva reagito con sdegno e rabbia alle intromissioni nel suo operato, essendo ormai abituato a gestire lo IOR con metodi autocratici; inoltre aveva tessuto una fitta rete di rapporti con la massoneria e per questo non gradiva che un Papa di orientamento più conservatore sui temi della gestione finanziaria mettesse il naso nella spericolata costruzione cui aveva dato vita insieme a Roberto Calvi. Di qui lo scontro […] Riguardo al vento nuovo che Giovanni Paolo I avrebbe portato, vanno eliminate alcune semplificazioni: si ritiene che volesse dar vita a un pontificato basato su una concezione ispirata all’opera di Giovanni XXIII, “il Papa buono”, da cui mutuò la prima parte del nome, e che alla sua nomina fossero estranee cordate di potere all’interno del Vaticano. Di conseguenza, si crede che se fosse vissuto più a lungo avrebbe fatto piazza pulita di molte ambigue contiguità. In realtà la nomina di Albino Lucani non nasceva dal nulla, era piuttosto il frutto di un forte movimento che, dopo le nuove prospettive aperte dal Concilio Vaticano II, pretendeva una “restaurazione”. Proprio sulla base di questa linea conservatrice la candidatura di Albino Lucani era ben vista e sostenuta dall’Opus Dei: già prima del suo pontificato, infatti, Lucani espresse pubblicamente forte appoggio all’Opus Dei, che aveva invece trovato resistenze in Paolo VI, il quale aveva negato ripetutamente all’Opera la possibilità di ottenere la prelatura personale […] Si può ritenere che Montini rappresentasse una fazione di tecnocrati illuminati, aperti alle innovazioni del Concilio Vaticano II, che contrastavano il tentativo di restaurazione dell’armata integralista e conservatrice rappresentata dall’Opus Dei. Distinzioni sottili ma importanti. Queste due anime della Curia romana e della finanza cattolica si contendevano aspramente il primato, con risultati che si propagano sino ai giorni nostri […] In ogni caso, da uno scritto di Albino Lucani, nel quale il patriarca di Venezia tesseva apertamente le lodi dell’Opera e della sua concezione della vita laicale ed ecclesiale, si desume che se fosse rimasto sul soglio di Pietro, Giovanni Paolo I avrebbe presto concesso la prelatura personale all’Opus Dei e ne avrebbe seguito le indicazioni su importanti questioni […] A riconoscere questi fatti sono persino i vertici dell’Opus Dei. Monsignor Alvaro del Portillo, successore di Escrivá de Balaguer alla guida dell’Opera, in una lettera del 23 aprile 1979 alla Sacra Congregazione per i vescovi ha rivelato: “Sua Santità Giovanni Paolo I manifestò nel settembre 1978 la volontà che si procedesse a dar l’auspicata soluzione al nostro problema istituzionale. E il 15 novembre 1978, nel trasmettermi una lettera autografa augurale del Santo Padre Giovanni Paolo II per il 50° anniversario dell’Opera, il compianto Cardinale Segretario di Stato Jean Villot mi comunicò che Sua Santità considerava un’indilazionabile necessità che sia risolta la questione di una sistemazione giuridica dell’Opus Dei”. L’intenzione di Albino Lucani di rimuovere Marcinkus dallo IOR, imprimendo una nuova direzione alle finanze vaticane, non era dovuta soltanto a un semplice desiderio di pulizia e correttezza, quanto a un preciso disegno di matrice opusiana che intendeva affidare il delicato capitolo della gestione delle finanze della Santa Sede a figure più affidabili, sia all’interno sia all’esterno del Vaticano […] Wojtyla All’inizio degli anni Settanta l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, mentre partecipava a Roma ad alcuni convegni presso il centro per i sacerdoti dell’Opera, entrò in contatto con la medesima. Il 13 ottobre 1974 Wojtyla tenne una conferenza al Centro della residenza universitaria internazionale di Roma dell’Opus Dei, sul tema “L’evangelizzazione e l’uomo interiore”. L’intesa tra l’Opera e l’arcivescovo di Cracovia, cementata dall’anti-marxismo radicale, dalla devozione mariana e dall’integralismo teologico, crebbe nel tempo […] Dal 1969 al 1973 l’Opus Dei andò in pratica al potere in Spagna con i tecnocrati del governo dell’ammiraglio Carrero Blanco, che gestì abilmente il lungo autunno del franchismo; ma anche in Francia l’espansione dell’Opus Dei era indiscutibile […] In Italia l’ingresso e l’espansione dell’Opera sono legati alle iniziative di monsignor de Balaguer che si trasferì a Roma nel 1946 ed esercitò una forte azione proseguita poi tramite i suoi inviati, ultimo il vescovo attualmente alla guida, Javier Echevarria Rodriguez. Il rapporto dell’Opus Dei con la massoneria è sempre stato improntato alla conflittualità e all’antagonismo, ma si sono evoluti nel corso degli anni. Se all’epoca di Calvi lo scontro era pressoché totale, ora le posizioni si sono ammorbidite. Negli ultimi anni è maturata una tregua non priva di forme di collaborazione […] Nel 1978, quando con il sostegno decisivo dell’Opus Dei Wojtyla è eletto pontefice, si realizza una situazione singolare: l’Opera prende sempre più peso nelle vicende vaticane configurandosi rapidamente come una fazione compatta e potente, tendenzialmente ostile a Marcinkus. Quest’ultimo, secondo quanto pubblicato da OP di Mino Pecorelli, faceva parte della Loggia Ecclesia, data di affiliazione 21 agosto 1967, matricola 43/649, che avrebbe annoverato tra i suoi iscritti anche i cardinali Baggio, Pappalardo, Poletti, Villot, il segretario di Paolo VI Pasquale Macchi e il vicedirettore dell’Osservatore Romano. Il nuovo pontefice, pur dovendo riconoscenza all’Opera per il suo appoggio determinante nello svolgimento del conclave, non se la sentiva di rimuovere Marcinkus dal suo incarico perché Marcinkus e Calvi erano funzionali alla sua politica di indebolimento del blocco comunista, sia nell’Europa dell’Est sia in America Latina. Marcinkus, fervente anticomunista, vicino ad ambienti atlantici favorevoli all’interventismo nei Paesi dell’Est europeo, era lo strumento ideale per la politica di disgregazione del blocco sovietico del quale faceva parte la Polonia […] Nonostante l’appoggio di Giovanni Paolo II all’Opera stessa e alle sue istanze di una svolta conservatrice, l’Opus Dei fu costretta a tirare il freno e convivere con una situazione che non era di suo gradimento. Dovette accettare obtorto collo che un banchiere iscritto alla massoneria fosse il punto di riferimento del Vaticano […] Almeno a partire dal 1978 l’Opera affiancò nel tempo a Calvi uomini come Siegenthaler, direttore del Banco Ambrosiano Overseas di Nassau, che ha svolto un ruolo di rilievo nel trasferimento del tesoro dell’Ambrosiano verso i paradisi fiscali panamensi dov’erano situate le controllate dello IOR […] Racconta Carlo Calvi: “Ci sono state molte persone che hanno svolto la funzione di tramite diretto tra l’Opus Dei e l’Ambrosiano, in particolare l’avvocato svizzero Wiederkeher che ha creato molte delle società panamensi che figurano nelle famose lettere di patronage di Marcinkus. L’Opus Dei era già presente prima della fase finale della vita di mio padre, quando l’Opera tornerà prepotentemente sulla scena”. 

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da Ferruccio Pinotti, Poteri forti, 2005 Rizzoli

21 novembre 2007

lassù è l'Oriente

Nel 1973-1974 la Comunità europea ormai era quasi diciottenne e l’Alleanza atlantica aveva un quarto di secolo. Persino Paolo VI giudicava “provvidenziale” Porta Pia. Il clericalismo era morto per mano del papa. Il discrimine per massoni di formazione ormai internazionale era tra “area delle libertà” e “totalitarismo sovietico”, con un preciso corollario: la certezza che i regimi reazionari, instaurati sulla spinta di eventi circoscritti, per quanto brutali rimanevano strumentali, privi di necessità assoluta e quindi transeunti; mentre le dittature comuniste, proprio perché ispirate da una filosofia, volevano per sé la storia, il destino umano e quindi erano nemico assoluto con il quale, in prospettiva, non era possibile transigere in alcun modo […] Il nuovo ceppo della Massoneria italiana dall’inizio degli anni Settanta in buona parte crebbe nella Loggia “Propaganda massonica” n. 2 […] Ascarelli Chiesta l’iniziazione massonica senza nulla nascondere del suo trascorso di “legionario” nel Corpo truppe volontarie in Spagna, nel quale si arruolò diciassettenne presentandosi come Livio Gommina, per raggiungere il fratello maggiore, che vi perse la vita, e “avocato” dall’originaria “Gian Domenico Romagnosi” alla loggia “Hod”, retta da Roberto Ascarelli, Gelli si sobbarcò per la Massoneria compiti via via più delicati e complessi, assolvendoli con piena soddisfazione di Ascarelli e del Gran Maestro Giordano Gamberini. Il 31 gennaio 1968 questi gli scrisse: “Mio caro Gelli, le tue straordinarie qualità organizzative e il loro generosissimo impiego al servizio del nostro Ordine mi hanno indotto al piacere di designarti quale Garante d’Amicizia di una Gran Loggia presso il Grande Oriente d’Italia. Questa qualifica ti consentirà, fra l’altro, di partecipare alle sedute del Consiglio dell’Ordine e della Gran Loggia…” […] Poco dopo l’ascesa a Gran Maestro il professor Lino Salvini delegò Gelli a rappresentarlo presso i Fratelli della Loggia “Propaganda” all’Oriente di Roma e a iniziarne nuovi membri. Poco più di un anno dopo, Salvini – che conservava la carica di Venerabile della Loggia “coperta” dell’Ordine – nominò Gelli “Segretario organizzativo” della Loggia, invitandolo a “predisporre uno studio per la strutturazione della stessa”, sicuro che egli avrebbe continuato a profondere ogni sua energia nell’interesse dell’Istituzione. Se il costume voleva che fossero i futuri recipienti a muovere alla volta della Vera Luce attraverso lunga peregrinazione e macerazione interiore e rimanessero persino anni in attesa di risposta al primo timido picchiettio sulle porte più esterne del recinto massonico, facendo suo il modus conscribendi generalmente utilizzato nell’Ottocento, Gelli impresse un ritmo impetuoso alla selezione di iniziandi: fra i titolari di alte cariche pubbliche e posizioni cospicue negli affari e nella comunicazione. Il riconoscimento di merito nella posizione socio-professionale, come negli Ordini cavallereschi (“sacri” o “repubblicani”) e, in altra forma, nei Rotary e Lions, fungeva da implicito superamento dell’apprendistato all’esercizio delle virtù di cui un Libero Muratore deve essere fornito. Era infatti impensabile che potesse esser giunto al vertice di una grande impresa finanziaria o industriale o di una “carriera” nel mondo della burocrazia, delle arti, delle scienze e persino dello spettacolo e dell’informazione chi non fosse dotato di autocontrollo, capacità di ascolto e mediazione, duttilità, propensione al dialogo, alla tolleranza: con quel tanto di senso del relativo di cui doveva essere fornito qualsiasi dirigente dell’Italia postbellica, passata dalla morbida defascistizzazione, scevra da eccessi epurativi, alla laicizzazione strisciante del costume pubblico e privato, malgrado il rigore del pontificato pacelliano […] Gamberini La forbice tra norma e realtà imponeva un nuovo nicodemismo. E, come al tempo dei marrani, v’era bisogno di spazi ispirati alla tolleranza. La Massoneria faceva al caso: soprattutto per i cattolici più integrali, cioè non burocratici e curiali […] Molti fra i cavalli di battaglia della Massoneria del secolo precedente risultavano ormai sfiancati e inerti. Era il caso, per esempio, della lotta per la cremazione dei cadaveri, dal 1964 ammessa senza riserve da parte della Chiesa cattolica. La profonda revisione della precettistica e la più severa disciplina nel culto della Madonna e dei santi introdotte dal Concilio Vaticano II spezzarono le punte più acute e scontate della polemistica anticlericale e fecero balzare in primo piano la necessità che in una società veramente pluralistica tutti si adeguassero al rispetto delle convinzioni altrui, ove queste non nocessero ad altri. Lo stato, in altre parole, si sarebbe confermato veramente laico se avesse tutelato anche le opzioni dei cattolici, non se avesse imposto un robespierrriano culto della Ragione o dell’Ente Supremo o un laicismo coatto e quindi fatalmente intollerante e bigotto, da “guerra di religione”. In tale ottica e certo senza chiedere ai Fratelli di abdicare alle proprie personali convinzioni, mentre nel 1970 chiamò a raccolta a sostegno dell’introduzione del divorzio, nel 1974 il Grande Oriente d’Italia non scese in prima linea nella battaglia referendaria […] Il 30 dicembre 1974, premesso che “le specifiche ragioni e situazioni che avevano consigliato, fino ad allora, il mantenimento della Risp. Loggia “Propaganda” denominata “P2” alla diretta Obbedienza del Gran Maestro, si erano modificate”, e che la necessità di copertura di parecchi Fratelli in essa affiliati stava perdendo di significato e occorreva uniformare l’assetto del Grande Oriente a quello delle altre Comunioni, il Gran Maestro abrogò lo status della Loggia e decise che la posizione dei suoi componenti sarebbe stata vagliata per verificare quanti ancora dovessero rimanere nell’Officina […] Salvini ringraziò Gelli, “che lascia la carica di Segretario Organizzativo che ha ricoperto negli ultimi anni con dedizione e abnegazione” tali, invero, da indurre il “Segretario organizzativo” a non abbandonare affatto il controllo della “P2”, come si vide l’anno seguente, quando, in risposta all’accusa mossagli in Gran Loggia di aver usato per fini da accertare sovvenzioni erogategli dalla FIAT per impedire la fusione delle tre confederazioni sindacali (CGIL, CISL e UIL) in un unico sindacato effettivamente unitario, Salvini ritirò i provvedimenti precedentemente adottati per “disciplinare” la P2. “Restituiti” a Salvini circa 400 Fratelli, Gelli continuò a iniziare membri della Loggia P2, ora in contrasto, ora d’intesa – a volte tacita, a tratti esplicita – con il capo dell’Istituzione. Avvalendosi di una delle prerogative riconosciute dai landmarks, questi procedette a sua volta a “iniziare sulla spada” sempre nuovi Fratelli, sia in Italia sia all’estero, senza che ne rimanesse necessariamente traccia documentaria a Roma […] Nel corpo della Comunione prese a serpeggiare un crescente fermento nei confronti del poco che trapelava a proposito della P2 e dei legami che suoi componenti avevano con istituzioni pubbliche. Tali “rumori” non impedirono tuttavia che la P2 continuasse a dilatare i ranghi degli affiliati […] Salvini Nel novembre 1978 Salvini depose il Supremo Maglietto con sei mesi di anticipo sul previsto. Alla successione si candidò Giordano Gamberini, che si diceva fosse sostenuto da Gelli […] A sorpresa risultò eletto il cinquantanovenne Ennio Battelli, generale di aeronautica in congedo e già Venerabile della Loggia “Acacia” di Imperia, proclamatosi di orientamento “democratico” nella richiesta d’iniziazione […] Uno storico misurato quale Renzo De Felice nel 1978 scrisse: “La massoneria ha in gran parte perduto il peso politico esercitato in passato, giacché il controllo del potere è passato ai partiti”. Nello stesso torno di tempo il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Lino Salvini, propalò tuttavia che l’Ordine aveva all’Obbedienza da cento a centocinquanta parlamentari e lasciò immaginare ch’essi erano solo la punta del gigantesco iceberg liberomuratorio: coagulo di Fratelli sempre più numerosi e potenti. In rotta verso quale meta? Sospinti da correnti esogene o secondo un proprio piano di viaggio? E con quali obiettivi? Erano ormai in molti a domandarselo in Italia, anche perché allarmati dal poco che di quando in quando filtrava da inchieste in corso a proposito di vicende dai risvolti assai oscuri ma in margine alle quali era balzata fuori la sigla della Massoneria, senza alcun distinguo tra diverse Obbedienze né tra i Supremi Consigli che si contendevano la sovranità sulla Giurisdizione italiana e gareggiavano per ottenere riconoscimenti esteri, soprattutto da parte delle due Giurisdizioni degli Stati Uniti […] Non si trattava di mere schermaglie procedurali, giacché il Grande Oriente aveva sommamente bisogno dell’amicizia da parte delle Comunioni massoniche d’oltre Atlantico, in una stagione che vedeva molti Fratelli di spicco inquisiti per le accuse più disparate. Tra l’altro, venne dato rilievo al fatto che il procuratore generale della Repubblica Carmelo Spagnuolo, l’ambasciatore Edgardo Sogno, l’ex segretario del PSDI Flavio Orlandi e altri illustri Fratelli, oltre ad Anna Bonomi, avevano rilasciato attestazioni a favore di Michele Sindona, arrestato negli Stati Uniti e la cui estradizione in Italia veniva caldamente sconsigliata […] Firmatari degli affidavit pro-Sindona figuravano altri due personaggi di rilievo. Anzitutto John McCaffery, scozzese cattolico, già agente della “Number One Special Force” che ebbe parte di primissimo piano nell’organizzazione della lotta di liberazione in Italia sin dall’autunno 1943, con ruoli di spicco sia per assicurare i collegamenti tra resistenza armata, comandi anglo-americani e governo del re, e sia – direttamente o tramite corpi speciali di resistenti, come l’Organizzazione Franchi creata dall’allora ventinovenne Edgardo Sogno – per strappare partigiani di altissimo rango, come Ferruccio Parri, alla diversamente prevedibile sorte quando caddero prigionieri dei tedeschi. McCaffery aveva avuto modo di apprezzare le qualità professionali di Sindona: come peraltro avevano fatto l’onorevole Giulio Andreotti che lo definì “il salvatore della lira”, Amintore Fanfani, l’ambasciatore americano degli Stati Uniti in Italia, Graham Martin, che gli conferì le insegne di “uomo dell’anno”, e ambienti finanziari e non del Vaticano. McCaffery, come Sogno, si convinse che attraverso Sindona si intendeva colpire quanti si prodigavano senza riserve in una lotta frontale per impedire l’ingresso del PCI nel governo. Altro firmatario pro-Sindona fu Licio Gelli […] Il 15 aprile 1977, da Lino Salvini, Gelli aveva avuto la delega ai “rapporti con i Fratelli in affiliati, ossia con i Fratelli che non risultino iscritti ai ruoli né delle Logge come membri attivi né del Grande Oriente come membri non affiliati”. Il Gran Maestro precisò: “Per effetto di tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e sollecitando quelle realtà che tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria” […] Ben inteso, la P2 figurava nelle liste delle Logge regolari distribuite all’interno del circuito delle Comunioni riconosciute dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Gli iniziati giuravano “di non professare principi che osteggino quelli propugnati dalla Libera Muratoria”, ricevevano una tessera firmata dal Maestro Venerabile e dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia ed erano preventivamente dispensati dagli obblighi previsti per gli affiliati alle Logge ordinarie (frequenza dei lavori) […] La dilatazione del numero degli affiliati determinò la riorganizzazione della P2 in nuclei regionali affidati ad altrettanti fiduciari; una rete che, per ragioni organizzative, fece capo al Centro studi e documentazione per la cooperazione europea (nome ovviamente di copertura, come tutti quelli generalmente adottati per sedi massoniche) […] “Con l’apertura di questa sede e con la presenza in essa di un componente del Consiglio esecutivo in ogni giorno della settimana” scrisse Gelli, “ci auguriamo che gli amici che, per qualsiasi motivo, debbano trovarsi a Roma, ci facciano visita, non solo per mantenere e rafforzare i contatti necessari, ma anche per soddisfare tutti gli adempimenti amministrativi e ricevere quei suggerimenti indispensabili onde poter continuare proficuamente nell’opera di potenziamento […] È sufficiente tener presente che la nostra organizzazione non rappresenta né una corrente religiosa né una ideologia politica – perché si tiene all’esterno di questi sentimenti – e perché si considera la vera portatrice degli ideali di pace, solidarietà umana e di umiltà, ma è altrettanto evidente che essa non può mancare dall’osservare con la più puntuale attenzione gli avvenimenti e, se sollecitata, apportare la sua collaborazione per agevolare l’applicazione ed il rispetto delle norme intese al mantenimento della legalità e per combattere con tutti i mezzi a sua disposizione il dilagare dell’immoralità e del malcostume”. Leone Sin dall’agosto 1975 Gelli aveva messo a punto uno Schema R, presentato anche al presidente della repubblica Giovanni Leone, sotto l’incalzare dell’avanzata del PCI, registrata nelle elezioni amministrative del 13 giugno precedente, in forza delle quali un blocco significativo di giunte social-comuniste si era insediato alla testa di altrettante amministrazioni regionali, provinciali e comunali, non solo in aree tradizionalmente “rosse”, ma anche nel resto d’Italia […] Il crollo degli USA nel Vietnam del Sud, dove il 1 maggio Saigon venne occupata dai vietcong, e i crescenti problemi interni del continente americano lasciavano prevedere, per comune opinione, una minore disponibilità di Washington a impegnarsi direttamente a difesa dell’Europa occidentale trent’anni dopo il ripristino delle democrazie partitico-parlamentari. Il caso dell’Italia, unico paese nel quale il partito comunista condizionasse il quadro politico globale, all’estero era considerato particolarmente critico […] “Queste osservazioni preliminari” si legge nello Schema R, “per quanto ridotte a ristrette linee essenziali, mostrano chiaramente la precarietà della situazione e la gravità del pericolo che l’Italia sta correndo: la drammaticità delle condizioni di vita del Paese sono estreme ed impongono imperiosamente di ricorrere ad estremi provvedimenti, il che equivale ad operare in stato di emergenza”. Di lì la richiesta dell’intervento diretto del presidente della repubblica “ad evitare un più pesante aggravamento della già gravissima situazione”. Tra gli obiettivi urgenti per salvaguardare il modesto tasso di tenuta “occidentale”, lo Schema R individuava la sostituzione della repubblica parlamentare con quella presidenziale, la proclamazione dello stato di “amnistia sociale” per un periodo non inferiore a due anni, la nomina e insediamento di un “comitato di coordinamento” composto da non più di 11 membri scelti tra i tecnici di provata esperienza e capacità nelle rispettive specializzazioni, con il compito immediato e principale di esaminare, studiare e proporre eventuali riforme della Costituzione vigente. Fra le altre misure non rinviabili figuravano l’abrogazione della immunità parlamentare, la riorganizzazione delle camere in due settori, uno politico e uno tecnico, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione dei ministeri superflui o paralleli, il ridimensionamento del ministero delle partecipazioni statali, la drastica riforma dell’apparato burocratico dello stato per eliminare sprechi e aumentarne l’efficienza, il divieto di sciopero per magistrati, medici e impiegati statali e parastatali, lo sfoltimento del cumulo delle cariche, una più incisiva lotta contro la delinquenza comune e politica previo ripristino della fiducia nelle forze dell’ordine, la riduzione progressiva del reclutamento di leva che dovrebbe essere gradualmente sostituito con servizio militare volontario, il ripristino della pena di morte per reati di sequestro di persona, rapina con omicidio, pirateria aerea, navale o terrestre quando ne consegua la morte o il ferimento di viaggiatori o di personale di bordo” […] “Il presente schema” precisava Gelli, “non prelude a un colpo di Stato bensì a scongiurare l’irreparabile jattura di una guerra civile e ad allontanare dall’Italia il pericolo di un governo dittatoriale di ispirazione comunista” […] Il modus operandi di Licio Gelli era in sintonia con quello solitamente tenuto dalla Massoneria italiana, ancora e sempre alle prese con l’annoso problema di dar vita a una compagine di “uomini di Stato” in un paese dilaniato dalle fazioni partitiche. Gli inaffiliati “all’orecchio” di Salvini non erano da meno per rango pubblico e sociale, rispetto ai membri della P2 e del resto per lungo tempo ne furono sodali […] Il 5 ottobre 1980 Gelli fece pubblicare sul Corriere della Sera un testo sotto forma di intervista, nella quale sintetizzò i propositi da anni indicati nello Schema R e nel Piano di Rinascita democratica. Si trattava di proposte né particolarmente audaci né inedite […] Il consolidamento della colazione di centrosinistra, con l’ingresso dei socialdemocratici nel governo Forlani (il 18 ottobre 1989, subentrato al secondo governo Cossiga), contando anche sull’appoggio dei liberali per singoli provvedimenti, indicava il consolidamento di un “grande centro” che stava vincendo la battaglia contro il terrorismo politico e si emancipava vieppiù dalla necessità di ricorrere all’ingresso-sostegno del PCI nell’esecutivo o alla testa di commissioni parlamentari. Almeno in prospettiva si intravedeva la fine del consociativismo, nettamente rifiutato da una quota consistente della DC e da ambienti determinanti del mondo cattolico esterni alla DC ma molto influenti sul suo elettorato. La vittoria e l’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti del “fratello” Ronald Reagan e di George Bush, il 20 gennaio 1981, fra i cui invitati figurò Gelli, e l’impegno dell’amministrazione statunitense a sostegno del movimento di Solidarnosc che dalla Polonia di papa Wojtyla andava rimettendo in movimento il quadro politico dell’Europa orientale, contribuivano ad appannare l’egemonia politico-culturale del PCI e dei suoi fiancheggiatori, fino a poco prima pressoché indiscussa […] Il 17 marzo 1981, in esecuzione di un mandato emesso dai magistrati Viola, Colombo e Turone del tribunale di Milano, impegnati nell’indagine a carico di Licio Gelli per presunta “estorsione continuata ai danni di Cuccia Enrico e altri, in concorso con Sindona Michele e altri”, venne effettuata una perquisizione dell’ufficio di Gelli presso lo stabilimento di Castiglion Fibocchi. Il materiale colà rinvenuto venne sequestrato […] Per fronteggiare la pressione di diverse parti, il presidente del Consiglio Forlani il 7 maggio 1981 nominò una commissione di tre saggi richiesti di stabilire se la P2 dovesse essere ritenuta o meno un’organizzazione segreta. In assenza di una legge sulle associazioni simile a quella in vigore in Francia fin dal 1901, il giudizio sulla P2 non poteva essere che politico. La conclusione alla quale pervennero i tre saggi, fu che la P2 era da considerarsi una associazione segreta […] Il 21 maggio 1981 il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative a esso eventualmente connesse, onorevole De Martino, durante la cui segreteria il PSI, appiattitosi sulle posizioni del PCI, toccò il minimo storico dei consensi elettorali, trasmise ai presidenti delle camere, Nilde Iotti e Amintore Fanfani, il materiale rinvenuto a Cartiglion Fibocchi. Poiché negli elenchi degli affiliati figuravano un alto numero di responsabili dei servizi d’informazione politici e militari e molti altri ufficiali delle tre armi, dei carabinieri e della guardia di finanza, al presidente non rimase che rassegnare le dimissioni e l’emergenza morale balzò in primo piano, superando addirittura l’emergenza economica e quella terroristica, nelle indicazioni del nuovo presidente del Consiglio, il repubblicano Spadolini, che assunse la guida di una colazione di grande centro […] Quanti videro il proprio nome pubblicato nelle liste, subito diffuse dai mezzi di informazione, attesero con crescente sconcerto che il Grande Oriente d’Italia e lo stesso Maestro Venerabile della Loggia P2 chiarissero ad autorità inquirenti e opinione pubblica l’esatta posizione della Loggia e di ciascuno di essi […] Il Governo dell’Ordine non reagì all’onda, di giorno in giorno più incalzante, di sollecitazioni ad assumere la tutela della legittimità della posizione dei massoni elencati nelle liste pubblicate il 21 maggio […] Il 1 ottobre dall’estero Gelli manifestò alla Giunta del Grande Oriente d’Italia il dolore e la delusione “nell’aver dovuto constatare l’assenteismo che era stato tenuto nei suoi riguardi e il fatto che questa apatica indifferenza abbia colpito soprattutto coloro che erano iscritti e che avevano quindi commesso l’unico reato di aver creduto ed abbracciato l’idea massonica e che hanno dovuto assaporare nel loro naufragio tutta l’amarezza dello sconforto, della disperazione e dell’ira er essere stati abbandonati alla deriva da quella stessa nave a cui con tanto orgoglio avevano dato la loro fede ed il loro amore ritenendola il più puro simbolo dell’assistenza e della solidarietà. Ma quello che è ancora più avvilente è che hanno dovuto rendersi conto mestamente che quella tessera nella quale era stabilito che ogni iscritto avrebbe ricevuto ovunque la piena assistenza e la solidarietà massonica non solo non ha svolto nessuna azione in loro favore, ma ha al contrario comportato danni materiali e morali di incalcolabile portata a loro e alle loro famiglie. E dire che la tessera era firmata anche dal Gran Maestro. E certamente costoro e i loro figli non avranno un buon ricordo della Massoneria Italiana” […] A conclusione Licio Gelli avanzò richiesta di assonnamento, che avrebbe potuto essere un modo per chiudere il procedimento a suo carico, e sarebbe stata anche la via per dissociare subito la sua figura dalla Massoneria […] La Corte Suprema accelerò l’esame dell’accusa e concluse decretando l’espulsione di Gelli dall’Ordine.

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da Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana, 2006 Bompiani

11 novembre 2007

lezione di francese

I primi ad accennare all’esistenza di una centrale eversiva a Parigi furono, nel 1974, Giulio Andreotti e Guido Giannettini […] Andreotti parlò di Parigi nel famoso articolo in cui affermava che coprire l’agente Giannettini “fu uno sbaglio grave” e Giannettini parlò diffusamente di questa centrale parigina in un memoriale che scrisse durante il volo verso l’Italia quando, anche in seguito all’intervista di Andreotti, decise di costituirsi all’ambasciata italiana a Buenos Aires. Nell’intervista Andreotti, rispondendo a una domanda del giornalista, disse: “Sono ancora convinto che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario”. La polemica su Giannettini divenne rovente e il giornalista, che viveva a Buenos Aires, l’11 agosto 1974 si costituì all’ambasciata italiana di quella città. Nel volo verso Roma riempì quaranta pagine manoscritte nelle quali affermò, tra l’altro, che nei primi mesi del 1973 sarebbe stata costituita a Parigi una centrale terroristica di estrema sinistra controllata dai servizi segreti israeliani. Il suo nome in codice, secondo Giannettini, sarebbe stato Think-Tank. La prima vittima del Think-Tank sarebbe stata Luis Carrero Blanco, presidente del Consiglio spagnolo. Carrero_blanco Secondo Giannettini, gli atti di terrorismo organizzati da questa centrale – che avrebbe avuto connotazioni esteriori di sinistra – avrebbero risposto all’esigenza del Mossad e del governo israeliano di impedire che nei vari paesi prevalessero tendenze filoarabe e antiisraeliane. Strumenti del Mossad all’estero, secondo Giannettini, sarebbero stati i partiti socialisti e le formazioni rivoluzionarie della sinistra extraparlamentare […] Nella stessa estate del 1974 il giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio acquisì anche una lettera-memorandum che Giannettini aveva indirizzato – egli afferma fin dal marzo 1973 – al generale Gian Adelio Maletti, all’epoca capo del reparto D del SID, nella quale elencava alcune fra le ricerche operative che egli avrebbe compiuto negli anni precedenti per conto del SID […] Nel memorandum si legge tra l’altro: “Estate 1967, sui retroscena degli interventi della CIA per le aperture a sinistra in Europa […] 1968, sulle centrali americana e britannica della internazionale della contestazione […] Inizio 1969, sui movimenti della sinistra extraparlamentare in Italia e sui suoi collegamenti internazionali […] 1973, su centrale clandestina di estrema sinistra operante sul vertice dell’Esercito italiano, in contatto con i servizi speciali di Brandt […] 1973, sull’internazionale della contestazione europea, suoi collegamenti e sue attività”. È il caso di ricordare che Mino Pecorelli nel 1977 pubblicò stralci di un documento attribuito allo SDECE, il servizio segreto francese, nel quale si sostiene la stessa tesi di Giannettini. Scriveva Pecorelli: “Nel 1973 a Bruxelles, dietro gli organismi ufficiali della Quarta Internazionale, è sorta una centrale rivoluzionaria mondiale che i servizi politico-militari occidentali hanno indicato con la sigla TT [Think-Tank]. In quella struttura operano congiuntamente trotzkisti filoamericani e israeliani del Mossad, l’agguerritissimo servizio segreto di Tel Aviv, al fine di impedire che in seno a movimenti extraparlamentari europei possa prevalere la componente filo-araba”. Le affermazioni di Giannettini e Pecorelli non hanno avuto conferme in atti giudiziari e pertanto possono solo essere registrate con il beneficio d’inventario, ma sulla basse delle successive dichiarazioni di brigatisti che hanno collaborato con la magistratura, sembrano emergere tre tentativi del Mossad di stabilire contatti con le Brigate Rosse, di cui i primi due furono sicuramente respinti. È peraltro da rilevare che anche sequestri di uomini politici o di industriali avvenuti in Sud America e attribuiti a gruppi di estrema sinistra presentano alti tassi di ambiguità. Aramburu Scrive a questo proposito Saverio Tutino: “Anche in Argentina la P2 aveva consolidato le proprie posizioni nell’ultima fase della presidenza Peron e – in seguito – della vedova Isabelita. Il terrorismo, partendo da meccanismi analoghi a quelli messi in funzione in Italia, fu manipolato o semplicemente favorito per creare le condizioni per l’assalto al potere da parte dei militari. In Italia sembra, invece, che si sia cercato di favorire un analogo processo per rafforzare certi settori politici, dove la P2 si rivelerà particolarmente poderosa. È parso ad alcuni che il terrorismo venisse utilizzato, anche a sua insaputa, per mantenere instabile la situazione politica, o meglio per stabilizzarne l’incertezza, la permeabilità alle azioni occulte, in una parola il disordine che favoriva le incursioni della finanza nuova, d’arrembaggio. I Sindona, i Calvi, gli Ortolani persero la battaglia, tanto in Italia quanto in Argentina, nonostante gli appoggi di una parte dei servizi anche di grandi potenze. E insieme con loro, nel giro di meno di dieci anni, la persero anche i “partiti armati” che erano sorti come su copia carbone in punti nevralgici della linea internazionale della P2”. Giorgio Galli fa propria la valutazione di Tutino e parla di un “confronto tra la sorte del presidente della DC Moro e quella dell’ex presidente argentino Aramburu, come lui sostenitore di una apertura alla sinistra, che si disse rapito dai Montoneros ma che secondo una testimonianza sarebbe morto in un ospedale gestito dai servizi argentini”. Vincenzo Vinciguerra, in un documento acquisito al processo di primo grado per l’attentato di Peteano, aggiunge interessanti tasselli: “Potrei ricordare tutti gli interventi compiuti dagli Stati Uniti in paesi latino-americani ed europei utilizzando metodi destabilizzanti dell’ordine pubblico al fine, sempre puntualmente conseguito, di ristabilire legge e ordine, ma non vorrei ripetere, moltiplicando gli esempi, quanto ho già detto sull’Argentina e sui Montoneros, i cui capi lavoravano per la giunta militare, mentre i loro militanti compivano attentati con le pastiglie di cianuro in bocca per evitare di cadere vivi, in caso di insuccesso, nelle mani della giunta […] David Graiver, banchiere di successo, fra le sue molteplici attività svolgeva anche quella di riciclatore del denaro che i Montoneros si procuravano con i sequestri di persone […] Graiver era un nome potente e dalle potenti amicizie, in Argentina, in Israele, negli Stati Uniti e anche in Europa, così che quando, a seguito del crollo finanziario, venne individuato come finanziatore dei Montoneros e si diede alla latitanza, la stampa argentina lo indicò solo come truffatore, fuggito per aver fatto bancarotta con i soldi dei suoi clienti. Si tacque anche sull’arresto di Jacobo Timmerman, israelita, direttore del quotidiano L’Opinion, anch’egli implicato nelle operazioni dei sequestri di persone compiuti dai Montoneros […] Non è un caso che l’azione montonera in Argentina giustificò il colpo di stato del 24 marzo 1976 e lo sciopero dei camionisti cileni, finanziati dalla CIA, abbia giustificato il colpo di stato dell’11 settembre 1973 ai danni di Salvador Allende” […] Con questo non si vuole certo affermare che i vari movimenti terroristici di sinistra siano prodotti artificiali, sorti per iniziativa dei servizi segreti statunitensi. L’esplosione dei movimenti studenteschi del Sessantotto in diversi paesi europei e negli Stati Uniti fu certamente prodotto di un’insofferenza giovanile verso governi ed élite politiche e accademiche ormai inadeguate a dare risposte alle esigenze che emergevano prepotentemente della società in evoluzione. Ma è da considerare molto probabile che le strutture di sicurezza di vari paesi, in contatto tra loro, abbiano ritenuto di prendere contromisure preventive […] Esaminiamo i documenti concernenti il convegno di Chiavari promosso nel novembre 1969 dal Collettivo Politico Metropolitano, che l’anno seguente avrebbe dato luogo alla fondazione delle Brigate Rosse. Su quella riunione il generale Dalla Chiesa consegnò alla Commissione Moro un dossier di oltre cento pagine, che fornisce interessanti informazioni anche sui successivi sviluppi dell’attività eversiva. Il convegno si svolse dal 1 al 4 novembre 1969 presso l’albergo Stella Maris di Chiavari, gestito dalla curia arcivescovile di Genova. L’apparente stranezza del fatto che un gruppo estremista, anche se non ancora terrorista, tenga il suo convegno fondativi in un albergo di proprietà della curia potrebbe avere una spiegazione nel fatto che a Genova vi è sempre stato un vivace movimento di cattolici del dissenso, in opposizione alla linea conservatrice della curia, guidata dal cardinale Siri. Nel suo rapporto il generale Dalla Chiesa cita i nomi di molti partecipanti. Purtroppo questi nominativi sono tratti dagli elenchi di coloro che pernottarono nell’albergo. Lo stesso generale rileva con rammarico che non furono annotati i nomi dei convegnisti liguri che a sera rientravano nelle proprie abitazioni. Aggiunge il generale: “In ciò deve forse ricercarsi uno dei motivi della relativa impermeabilità della colonna genovese delle BR”. Il documento evidenzia con chiarezza la partecipazione al convegno di tutti coloro che successivamente uscirono dalle BR e si trasferirono a Parigi, dove fondarono la ben nota scuola di lingue Hyperion, definita in un documento della questura di Roma “uno dei più importanti uffici di rappresentanza della CIA in Europa”. Tra essi ricordiamo: Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris, Innocente Salvoni, Franco Troiano e Françoise Marie Tuscher, moglie di Salvoni. Vi era anche Mario Moretti, molto vicino al gruppo, che infatti si allontanò dalle BR, ma poi vi rientrò per assumere, dopo il 1974, un ruolo di rilievo. La figura di maggior spessore culturale era certamente Corrado Simioni. Egli ebbe un ruolo di un certo rilievo nella federazione giovanile del PSI all’epoca in cui vi militava anche Bettino Craxi […] Dopo il convegno, nell’estate del 1970 fu stampato e diffuso il numero zero del periodico Sinistra Proletaria, nel quale figuravano, tra i redattori e i collaboratori, Renato Curcio e Duccio Berio. Dunque a quella data il gruppo che faceva capo a Simioni era ancora all’interno delle nascenti Brigate Rosse. Ma Simioni già assumeva iniziative autonome. Aveva organizzato una specie di servizio d’ordine con il compito di eseguire azioni durante le manifestazioni: i gruppi di compagni si staccavano dal corteo, colpivano determinati obiettivi e poi rientravano mimetizzandosi in mezzo agli altri. La funzione di questo gruppo era quella di alzare il livello dello scontro. È la tecnica che verrà poi fatta propria da Autonomia Operaia nei cortei del 1977 […] Nel 1970 Simioni, Berio, Mulinaris e altri lasciarono il collettivo. La giustificazione formale era un dissenso sulle forme di lotta, sul passaggio alla clandestinità. Franceschini colloca la scissione tra ottobre e novembre del 1970 e la fa scaturire da una iniziativa di rottura da parte di Curcio e dello stesso Franceschini. Anni dopo quest’ultimo avrebbe ricordato la posizione del gruppo: a suo avviso “occorreva preparare una struttura segreta, infiltrata in tutti i gruppi dell’estrema sinistra, per il grande giorno che, data la scarsa maturità delle masse, non sarebbe arrivato prima della metà degli anni Settanta. Vagheggiavano una clandestinità assoluta, totale, niente sigle né rivendicazioni”. Mario Moretti fu per breve tempo con loro, poi tornò a ricongiungersi con Curcio e Franceschini nel marzo-aprile del 1971. Non è avventato pensare che Simioni abbia ritenuto più utile che Moretti rientrasse nelle BR. Ricorda Franceschini: “Se dovessi datare l’inizio dell’escalation della violenza brigatista, direi che coincide proprio con l’arrivo di Moretti. Lui ci spinge continuamente ad alzare il tiro. Con lui, compiamo il salto di qualità organizzando il nostro primo sequestro di persona, quello di Idalgo Macchiarini, dirigente Sit-Siemens. È lui a proporre di attuare un sequestro, è lui sostanzialmente che ci indica l’obiettivo ed è lui ad organizzare il tutto. L’operazione Macchiarini sancisce sino in fondo l’ingresso di Moretti nel gruppo dirigente delle BR” […] Del Superclan l’opinione pubblica ignorò persino l’esistenza fino al 1979, quando il giudice Calogero tentò di indagare sulla scuola parigina Hyperion. Ancora oggi non sappiamo cosa abbiano fatto Simioni e i suoi amici tra il 1971 e il 1974, anno nel quale si sarebbero tutti trasferiti a Parigi per aprire una nuova fase della loro attività [...] A quella data gran parte del gruppo si trasferisce a Parigi. Qui, improvvisamente, tutti si scoprono amanti del teatro e delle lingue straniere; infatti fondano una scuola di lingue che si chiama dapprima Agorà e poi Hyperion. Ufficialmente, la fondatrice è Giulia Archer, convivente di Corrado Simioni. In realtà i promotori dell’iniziativa sono lo stesso Simioni, Mulinaris, Berio, Salvoni e la moglie di quest’ultimo, Françoise Tuscher. Scopo ufficiale dell’istituto è quello di favorire la diffusione della cultura attraverso lo studio delle lingue. Hyperion, inoltre, organizza convegni, viaggi, rappresentazioni teatrali e corsi di recitazione. Tutta queste attività apparve solo come un’attraente facciata al giudice Pietro Calogero che alla fine del 1978, mentre indagava sull’Autonomia organizzata di Padova, chiese alla questura di Roma di prendere contatti con la polizia francese per svolgere un’indagine riservata sul gruppo. Ma il 24 aprile 1979 il Corriere della Sera pubblicò un ampio e dettagliato articolo dal titolo “Secondo i servizi segreti era a Parigi il quartier generale delle Brigate Rosse”. La sera stessa, durante la trasmissione Notturno dall’Italia della RAI, la notizia veniva ripresa, si parlava di collegamenti anche in altre città europee e, contestualmente, si faceva il nome di Toni Negri, oltre a quelli di Simioni, Mulinaris e Berio […] La fuga di notizie nel giro di pochi giorni provocò l’interruzione delle indagini; la polizia francese infatti comunicò ai funzionari romani che l’inopportuna fuga di notizie li poneva in forte imbarazzo, per cui interrompevano ogni collaborazione. Poiché ogni organo di polizia non può compiere indagini all’estero se non tramite l’Interpol o in collaborazione con la polizia locale, anche gli uomini della questura di Roma si videro costretti a sospendere ogni attività […] Abb_pierre La vicenda Hyperion sembrò concludersi nel peggiore dei modi, con indagini strangolate e una campagna innocentista che coinvolse non solo una parte cospicua della sinistra francese e settori della sinistra italiana, ma fu caratterizzata anche dall’intervento pesante dell’abbé Pierre, fondatore del movimento Emmaus e animatore di molte iniziative in favore di poveri e diseredati. Dopo una carriera prestigiosa nelle file della Resistenza, si era candidato alle elezioni per l’Assemblea costituente ed era stato eletto come indipendente nelle liste del Mouvement républicain populaire del generale de Gaulle. Nel corso del suo mandato era però entrato in contrasto con i parlamentari dell’MRP ed era passato al gruppo della sinistra indipendente. Nelle elezioni del 1951 non fu rieletto e si dedicò ad attività di aiuto e sostegno dei poveri e di coloro che erano privi di alloggio. Nel 1954 fondò l’organizzazione Compagnons d’Emmaus, un insieme di comunità presenti in trentacinque paesi. Forte del suo prestigio lo spese tutto per sostenere l’innocenza degli uomini dell’Hyperion. È un dato di fatto giudiziariamente accertato che la fotografia di Innocente Salvoni, comparsa durante il sequestro Moro in un elenco di venti terroristi sospettati di aver partecipato al sequestro, fu poi tolta dall’elenco dopo una visita dell’abbé Pierre a Roma presso la sede della Democrazia Cristiana […] Innocente Salvoni è coniugato con Françoise Marie Tuscher, cittadina svizzera figlia della sorella dell’abate. I due coniugi furono indicati fin dal 1972 quali maggiori animatori del gruppo di estrema sinistra Superclan, organizzazione di Milano che in quel periodo era composto da elementi provenienti da vari movimenti extraparlamentari e, in modo più specifico, dalle Brigate Rosse. Ma su Innocente Salvoni pendevano ben più corposi sospetti: due testimoni che si trovavano casualmente a passare in via Fani quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta sterminata riconobbero Salvoni come una delle due persone che avevano accompagnato a un bar Franco Bonisoli che, per l’emozione del momento, si era sentito male. In realtà, proprio nel periodo del sequestro Moro, l’Hyperion aprì tre sedi di rappresentanza in Italia: due a Roma (una in via Nicotera 26, in un palazzo che ospitava anche sedi di copertura del SISMI e in viale Angelico 38, dove prese alloggio Corrado Simioni) e una a Milano, in via Albani 33 […] Sulla vicenda Hyperion, dopo l’improvvida fuga di notizie dell’aprile 1979, sembrava caduto il silenzio, ma fin dal 1981, dapprima in conversazioni con il generale Dalla Chiesa e poi in verbali d’interrogatorio dinanzi a magistrati di tutta Italia, vari aderenti alle BR che avevano scelto di collaborare con la magistratura rivelarono molti particolari inediti sul possibile ruolo eversivo degli uomini che gravitavano intorno alla scuola di lingue. Michele Galati e Antonio Savasta citarono Corrado Simioni, Duccio Berio e Vanni Mulinaris come le persone che insieme a Mario Moretti avevano gestito i rapporti internazionali e i canali riservati utili per l’acquisizione di armi da paesi esteri […] Le dichiarazioni di Galati, di Savasta e di altri collaboratori di giustizia portarono, il 2 febbraio 1982, all’arresto di Mulinaris. L’abbé Pierre tornò a Roma ed ebbe molti altri incontri ad alto livello. Furono aperte due inchieste, ma alla fine tutti gli imputati furono prosciolti […] Tutte le persone citate devono dunque essere considerate innocenti. Ma è indubbio che la vicenda ha conservato ampi margini di ambiguità: le testimonianze dei brigatisti italiani erano precise e concordanti. C’è inoltre da ricordare che i contatti con il gruppo parigino furono sempre mantenuti solo al massimo livello: Mario Moretti per molti anni e, dopo il suo arresto, Giovanni Senzani. Chi e perché ha protetto per un ventennio e oltre gli esponenti di Autonomia a Parigi? Chi ha avuto interesse che per decenni esistesse una scuola di lingue dietro il cui paravento operavano uomini che hanno gestito il traffico d’armi a favore delle Brigate Rosse? Su questo punto sono molto precise le dichiarazioni di Mauro Del Prete, già convivente in Italia di Rita Cauli, poi entrata a far parte dell’Hyperion. Del Prete, anche a seguito dei colloqui con la compagna del brigatista Marongiu, rivela che “attraverso il Partito Socialista Francese, anche i latitanti inquisiti in Italia per fatti di banda armata e altro, fruirono di permessi di soggiorno: i fuoriusciti erano assistiti in Francia da una struttura o rete costituita anche da Antonio Bellavita, sin dall’atto in cui il predetto riparò a Parigi”. Giovanni Codini, che ha fatto parte del gruppo dell’Hyperion, interrogato dal giudice Mastelloni, ha dichiarato a sua volta: “L’Hyperion contava su amicizie politiche del tipo di quelle riferentesi a Chaban-Delmas, gollista, mediate dall’Abbé Pierre”. Mitterrand Uno dei magistrati che ha analizzato più a fondo il nodo politico-strategico che si cela dietro la scuola di lingue è Rosario Priore. Gli abbiamo chiesto una valutazione: “L’Hyperion, un tempo Agorà, oggi Kiron – e la scelta dei nomi già ne indicherebbe a sufficienza l’essenza e le finalità – è il luogo, fisico e non, dell’incontro delle eversioni e delle insorgenze, a prescindere dalle ragioni e dai torti. Il luogo del confronto delle lotte armate, del gotha delle organizzazioni che la praticano, dalle periferie del pianeta alle metropoli. E quindi della conflittualità al tempo della guerra fredda e oltre. E perciò delle presenze di tutti quei servizi più o meno mimetizzati, degli Stati interessati a monitorare, di più, a pilotare le evoluzioni di quei movimenti, organizzazioni e persino istituzioni che si incontravano e dibattevano presso quel luogo. È in questa agorà, dopo anni di contatti informali, che le nostre BR furono immediatamente convocate – dopo i successi della campagna di primavera ’78, con l’attacco al cuore dello Stato e l’operazione Moro – osannate per capacità e potenza militare e richieste di maggior impegno sul piano internazionale […] Tutto questo in territorio di Francia, terra d’asilo per eccellenza quanto meno dall’Ottocento, rafforzata in questa ideologia e politica dalla dottrina Mitterrand. Costui avrà tentato di mettere questa particolarissima situazione di fatto, cioè la concentrazione di tutte queste forze, al servizio del proprio paese, concependo su queste basi un grande disegno politico. E a questi disegni non poteva restare estranea, considerata la militanza del presidente in quel periodo della sua vita, un’area certamente non istituzionale del partito e dell’Internazionale socialista, che di certo saranno stati a conoscenza dei fatti e avranno tentato di trarne vantaggio. Queste considerazioni sarebbero potute rimanere delle pure ipotesi se non avessimo trovato in certi brigatisti delle tesi che le confermavano. Un terzo giocatore tra USA e URSS, tra capitalismo e comunismo, una grande entità socialista radicata in Europa, con un asse tra la Francia e tutti quei paesi socialisti o socialdemocratici del Centro e Nord Europa. Una entità che tenta di farsi strada tra i due giganti, occupando spazi e perseguendo una propria politica e propri interessi. Specularmene, situazioni del tutto analoghe anche all’interno dei singoli Stati, in particolare in Italia. E quindi una conseguente chiave di lettura della politica italiana di quel periodo: l’avvicinamento tra DC e PCI, il tentativo di compromesso storico, l’avversione a esso del PSI, che ne sarebbe rimasto schiacciato”. Sul problema rappresentato dall’Hyperion l’ex ministro dell’Interno Virginio Rognoni rese una deposizione dinanzi alla Commissione Moro che lascia chiaramente intravedere divergenze all’interno del governo francese. Egli disse: “Qui devo dire che, trovandomi sia a livello di riunione di ministri dell’Interno della Comunità Europea sia in incontri bilaterali con i ministri francesi, ripetutamente, fino a rischiare di essere noioso e ripetitivo, ho posto il problema dell’Hyperion. La Francia si è sempre eclissata su questo problema, nel senso che inchieste amministrative sono state fatte, ma non è risultato mai nulla. È poi nota la posizione francese su alcuni dei soggetti passivi di questi mandati di cattura (Simioni, Berio, Pace, Scalzone ed altri). Si trattava di dare una mano al ministro degli Interni Gaston Defferre, il quale in incontri sul tipo di quelli ricordati prima, mi assicurava essere suo preciso intendimento assecondare la richiesta del nostro Paese, contro una diversa opinione che nel gabinetto francese si esprimeva e si esprime tuttora, in particolare da parte del ministro della Giustizia. Però, su questo aspetto la situazione è bloccata” […] Quali gruppi estremisti operavano concretamente a Parigi? Dalla documentazione a suo tempo raccolta da Calogero nel 1979, emergeva un legame consolidato tra il professor Antonio Negri, lo psicanalista Felix Guattari e il terrorista Antonio Bellavita. Ma la figura di maggior interesse era quella di Jean Louis Baudet. Siamo a un livello che il giudice Mastelloni definisce organico e funzionale a branche dei servizi di sicurezza francesi e dell’OLP. Chi è Jean Louis Baudet? Nato a Mentone nel 1952 e residente a Parigi, fu arrestato il 17 novembre 1983, dopo che una perquisizione in casa sua aveva evidenziato armi, esplosivo e un centinaio di documenti falsi o da contraffare. Al momento dell’arresto, mentre era ancora in corso la perquisizione, Baudet aveva chiesto al funzionario di polizia di poter telefonare a uno dei più stretti collaboratori del presidente della Repubblica François Mitterrand […] Dall’Eliseo giunsero smentite solo sul punto specifico dell’esistenza di una cellula interna allo stesso Eliseo in contatto con movimenti estremisti. I legali di Baudet sostennero la tesi che settori della polizia avessero montato un caso in funzione antisocialista e preannunciarono contro il giudice Rosario Priore che indagava su questa vicenda, una querela che poi “dimenticarono” di presentare. Nel frattempo, infatti, era stato arrestato a Roma Giovanni Senzani, e alcuni dei brigatisti a lui più vicini non solo confermarono i contatti tra Baudet e il capo del “partito guerriglia”, ma rivelarono che proprio Baudet avrebbe dovuto portare dei bazooka dalla Francia che sarebbero stati usati contro la sede della DC all’Eur e contro il ministro di Grazia e Giustizia. Baudet e Senzani avevano fatto anche un sopralluogo nelle vicinanze dei due obiettivi, ma poi quest’ultimo era stato arrestato e tutto era andato a monte […] Nel verbale di perquisizione nel corso dell’arresto di Baudet egli chiede di far telefonare al “signor François de Grossouvre”. Chi era costui? Dice il giudice Priore: “Fu un uomo per tutte le stagioni: vorrebbe essere una definizione negativa, ma potrebbe essere anche positiva. È stato chiamato “moschettiere del re” e “guardia del cardinale”. Le informazioni su di lui appaiono immediatamente contraddittorie. Sarà sufficiente rammentare il suo passato, che affonda le sue radici nel governo di Vichy, attraversa la Resistenza, anche se non sappiamo quando vi aderì, pare solo nell’estate del 1944, per approdare poi alla Francia della Quarta Repubblica. C’è invece chi sostiene che abbia servito con intelligenza e vigore gli interessi della Francia, anche quando si scontrava violentemente con gli Stati Uniti. Le sue iniziative, il suo attivismo, crearono invidie e dissapori all’interno dell’Eliseo. La sua morte, proprio all’interno di quel palazzo dove lui aveva acquisito un potere immenso, avvenne ufficialmente per suicidio. Pochi credono alla tesi ufficiale. Più d’uno ha chiesto la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle vicende della ‘cellula antiterrorismo’ dell’Eliseo. A tutt’oggi non se ne è fatto nulla”. In una ricerca condotta dallo studioso svizzero Daniele Ganser sulle strutture Stay Behind si leggono altri particolari: “Forse il membro più famoso dell’esercito segreto anticomunista francese della Rosa dei Venti fu François de Grossouvre che, nel 1981, divenne consigliere per le operazioni segrete del presidente socialista Mitterrand. Durante la seconda guerra mondiale,Grossouvre era stato arruolato in una milizia fascista che sosteneva Vichy, ma dichiarò in seguito di esservisi infiltrato per conto della Resistenza. Nel dopoguerra il servizio segreto militare l’aveva reclutato per l’esercito segreto della Rosa dei Venti… Come consigliere speciale del presidente Mitterrand, Grossouvre tornò a manovrare la guerra segreta all’inizio degli anni Ottanta, ma fu sollevato dalle sue principali responsabilità nel 1985. Il suo stile troppo spregiudicato era diventato intollerabile per i più seri colleghi di Mitterrand… Quando Grossouvre morì, la sua partecipazione alla guerra clandestina non era più un segreto… All’età di 76 anni si era drammaticamente sparato un colpo di pistola all’interno dell’Eliseo, il 7 aprile 1994”. 

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da Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani. Protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il delitto Moro, 2007 Sperling & Kupfer

31 ottobre 2007

liberi tutti

Togliatti Fin dalla sua emanazione il decreto presidenziale 22 giugno 1946 n. 4 fu definito “amnistia Togliatti”; denominazione non molto gradita al guardasigilli, della quale tuttavia prese atto e che egli stesso utilizzò tre anni più tardi nella dura polemica parlamentare col ministro Scelba. Tuttavia la storiografia comunista ha rigettato una paternità così imbarazzante e ha suggerito che la corretta impostazione togliattiana era stata frenata dal conservatorismo di De Gasperi e poi tradita dalle interpretazioni giudiziali dei magistrati filofascisti; venne pure ipotizzato che la burocrazia ministeriale avesse teso un tranello al guardasigilli fornendo una formulazione tecnicamente infelice di alcuni articoli per consentire l’applicazione del provvedimento anche ai capi fascisti e ai responsabili di gravi reati. In realtà, dalla documentazione d’archivio risulta che parti significative del decreto furono stese di pugno dallo stesso ministro. Le “carte Togliatti” attestano l’immediata consapevolezza da parte dello statista delle dimensioni massicce delle scarcerazioni, in contrasto con le versioni minimizzatici da lui fornite per rassicurare l’opinione pubblica. L’intreccio delle fonti governative conservate presso l’Archivio centrale dello Stato con i fondi depositati dal PCI alla Fondazione Gramsci dimostra l’ampiezza della ribellione dei militanti e simpatizzanti della sinistra. Togliatti, bersagliato da critiche, si trovò in una situazione insostenibile e ne uscì nel giro di una ventina di giorni con l’abbandono del dicastero, affidato al compagno di partito – e suo uomo di fiducia – Fausto Gullo, da più di due anni ministro dell’Agricoltura. L’amnistia fu una concausa, se non il motivo principale, dell’uscita del dirigente comunista dal governo, spiegata con la necessità di dedicarsi al partito e alla politica estera. La scelta di Gullo, dovuta al rapporto fiduciario con Togliatti e alla sua competenza in quanto avvocato, “uomo di legge”, si dimostrò improvvida per almeno due ragioni: l’abbandono del ministero dell’Agricoltura, strategico per i rapporti di classe nelle campagne; l’inadeguatezza del “ministro dei contadini” a gestire il dicastero di Grazia e Giustizia in una situazione d’emergenza. A fronte dell’applicazione estensiva dell’amnistia per i reati commessi dai fascisti la magistratura perseguì con rigore i reati perpetrati dai partigiani. Proprio in quanto determinati comportamenti infangavano la Resistenza, bisognava sanzionarli e colpire chi approfittò della situazione per regolare conti personali […] Si sarebbe dovuto impegnare altrettanta energia nei confronti dei collaborazionisti della guerra civile e dell’occupante responsabile di terribili eccidi, mentre i rigori della legge furono riservati agli ex resistenti: un bel paradosso, se si considera che tra i motivi ispiratori del decreto compariva la volontà di risolvere anche le pendenze giudiziarie dei partigiani; un problema rimasto aperto nonostante l’emanazione di una specifica amnistia nel novembre 1945, poiché su quel versante la magistratura era poco ricettiva […] L’allontanamento dei fascisti da ruoli di rilievo in campo politico-amministrativo, prima ancora di divenire programma politico dei nuovi governanti, fu una condizione imposta nell’autunno 1943 da Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica, che alle conferenze di Teheran e di Mosca indicarono al governo Badoglio la via di un profondo rinnovamento del personale e delle strutture statali. La “risoluzione sull’Italia” approvata dalla Conferenza interalleata prefigurava la rimozione di “tutti gli elementi fascisti o filofascisti” dall’amministrazione statale e dalle istituzioni pubbliche. Sino alla liberazione di Roma (4 giugno 1944), l’epurazione dei funzionari compromessi col sistema di potere mussoliniano fu disposta direttamente dal Governo Militare Alleato, sul modello di quanto era avvenuto in Sicilia dopo l’avanzata militare, con l’allontanamento di prefetti e podestà […] Bonomi Il governo Bonomi avviò la “discriminazione” e la punizione dei delitti fascisti col decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159. L’articolo 2 istituiva l’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo per procedere al giudizio e l’Alto commissariato con il compito di istruttoria e di accusa nel dibattimento. L’articolo 3 colpiva gli organizzatori “delle squadre fasciste, le quali hanno compiuto atti di violenza o di devastazione, e coloro che hanno promosso l’insurrezione del 28 ottobre 1922, coloro che hanno promosso o diretto il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 e coloro che hanno in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista”. Le amnistie emanate nel ventennio per reati squadristici erano dichiarate inefficaci. L’articolo 5 perseguiva chiunque dopo l’8 settembre 1943 avesse “commesso o commetta delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato, con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto o di assistenza ad esso prestata” […] Contro le sentenze, le ordinanze e gli altri provvedimenti dell’Alta corte di giustizia non era ammesso alcun mezzo di impugnazione. Con decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1945, n. 625, l’Alta corte di giustizia venne soppressa e i procedimenti pendenti passarono a una sezione speciale di Corte di assise. I funzionari distintisi per faziosità politica erano sottoposti a misure amministrative e a sanzioni penali. Le procedure di defascistizzazione si avviarono nel Regno del Sud mentre ancora la guerra era in corso […] Titolari dei diplomi di “marcia su Roma” e “sciarpa littorio”, ufficiali della Milizia ed ex ministri dovevano essere rimossi da ogni incarico e puniti a seconda delle rispettive responsabilità […] La defascistizzazione e l’applicazione dell’amnistia furono delegate ai giudici, tra i quali figuravano epuratori ed epurabili. Per svolgere il suo compito la magistratura doveva a sua volta liberarsi dei personaggi promossi per meriti politici o che avevano operato in modo settario; non era infatti ammissibile lo spettacolo di un giudice che giudicasse, in via penale o in via amministrativa, un imputato di collaborazione col regime fascista, se non fosse stato con certezza immune egli stesso dalle medesime colpe; l’epurazione della magistratura era quindi prioritaria e il fallimento di questa operazione avrebbe portato facilmente al fallimento generale di tutto il processo di epurazione. La fascistizzazione della magistratura si era compiuta per gradi, attraverso comportamenti quotidiani di adattamento alle priorità dell’Italia littoria. Nel 1925 i giudici ostili alla dittatura erano stati dispensati dal servizio e l’Associazione generale fra i magistrati sciolta d’autorità. Il provvedimento punitivo, oltre a eliminare i pochi dissidenti, intimidì e ammaestrò i potenziali frondisti. Il passo successivo fu l’istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, composto da ufficiali delle camicie nere e specializzato nella repressione dei reati politici. La costituzione di un organismo rivolto specificamente alla lotta agli oppositori esprimeva sfiducia nell’affidabilità della giustizia ordinaria in questo compito. Al contempo l’alta magistratura venne via via inglobata nel nuovo sistema di potere. Il guardasigilli Alfredo Rocco – artefice della riforma dei codici penali – suggellò nel 1932 il lungo mandato ministeriale col ritiro del premio Mussolini, conferitogli dall’Accademia d’Italia. I suoi successori accentuarono il processo di identificazione dello Stato col regime. L’ordinamento della magistratura deliberato nel 1941 riservava l’accesso ai ruoli ai cittadini di “razza italiana” e di sesso maschile iscritti al Partito nazionale fascista […] Vent’anni di dittatura avevano allineato l’istituzione giudiziaria e plasmato la maggioranza dei magistrati alle direttive del duce. L’iscrizione al partito unico costituiva il prerequisito per la partecipazione ai concorsi pubblici […] La situazione alla liberazione vedeva la convivenza di una minoranza di giudici indipendenti con numerosi elementi che, formatisi culturalmente nell’Era Fascista, continuarono ad amministrare la giustizia secondo i criteri consueti. Caduto il fascismo, i nuovi governanti rinunziarono alla seria revisione del personale giudiziario, come d’altronde accettarono in blocco le norme del Ventennio, incluso il Codice Penale Rocco, idonee, pur nelle mutate circostanze politiche, a finalità di controllo e repressione sociale. Il comunista Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia dal giugno 1945 al luglio 1946, assicurò l’autonomia alla magistratura e con apposito decreto l’indipendenza del pubblico ministero dal governo; un provvedimento apprezzabile, che però in assenza di una scrematura dei giudici rafforzò la componente “nostalgica”. Nella primavera del 1945 la Commissione ministeriale per l’epurazione del personale definì secondo criteri di estrema benevolenza la posizione di circa 400 giudici, rimasti ai loro posti. Soluzione prevista da un esponente della nuova classe dirigente, il democristiano Mario Scelba, futuro ministro dell’Interno, che a fine 1944 espresse a don Luigi Sturzo giudizi rassegnati sul malfunzionamento dell’epurazione: “La compromissione politica è stata così generale d’altro canto che è difficile persino trovare degli epuratori antifascisti appartenenti alle classi medie ed intellettuali, e quindi si assiste allo spettacolo di epuratori che dovrebbero essere a loro volta epurati” […] La maggioranza dei giudici aveva accettato l’identificazione tra Stato e fascismo: “fedeli funzionari dello Stato”, transitavano senza scossoni da Mussolini a Badoglio, poi di nuovo da Mussolini (RSI) a Parri, dal Regno d’Italia alla Repubblica sociale, dalla monarchia alla Repubblica parlamentare […] La permanenza del personale tra fascismo e democrazia si accompagnò alla mitizzazione dell’apoliticità e del ruolo tecnico del giudice. Continuità e progressione di carriera non furono intaccate dalle inchieste che si chiusero in tono minore e con scarsi esiti […] L’eccessiva e continua emanazione di norme spianò il campo a sovrapposizioni di leggi, decreti e circolari con interminabili diatribe interpretative, mentre l’esame delle singole posizioni procedeva con estenuante lentezza dentro un contesto politico in rapida evoluzione, quasi che i funzionari attendessero il momento idoneo alla chiusura indolore delle pratiche loro affidate. I magistrati compromessi politicamente non erano di certo propensi ad applicare con rigore la legislazione contro i crimini fascisti. Decine di migliaia di indagini aperte e una produzione alluvionale di norme punitive sembravano cambiare tutto, ma la forza d’urto fu assorbita e resa inerte dalla macchina burocratica, fulcro della continuità istituzionale. In questo modo fu garantito il funzionamento dell’apparato statale, che altrimenti si sarebbe incagliato. Defascistizzazione e ricostruzione parvero incompatibili poiché una seria epurazione avrebbe sguarnito gli organici, in una situazione già appesantita dalla carenza di personale […] Le nuove leggi dell’Italia democratica consideravano responsabilità oggettiva l’avere rivestito incarichi direttivi nelle organizzazioni del regime; sennonché questo criterio, se applicato con rigore, avrebbe colpito anche gli epuratori, in gran parte esponenti di quella stessa classe dirigente chiamata alla resa dei conti […] Vennero elaborate interpretazioni giurisprudenziali ardite, secondo le quali l’aver rivestito un incarico di primo piano, anche nel governo o nelle forze armate della RSI, non comportava responsabilità di sorta; l’eventuale sanzione dipendeva dall’effettivo esercizio settario e fazioso di un’attività considerata rilevante nel rafforzamento del fascismo. Criterio in sé accettabile, che però, congiunto a valutazioni di massima comprensione verso i gerarchi, si tradusse in una raffica di proscioglimenti indifferenziati. Attraverso le maglie larghe di un simile setaccio passarono ministri, dirigenti dell’OVRA, presidenti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e segretari del Partito nazionale fascista, salvati in blocco dall’amnistia Togliatti […] Il passaggio dalla punizione al proscioglimento dei capi politico-militari fascisti fu segnato dalla controversia sulla validità delle sentenze dell’Alta corte di giustizia. Secondo la legge esse erano definitive e in un primo tempo la Cassazione si adeguò alla norma. Il 7 luglio 1945, con decisione a sezioni riunite, fu respinto il ricorso di Francesco Jacomoni, emissario di Mussolini in Albania e suo fiduciario presso il capo degli ustascia croati, condannato a 24 anni per “atti di politica estera e di azioni delittuose intese al rafforzamento del fascismo, nel quadro della politica internazionale, svolgendo tra l’altro attività volte a promuovere gli assassinii di re Alessandro di Iugoslavia e del ministro degli Esteri francesi Barthou”, con la motivazione che “contro la sentenza dell’Alta corte di giustizia è inammissibile il ricorso per Cassazione anche per il motivo di difetto assoluto di giurisdizione” […] Sensibile ai mutamenti del clima politico e dell’opinione pubblica, nel maggio 1946 la Corte suprema ribaltò i criteri di giudizio e – contrariamente alle conclusioni del pubblico ministero – accolse il ricorso del generale Alberto Pariani, sottosegretario alla Guerra nel 1936-39, già condannato a 15 anni. Creato il precedente, vennero cancellate le pene inflitte dall’Alta corte all’ex ambasciatore a Berlino Filippo Anfuso e ad altri fascisti condannati in contumacia per reati che variavano da “atti rilevanti” a operazioni di terrorismo internazionale, incluso l’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli […] L’annullamento delle decisioni dell’Alta corte di giustizia, per incompetenza e eccesso di potere, liberò gerarchi destinati a scontare venti-trent’anni di reclusione […] In luogo dello scontro tra poteri dello Stato (Cassazione contro Alta corte di giustizia) si verificò l’accettazione tacita delle cancellazioni di sentenze teoricamente definitive, finché, nel clima conciliante della primavera 1947, la Costituente legalizzò la situazione e i condannati in via definitiva poterono presentare ricorso, con la fondata speranza di essere amnistiati. Questo passaggio rese possibile la distruzione, sentenza dopo sentenza, di tutta l’impalcatura giurisdizionale dell’Alta corte di giustizia, incluso l’annullamento della decadenza dal mandato per i senatori fascisti […] La revisione di condanne “inappellabili” fu estesa ai latitanti, nascosti nei conventi o rifugiati all’estero. In assoluta linearità con l’indirizzo assolutorio, data anche la controversa applicabilità del criterio retroattivo, la Cassazione controllò e modificò in modo rilevante i giudizi delle Corti straordinarie di assise sui casi di collaborazionismo con l’invasore tedesco ed estese a dismisura l’attuazione dell’amnistia Togliatti potendo avvalersi di alcuni difetti tecnici e della genericità di talune formulazioni […] Nominato ministro di Grazia e giustizia nel governo Parri il 19 giugno 1945, Palmiro Togliatti rivolse ai giudici un saluto augurale in cui, nell’assicurare l’indipendenza della magistratura, baluardo dello Stato democratico, raccomandò l’applicazione solerte delle nuove leggi, per aiutare il Paese a superare il momento critico e avvicinare “il momento in cui, severamente puniti i responsabili della catastrofe e i traditori, tutte le forze della Nazione potranno riconciliarsi e procedere unite nello sforzo della ricostruzione” [..] Tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946, all’impetuoso soffio del vento del Nord si era sostituito un clima più mite, che aveva dissolto le istanze di cambiamento radicale. La fine di una stagione è annunciata dal licenziamento dei prefetti politici nominati dal CLN alla cessazione degli spari e sostituiti nel febbraio 1946 da funzionari di carriera, ovvero dal personale selezionato dal regime fascista. Né il titolare dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, né gli altri ministri della sinistra contrastarono una misura restauratrice dal forte valore simbolico e dai rilevanti effetti pratici, voluta e imposta dai liberali. Rimase in servizio un solo prefetto politico, l’ex comandante partigiano della Brigata Maiella Ettore Troilo, ma si trattò soltanto di un rinvio: fu allontanato da Milano dopo la svolta centrista, nel novembre 1947; in segno di protesta ex partigiani capeggiati dal deputato comunista Pajetta occuparono la prefettura (ancora nel 1960 ben 60 prefetti su 62 erano nei ruoli dall’epoca fascista). Il reinserimento nella vita nazionale della massa dei sostenitori del regime, troppo numerosi per essere accantonata, imponeva scelte risolute. Raffreddati gli entusiasmi della liberazione, i settori moderati esprimevano decise istanze di pacificazione che in sostanza incontravano anche l’intelligente calcolo dei partiti della sinistra ancora impegnata nel governo e intenzionata ad assumere un ruolo politico trainante nel futuro scacchiere istituzionale italiano. Gli stessi fascisti, desiderosi di tornare alla vita pubblica, si posero il problema del superamento dell’emergenza; preso atto della sconfitta, alcuni reduci della RSI s’impegnarono nella revisione dei valori di riferimento. Taluni individuarono nei partiti di sinistra un interlocutore prezioso per la ridefinizione del proprio percorso politico, in continuità ideale con l’anelito rivoluzionario che li distingueva dalla destra conservatrice. Permanevano, beninteso, diffidenze reciproche, stante la vicinanza a eventi che avevano seminato lutti in entrambi gli schieramenti. Di canali informali di comunicazione tra vinti e vincitori – attivati durante la campagna elettorale della Costituente, quando i voti degli ex fascisti allettavano tutti – è rimasta documentazione scarna, seppure sufficiente a delineare un dialogo a tutto campo, avviato da esponenti monarchici, centristi e di sinistra ed esponenti del defunto governo di Salò […] Alcuni combattenti irriducibili proposero ad agenti segreti statunitensi l’intesa in chiave anticomunista, per la comune difesa dell’Occidente. Nella primavera 1946 il rapporto di un emissario dell’OSS riassunse le confidenze del comandante del battaglione Nuotatori-Paracadutisti della X MAS, Nino Buttazzoni: “I comunisti e quindi la Russia, stanno guadagnando il controllo dell’Italia; i neofascisti sono un forte bastione contro il comunismo e dovrebbe essere loro permesso di rientrare nella vita politica italiana, per continuare a dare un contributo alla sconfitta del comunismo”. Buttazzoni, ricercato per crimini contro i civili, fu arruolato nei servizi americani […] Il diario del socialista Pietro Nenni annota il 25 maggio 1945: “Foscolo Lombardi mi riferisce di colloqui sollecitati da ex fascisti. Smentiscono di essere monarchici, negano la partecipazione di Scorza al movimento neofascista monarchico. Vorrebbero una dichiarazione nostra che saranno reintegrati nella vita civile” […] Il dialogo tra comunisti e fascisti partiva da lontano. Nell’estate 1936 l’Ufficio politico del PCI aveva diramato il Manifesto per la riconciliazione del popolo italiano, con l’appello “ai fratelli in camicia nera”, funzionale al calcolo di staccare dal regime settori popolari insoddisfatti per l’accantonamento degli ideali originari del fascismo […] Mutate le contingenze politiche e trascorso un decennio, Giancarlo Pajetta scrisse nel settembre 1945 sul quotidiano di partito l’Unità parole comprensive per i “figli d’Italia” che “il terrore o l’acquiescenza o magari il traviamento hanno portato nelle file dell’esercito di Graziani” […] Pajetta Togliatti rivelò nell’estate 1946 a una riunione dei quadri di partito di avere ricevuto, in apertura della campagna elettorale per la Costituente, un memoriale redatto “da fascisti veri, organizzati nella illegalità, documento che era stato fatto arrivare anche ad Umberto di Savoia, nel quale si proponeva tanto a noi che a lui un patto”; il patto era imperniato sull’amnistia. Il dirigente comunista promise la sua disponibilità, convinto che la questione delle masse di italiani già aderenti al regime fosse un problema reale e che attraverso la politica della mano tesa si potessero conquistare o comunque influenzare ampi strati altrimenti esposti a suggestioni monarchiche, qualunquiste o neofasciste. Dentro una simile prospettiva si collocano iniziative come Il Pensiero Nazionale, giornale fondato nel maggio 1947 dal mussoliniano di sinistra Stanis Ruinas con finanziamenti comunisti. All’apertura verso la massa degli ex fascisti si sommava la strategia della porta aperta agli intellettuali formati nelle organizzazioni e nelle accademie littorie. Da un lato, l’adesione o il fiancheggiamento al PCI consentivano agli ex fascisti di superare d’un balzo le passate compromissioni, dall’altro rispondevano a canoni di egemonia culturale della sinistra assai efficaci; ne è derivata una persistente reticenza sul retroterra fascista di intellettuali divenuti nel secondo dopoguerra militanti comunisti. I carteggi di Togliatti attestano scambi di opinioni e programmi di lavoro con ex mussoliniani disponibili al lavoro in organismi politici e/o sindacati filocomunisti. Il segretario generale del PCI superò prevenzioni e chiusure di principio; l’incarico governativo lo aveva posto a stretto contatto con personaggi già inseriti nelle istituzioni littorie e alcuni di questi erano divenuti suoi collaboratori. Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della razza dal 1938 a 1943, protagonista di una pagina tra le più infamanti del fascismo, invece di pagare dazio per il suo passato, divenne ministro della Giustizia nel primo governo Badoglio e nel 1945-46 consulente di Togliatti per l’epurazione con l’incarico di capo dell’Ufficio legislativo del ministero di Grazia e giustizia. Il guardasigilli, informato del suo passato,commentò: “Non me ne importa, ho bisogno di un bravo esecutore di ordini, non di un politico”. Un segno dei tempi. Secondo Italo de Feo, nel 1944-46 segretario di Togliatti, il dirigente del PCI “si rese conto che si doveva pur chiudere il capitolo della guerra civile che aveva devastato l’Italia e sarebbe stato meglio che il capitolo fosse stato chiuso da lui, anziché da altri. Calcolava giusto: in quel momento l’amnistia sembrò un atto di generosità verso i fascisti, data la posizione di forza che avevano i comunisti nel governo, e serviva ad orientare la fiducia di moltissimi italiani, ch’erano stati fascisti, verso il PCI che assumeva, esso, una iniziativa di clemenza”. Conclusa la guerra, nel volgere di pochi mesi il PCI si era trasformato da pattuglia di rivoluzionari professionali in movimento imponente, forte nel 1945 di un milione e ottocentomila iscritti, saliti a oltre due milioni l’anno successivo; la concezione del “partito nuovo” concentrava la propria sostanza politica nel concetto di partito di massa. Le nuove opportunità suggerivano posizioni inedite e aperture spregiudicate, ovvero una strategia di movimento. Era d’altronde evidente il fallimento dell’epurazione […] La nomina di un guardasigilli di estrema sinistra preoccupò la magistratura. Togliatti – fedele in questo alla tradizionale visione classista – vedeva nei giudici un baluardo del potere borghese. Nel discorso all’Assemblea Costituente, a sostegno della giuria popolare in corte d’assise lo statista comunista criticò lo “spirito giuridico reazionario che non siamo ancora riusciti a cancellare” e lamentò la scarsa collaborazione ricevuta dai cultori del diritto […] A inasprire l’emergenza giustizia vi era il sovraffollamento delle prigioni […] La presenza di una forte aliquota di prigionieri politici accresceva il rischio di rivolte carcerarie, tanto più che molti agenti di custodia rimpiangevano il ventennio. Da fine 1945 alla primavera 1946 il sistema penitenziario pareva sul punto di esplodere […] Una misura di clemenza in grado di sfoltire il numero dei reclusi era opportuna anche soltanto per esigenze di sicurezza. Con ciò non si può peraltro concludere che l’amnistia fu, più che una misura politica, una necessità pratica imposta dall’emergenza carceraria. A chiedere l’amnistia fu anzitutto Umberto di Savoia, con una mossa che mise in difficoltà il governo De Gasperi. Assunte le funzioni di capo dello Stato dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III (9 maggio 1946), egli espresse al presidente del Consiglio il desiderio di celebrare l’evento – secondo tradizione – con un segnale conciliativo […] L’accoglimento della proposta sarebbe parso un cedimento ai monarchici, nonché un sensibile contributo alla loro campagna referendaria; il rifiuto avrebbe assunto significati odiosi non solo per gli amnistiandi e per i loro parenti, ma per l’opinione pubblica moderata in genere. D’altro canto, il vincitore del referendum istituzionale indetto per il 2 giugno insieme all’elezione della Costituente avrebbe comunque solennizzato la propria affermazione con la concessione dell’amnistia. Una via d’uscita fu intravista da Togliatti sulla falsariga del decreto promulgato da Vittorio Emanuele III dopo l’assunzione al trono per la depenalizzazione dei reati sino ai sei mesi. Il guardasigilli portò al Consiglio dei ministri una proposta di amnistia immediata per reati comuni e militari, che l’articolo 1 estendeva a “tutti i reati pei quali la legge commina una pena detentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria, non superiore nel massimo a sei mesi”; il secondo articolo escludeva dal beneficio i reati sanciti dal decreto sulle sanzioni contro il fascismo […] Il decreto sull’”amnistia delle contravvenzioni” (così la etichettarono i monarchici) fu sottoposto alla firma di Umberto che, secondo le previsioni di Togliatti, non lo promulgò, in quanto eccessivamente circoscritto, ma nemmeno lo poté criticare poiché altrimenti avrebbe sconfessato l’impostazione paterna. Umberto riunì i suoi consiglieri, tergiversò per alcuni giorni e alfine si schiuse in un silenzio sdegnato […] Sventata in tal modo la manovra monarchica, il ministro di Grazia e giustizia mise all’opera il suo ufficio legislativo […] L’impostazione di Togliatti fu criticata dal Partito Repubblicano, secondo il quale “compiere un atto di clemenza soltanto per i reati punibili con una pena edittale non superiore ai cinque anni equivale ad escludere dal beneficio la stragrande maggioranza dei condannati politici”; secondo il PRI bisognava distinguere gli atti di effettivo collaborazionismo da comportamenti “che furono soltanto la manifestazione di una fede politica”, per recuperare alla vita civile molti giovani educati dal regime al culto della violenza e che nell’immediato dopoguerra avevano ingrossato “le file dei movimenti reazionari, dei nostalgici della Monarchia, non per fede o per convinzione ma perché temono che la Repubblica li metta al bando, li escluda dalla grande famiglia italiana”. Dell’amnistia avrebbero beneficiato pure i partigiani, secondo la sollecitazione espressa al guardasigilli da Ferruccio Parri […] In pochi giorni i funzionari ministeriali formularono il decreto, illustrato il 19 giugno dal guardasigilli nei criteri generali […] Il vicepresidente del Consiglio Nenni così riassunse la seduta: “Oggi Consiglio dei ministri per elaborare il testo dell’amnistia. Tendenza di De Gasperi: “mettere fuori tutti i fascisti”; tendenza di Togliatti: “mollarne il meno possibile”; due modi di intendere la Repubblica” […] Degasperi L’esame articolo per articolo dello schema proposto dal guardasigilli produsse tre misure significative: a) l’esclusione dai benefici di legge dei responsabili di omicidio volontario, su proposta del ministro Scelba; b) l’inclusione dei fascisti già colpiti da sanzioni, tranne gli alti esponenti civili o militari e i responsabili di violenze particolarmente efferate; c) la facoltà di rinunzia per gli imputati interessati all’accertamento processuale della propria innocenza […] Le perplessità sul rilevante spazio interpretativo concesso ai giudici furono respinte da valutazioni ottimistiche sulla magistratura […] L’indomani, 22 giugno, si apportarono gli ultimi cambiamenti […] A quel punto il testo venne firmato dal presidente del Consiglio e dai ministri competenti. Il distacco con cui De Gasperi seguì le due sedute decisive e la stesura dell’articolo 3 (determinante nel favorire i fascisti più compromessi) da parte del guardasigilli comprovano la piena paternità togliattiana del provvedimento, poi sconfessata per ragioni di opportunità dalla propaganda comunista e attribuita a De Gasperi […] Sul momento parve a tutti che si fosse trovata la quadratura del cerchio […] La convinzione che vi fosse un abile bilanciamento tra la punizione dei principali responsabili dei crimini fascisti e la clemenza verso la massa dei subalterni si dileguò nel giro di pochi giorni, travolta dall’ondata di scarcerazioni eccellenti […] Il testo dell’amnistia pubblicato il 23 giugno 1946 sull’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale era introdotto dalla relazione del guardasigilli che riconduceva il provvedimento alla necessità “della riconciliazione e della pacificazione di tutti i buoni italiani”, nel momento solenne della nascita della Repubblica. Il fenomeno collaborazionista veniva inquadrato da Togliatti nelle circostanze generali che dopo l’8 settembre 1943 condizionarono il comportamento degli italiani schieratisi con Mussolini a fianco dei tedeschi: l’abitudine ventennale all’obbedienza, il ricorso alla coazione da parte della RSI, la difficoltà dei giovani a valutare responsabilmente gli eventi. Il guardasigilli distinse i gregari dai dirigenti politico-militari, raccomandò la comprensione verso la base e il rigore contro i capi […] Erano esclusi sia i gerarchi sia “coloro che hanno nella esecuzione o in occasione dei delitti commesso o partecipato a commettere uccisioni, stragi, saccheggi o sevizie particolarmente efferate, oppure sono stati indotti al delitto da uno scopo di lucro”. Avrebbero invece beneficiato dell’amnistia i partigiani macchiatisi dopo la liberazione di “atti – anche gravi – commessi, per una specie di forza d’inerzia del movimento insurrezionale antifascista, anche dopo che i singoli territori erano passati all’Amministrazione alleata. Questi gli auspici del ministro di Grazia e giustizia nella parte conclusiva della relazione: “Tale è l’atto di clemenza che, approvato in un grave momento della nostra vita nazionale, certamente contribuirà a creare nel Paese quel nuovo clima di unità e di concordia che è il più favorevole alla ricostruzione politica ed economica” […] Il decreto, generoso con i colpevoli di delitti politici, era avaro con gli incriminati per reati comuni; dal punto di vista tecnico appariva mal congegnato e forniva alla magistratura ampi spazi interpretativi, con l’estensione della misura di clemenza – grazie alle cosiddette “disposizioni di merito” – ai delitti contro la personalità dello Stato, ai reati di strage, saccheggio e devastazione, alla guerra civile. L’articolo 3 amnistiava gli atti rilevanti e il collaborazionismo, salvo che essi fossero commessi da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare; tuttavia tali reati erano contestabili ai soli dirigenti politici e militari. “Secondo la regola sono compresi nell’amnistia tutti gli alti gerarchi, e secondo la eccezione ne sono tutti esclusi!” commentò uno studioso. I magistrati, ravvisata l’incongruità delle disposizioni, amnistiarono anche i maggiori gerarchi. Con una forzatura della legge, una corrente di giuristi e una parte dei magistrati ritenne che l’articolo 3 abrogasse ogni forma di collaborazionismo. Se in un primo momento i giudici avevano ritenuto che l’assunzione di alte cariche comportasse la responsabilità di atti rilevanti, poi distinsero tra cariche politiche e tecniche, quindi negarono che l’esercizio di un’alta carica configurasse di per sé reato: bisognava essersi comportati in modo fazioso, ma alla fine nemmeno la faziosità comportò la punizione in quanto essa doveva avere rivestito una rilevante efficienza causale nel mantenimento del regime […] L’attenzione di Togliatti era concentrata sulle finalità politiche dell’amnistia, con la pacificazione nazionale e il recupero dei fascisti al sistema democratico e parlamentare […] Il 1° luglio 1946 De Gasperi rassegnò le dimissioni dell’esecutivo a Enrico De Nicola, neoeletto capo provvisorio dello Stato; bisognava varare una compagine ministeriale rispettosa degli esiti del referendum e delle elezioni politiche. Nell’interregno tra il primo e il secondo governo De Gasperi le energie di Togliatti furono assorbite dalla scottante questione dell’amnistia politica. Preoccupato dall’intensità delle proteste popolari il ministero di Grazia e giustizia dispose un’indagine statistica sulle scarcerazioni. Una nuova circolare telegrafica raccomandò l’attuazione dell’amnistia ai partigiani, come se fino a quel momento si fossero adottate interpretazioni a senso unico […] Il ministro non sarebbe più stato “notiziato” sull’applicazione dell’amnistia, poiché il 13 luglio 1946, col varo del secondo governo De Gasperi, il dicastero della Giustizia passò di mano […] Un commento a caldo di Ernesto Rossi (imprigionato dal 1930 al 1939 e poi confinato fino al 1943) a Gaetano Salvemini esprime scetticismo sulle ripercussioni dell’atto di clemenza, grazie al quale erano usciti delle prigioni “quasi tutti i gerarchi fascisti”: “Per me non è una dimostrazione di forza della repubblica ma una dimostrazione di imbecillità e di incoscienza dei repubblicani. L’esercito, la diplomazia, le prefetture, le questure sono nelle mani dei fascisti e dei monarchici che hanno ancora tutti i quattrini, le terre, le case messe insieme nel ventennio mussoliniano. Adesso hanno messo in circolazione i gerarchi fascisti…” […] L’associazionismo partigiano considerò l’amnistia come uno schiaffo, ovvero il disconoscimento dei valori sottesi alla battaglia militare di ieri e all’azione politica del momento. I dirigenti del reducismo resistenziale adottarono posizioni intermedie tra l’accettazione del provvedimento e la protesta per le sue dimensioni inusitate. Il governo ricevette una quantità di mozioni approvate da sodalizi legati al movimento di liberazione. A muoversi con maggiore tempestività furono le associazioni che raggruppavano le vittime della dittatura […] La stampa filopartigiana reagì indignata, con toni oscillanti tra la delusione e lo sdegno, con punte di esasperazione per il raffronto tra la condizione dei repubblichini, liberati “con tante scuse”, e la difficile situazione di tanti reduci del movimento resistenziale, privi di lavoro e di risorse nonostante avessero rischiato la vita nella guerra di liberazione. La valanga di scarcerazioni in alternativa a lunghe pene detentive induceva rattristanti considerazioni […] A protestare non furono solo comitati di partigiani, ma pure assemblee operaie di grandi fabbriche e organismi sindacali delle più svariate categorie […] Finché delusione e frustrazione si sfogavano in appelli e mozioni, tutto sommato le autorità non avevano motivo di preoccupazione; pesava tuttavia il rischio che alcuni ex partigiani, esacerbati dal ricordo dei compagni uccisi, passassero all’azione diretta […] L’obiettivo di determinare la pacificazione nazionale, principale giustificazione dell’amnistia, fallì. Si ebbe anzi l’effetto opposto. La sensazione di grande ingiustizia provocata dalla scarcerazione di famigerati seviziatori e assassini – diffusasi rapidamente nelle popolazioni settentrionali, con le amplificazioni intuibili – riaccese gli animi e provocò il ritorno a violenze di massa simili a quelle attuate all’indomani della liberazione. Tra l’estate e l’autunno del 1946 si verificarono vari tentativi di linciaggio in processi a imputati di omicidio plurimo, di cui si dava come probabile la liberazione […] Lo sdegno per la liberazione di grandi e piccoli gerarchi spinse frange estreme del partigianato ad azioni clandestine, per assicurare con la violenza la giustizia negata dai magistrati. Questa finalità, giustificata idealmente come solidarietà alle vittime dei fascisti, segnò l’esperienza della Volante Rossa, formazione paramilitare sorta come servizio d’ordine della Federazione comunista milanese e trasformatasi – dopo l’amnistia Togliatti – in nucleo armato per l’uccisione di ex repubblichini […] L’ultimo impegno da ministro di Togliatti fu, nel pomeriggio del 4 luglio 1946 (il governo era dimissionario da alcuni giorni), l’incontro con una delegazione di familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, composta da persone affrante dal dolore, indignate contro il dirigente comunista considerato – a torto o a ragione – diretto responsabile della liberazione di personaggi che avevano collaborato con i tedeschi per la terribile rappresaglia del 24 marzo 1944 […] Un mese più tardi Togliatti inserì quell’incontro nel novero delle “manifestazioni incomposte” cui la base comunista si era abbandonata per “un eccesso di nervosismo”. L’esasperazione di chi aveva perduto uno o più parenti per mano dei collaborazionisti suggeriva ritorsioni elettorali […] Nell’estate 1946 i dirigenti del PCI concentrarono i loro sforzi sul versante organizzativo e si confrontarono con la parte attiva del partito in riunioni su base regionale; si trattava di consolidare il dato degli oltre due milioni di iscritti e di preparare i militanti alle asprezze dell’impegno politico quotidiano. Togliatti tenne alcuni “rapporti” negli incontri preparatori della Conferenza nazionale d’organizzazione e analizzò le priorità politiche del momento. La trascrizione di quei discorsi, non destinata alla pubblicazione, dimostra come l’amnistia avesse creato una frattura tra vertice e base del PCI […] Condoni e amnistie non impedirono ai magistrati di inquisire in stato d’arresto diverse centinaia di partigiani, accusati dalle famiglie dei fascisti di assassinio (omicidio comune, senza alcun rapporto diretto con la resistenza) o di reati contro la proprietà (il sequestro di viveri operato dalle bande fu equiparato al furto e il prelievo di denaro all’estorsione). Alla stessa stregua, la cattura di collaborazionisti fu ritenuta sequestro di persona. Vi era inoltre la questione delle armi detenute dopo la Liberazione e, fattore di ben maggiore gravità, l’uccisione di fascisti dopo la cessazione dei combattimenti […] Dinanzi al problema dell’epurazione i tre maggiori partiti politici assunsero linee di condotta diverse. I democristiani si attennero a criteri moderati, di freno dei provvedimenti contro i fascisti e a favore del loro rapido reinserimento nella vita civile; i socialisti e ancor più gli azionisti propugnarono misure drastiche, con la punizione esemplare dei responsabili di delitti politici e militari; i comunisti oscillavano tra le posizioni draconiane della base e la linea ufficiale di cauta mediazione, condizionati dal fatto che l’amnistia era direttamente riconducibile al loro leader […] Appena emanata l’amnistia alcuni gerarchi latitanti o imprigionati ricercarono l’appoggio di influenti prelati vaticani, i quali presentarono a De Gasperi le ragioni dei loro protetti […] Il presidente del Consiglio teneva nel debito conto le raccomandazioni delle gerarchie ecclesiastiche, ma non per questo rinunziava alla riaffermazione delle ragioni di fondo dell’antifascismo, tanto che a metà agosto 1946 ricordò ai prefetti che “l’amnistia ha voluto fare la pacificazione politica e sociale, ma che l’atto di clemenza non implica giustificazione e benché non si intenda giudicare la coscienza del singolo, è lecito affermare che il sistema di Governo e lo spirito fascista hanno creato nel Paese tale disastro e ci hanno inferto tali colpi nel mondo internazionale che tollerarne la ripresa costituirebbe gravissimo errore per lo Stato democratico e, nei confronti dell’estero, una compromissione altrettanto grave” […] L’applicazione indifferenziata dell’amnistia sortì l’effetto di chiudere fascisti e antifascisti in una spirale di avversioni e ritorsioni, in luogo di favorire un’apertura e un’intesa tra gli appartenenti a due schieramenti politici che, nell’Italia del dopoguerra, si trovavano al bivio tra disarmo reciproco o prosecuzione della lotta in nuove forme […] I reduci della RSI restituiti alla vita pubblica ed eletti al Parlamento nelle liste del MSI (col simbolo della fiamma tricolore sprigionata dalla bara di Mussolini) furono, per quella sola circostanza, riconoscenti a Palmiro Togliatti, ricordato benevolmente da Giorgio Almirante, protagonista delle vicende del neofascismo per un quarantennio di vita repubblicana […] Junio Valerio Borghese, sottocapo di stato maggiore della Marina e comandante della X Flottiglia MAS, impersonava il lato corsaro dello schieramento di Salò. Animato da esasperato patriottismo e forte spirito di corpo, egli non si definiva fascista, sosteneva di restare al fianco dei tedeschi finché ciò fosse compatibile con gli interessi dell’Italia e di combattere i partigiani solo se da questi attaccato. In realtà egli accettò l’inglobamento di Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia nella zona amministrata direttamente dai nazisti e, sul terreno della repressione antiresistenziale, si macchiò con i suoi reparti di episodi efferati. Nell’ultima fase della guerra schierò la X MAS a difesa dei confini orientali, in funzione antiiugoslava, e stabilì contatti riservati con i servizi anglo-americani; Borghese guardava oltre l’orizzonte bellico e prefigurava alleanze ibride in prospettiva anticomunista. I rapporti con l’intelligence statunitense gli valsero la salvezza in cambio della disponibilità alla collaborazione, sottraendolo alla giustizia sommaria dei partigiani milanesi; travestito da tenente americano, salì sulla Jeep condotta dal capo dell’OSS James Angleton fino a Roma. Imprigionato a Forte Boccea, l’imputato doveva essere giudicato dalla CAS di Milano ma, forse per rispetto dell’intesa stipulata al momento della consegna, il processo slittò e nel maggio 1947 la Cassazione accolse il ricorso della difesa e trasferì la competenza dal tribunale di Milano, considerata sede ostile, alla Corte d’assise di Roma. Prosciolto in fase istruttoria da 43 fucilazioni effettuate da reparti della X MAS (mancava la prova della partecipazione del comandante al reato), fu rinviato a giudizio per collaborazionismo e per 8 uccisioni da lui ordinate. Quel processo è stato considerato una farsa: presiedeva la Corte d’assise un amico della famiglia Borghese e vecchio gerarca; inoltre nel collegio giudicante sedevano ex fascisti notori. L’assise romana ritenne l’imputato colpevole di collaborazionismo militare e di concorso nella fucilazione di otto partigiani; la condanna – pronunziata il 17 febbraio 1949 – tenne conto delle diminuenti per valorosi e delle attenuanti generiche: 12 anni di reclusione; letta la sentenza, il presidente si accorse di avere sbagliato il computo degli anni di pena, in relazione alla carcerazione preventiva, e pur di liberare il comandante della X MAS riportò la cote in camera di consiglio per apportare le modifiche del caso, a costo di commettere una grave irregolarità poiché dopo la lettura la sentenza non può essere modificata dallo stesso tribunale che l’ha emessa. Una conclusione così mite e per di più in violazione delle procedure di legge suscitò forti polemiche sia in Parlamento sia nel Paese […] Tornato libero, il “principe nero” si ritagliò per un trentennio un ruolo rilevante nel neofascismo, come capofila di trame antidemocratiche con velleità golpiste; fondato nel 1968 il Fronte Nazionale, l’8 dicembre 1970 l’ex comandante della X MAS effettuò un tentativo (abortito) di colpo di Stato […] Il raffronto col dato europeo serve alla contestualizzazione e alla comprensione di quanto è avvenuto in Italia durante la fase compresa tra la fine dell’occupazione tedesca e il ritorno alla normalità, dopo le vendette del dopoguerra. In assenza di dati certi, le vittime fasciste possono essere stimate tra le 12.000 e le 15.000; le violenze furono più gravi a Torino e nel milanese […] I processi per collaborazionismo riguardarono circa 43.000 cittadini, 23.000 dei quali amnistiati in fase istruttoria e 14.000 liberati con formule varie; i condannati in via definitiva furono 5.928 (334 in contumacia), la pena capitale, inflitta a 259 imputati, ebbe esecuzione in 91 casi. Dell’impatto combinato di amnistia, indulto e grazia beneficiarono 5.328 fascisti […] Il 25 gennaio 1952 Mario Scelba intervenne al Senato sull’epurazione per sottolineare la particolarità del caso italiano rispetto agli altri Paesi europei; il ministro dell’Interno accennò alla situazione belga, con 5.000 collaborazionisti ancora nelle prigioni e molti altri in esilio, mentre da noi i fascisti incarcerati erano 442. Nel corso dell’anno intervennero ulteriori misure di clemenza. Al 25 dicembre 1952 – secondo il ministero di Grazia e giustizia – era “da escludere che vi siano stati condannati per collaborazionismo i quali abbiano interamente espiato la pena loro inflitta. Rimanevano in carcere 266 detenuti (119 scontavano la condanna e 47 si trovavano sotto giudizio); i 334 latitanti si erano in gran parte rifatti un’esistenza in America Latina, asilo ospitale per tanti nazifascisti, aiutati nell’espatrio clandestino oltreoceano da sodalizi segreti e accolti ospitalmente a Buenos Aires dall’industriale Vittorio Valdani, già dirigente della componente fascista della comunità italiana e fautore della RSI (nel dopoguerra Caldani ottenne significativi riconoscimenti: la nomina a cavaliere del lavoro nel 1954 e l’incarico di promotore dei festeggiamenti al presidente Gronchi, giunto a Buenos Aires nel 1961 in visita di Stato).

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da Mimmo Franzinelli, L'amnistia Togliatti, 2006 Mondadori

30 settembre 2007

danza macabra

Armistizio Il quadro di riferimento generale trova le sue premesse nell’armistizio dell’8 settembre 1943: subito dopo l’annuncio radiofonico registrato dal maresciallo Badoglio (“il governo italiano… ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower. La richiesta è stata accolta…”), i comandi militari tedeschi mettono in atto il piano “Achse” elaborato nelle settimane precedenti e modulato in fasi successive: l’occupazione militare del territorio, con la neutralizzazione dei soldati del Regio esercito e il loro trasferimento in Germania per impiegarli come manodopera al servizio del Reich, la liberazione di Mussolini, che il governo Badoglio tiene prigioniero a Campo Imperatore, nel massiccio del Gran Sasso; la restaurazione del fascismo, a cui affidare il compito di mascherare il regime occupazionale con una parvenza di governo legale. Le decisioni germaniche non sono state né facili, né prive di contrasti: i comandanti militari, Rommel e Keitel in testa, avrebbero preferito occupare direttamente il territorio italiano, mentre Goebbels era esitante sull’opportunità di una mediazione politica che avrebbe permesso all’Italia di riorganizzare un simulacro di Stato legittimo e costretto la Germania ad assumere comunque degli obblighi nei suoi confronti; Himmler si era invece espresso favorevolmente per la mancanza di truppe di polizia sufficienti a governare la penisola con la sola forza. Nel confronto tra le diverse posizioni erano prevalse le considerazioni di carattere politico, fatte proprie da Hitler: la restaurazione del fascismo (per la quale era indispensabile la liberazione di Mussolini, il solo in grado di garantire credibilità a un governo provvisorio) avrebbe avuto un forte impatto emotivo sull’opinione pubblica tedesca e contribuito al mantenimento dell’ordine interno in Italia, assicurando copertura alle truppe germaniche impegnate a fronteggiare l’avanzata delle armate angloamericane. Realizzata la prima fase del piano “Achse” senza incontrare resistenze significative e occupato un Paese in pieno disfacimento istituzionale e morale, il 12 settembre scatta l’”operazione Eiche”, progettata dal generale Kurt Student: mentre una colonna guidata dal maggiore Hans Mors occupa la funicolare ai piedi del Gran Sasso, un centinaio di uomini aviotrasportati, comandati dal colonnello Otto Skorzeny, raggiungono con gli alianti Campo Imperatore, dove liberano Mussolini senza essere contrastati dai carabinieri di guardia e lo trasferiscono prima al campo di Pratica di Mare, quindi a Vienna e di lì a Monaco di Baviera. La terza fase del piano, la creazione di uno Stato fascista, risulta la più complessa. Le modalità per definire ruoli e strutture della Repubblica di Salò vengono concordate nei giorni successivi alla liberazione del Duce sotto la supervisione tedesca, tra la Baviera (dove Mussolini si stabilisce) e Berlino, in un intrecciarsi di consultazioni frenetiche, di ambizioni conflittuali tra i gerarchi, di ricerche affannose di funzionari disponibili. I problemi da affrontare sono di diverso genere. In primo luogo, si tratta di definire il carattere, gli ambiti e i tempi della nuova formazione statale, che deve concordemente nascere in contrapposizione al passato e alla monarchia “traditrice”, ma che Hitler intende a sovranità limitata, come una struttura amministrativa italiana al servizio tedesco, mentre Mussolini vuole che gli siano assicurati margini significativi di autonomia. In secondo luogo va definita la questione delle forze armate che i tedeschi vogliono circoscrivere alla formazione di reparti di Milizia per la tutela dell’ordine interno, mentre il Duce aspira alla ricostituzione di un vero esercito da schierare al fronte a fianco della Wehrmacht. Infine il fascismo deve trovare la classe dirigente del nuovo Stato, attingendo tra i pochi ex funzionari regi disposti a correre i rischi dell’avventura e tra i quadri del regime dispersi dopo il 25 luglio. Di fronte a questi nodi complessi, Mussolini e i gerarchi che si ritrovano in Germania denunciano i limiti della propria condizione. Il Duce, che in poche ore è passato dalla prigionia e dall’isolamento alla prospettiva di tornare alla guida di uno Stato, ignora l’effettiva situazione nella penisola e il destino dei reparti italiani dopo l’8 settembre: alternando stanchezza e velleità, il suo procedere oscilla tra il progetto ambizioso di rifondare il fascismo “dal basso” per rifondare lo Stato e quello, più modesto ma più realistico, di restaurare lo Stato per restaurare il fascismo. Tra le due ipotesi si inserisce la contraddizione di un’emergenza nella quale le ragioni della guerra tedesca sono più forti delle intese politiche e subordinano i programmi alle esigenze militari ed economiche del Reich: Mussolini discute con gli interlocutori germanici nelle vesti di capo carismatico di un governo provvisorio, ma con un’autorità e una legittimazione legate alle forze della Wehrmacht, che lo ha liberato dal Gran Sasso e ha occupato il territorio di futura sovranità. Attorno al Duce si muovono personaggi di profilo politico modesto, che il 25 luglio non hanno saputo mobilitare il partito e che ora rivendicano posti di responsabilità: Roberto Farinacci vuole il ministero degli Interni, Alessandro Pavolini la segreteria del partito, Giovanni Preziosi intende consumare le proprie vendette personali contro Pavolini, Guido Buffarini Guidi (liberato quasi contemporaneamente al Duce e partito subito per Monaco) reclama a sua volta gli Interni; sullo sfondo rimane Galeazzo Ciano, inviso ai tedeschi e in attesa di provvedimenti per la posizione assunta durante la drammatica riunione del Gran Consiglio nella notte del 24/25 luglio. A queste indeterminatezze e rivalità si contrappone il rigido controllo dei tedeschi, che partecipano all’elaborazione dei progetti con i loro massimi dirigenti: von Ribbentrop, Goebbels, Himmler, lo stesso Hitler si incontrano a più riprese con il Duce, mentre l’ambasciatore a Roma, Rudolf von Rahn, si sposta dall’Italia alla Germania per seguire l’operazione in tutti i suoi aspetti. Entro questo quadro operativo i problemi sul tappeto restano irrisolti e la vicenda si sviluppa senza un filo organico, spinta dalla fretta tedesca di giungere a una conclusione rapida assai più che dal contributo italiano a determinarne i contenuti. Mussolini stesso, di cui prima della liberazione Goebbels ha temuto il possibile ruolo (“se il Duce si mettesse a capo di una nuova Italia fascista dovremmo indubbiamente tenere conto anche di lui in molte cose nelle quali possiamo ora agire senza costrizione”), si rivela debole e invecchiato, incapace di una proposta operativa di spessore: “Dobbiamo cominciare a poco a poco” scrive ancora Goebbels “a fare una croce su Mussolini dal punto di vista politico. Non è più quello di un tempo e non si può contare su di lui come fattore politico, specie perché non ha più autorità”. Le prime notizie ufficiali vengono comunicate via radio il 15 settembre, quando la nuova agenzia di stampa romana annuncia che “Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia”. Seguono vari ordini del giorno, con i quali vengono gettate le fondamenta del nuovo corso: “La nomina di Pavolini a segretario ‘provvisorio’ del partito, che da quel momento assume il nome di Partito Fascista Repubblicano; l’ordine a tutte le autorità militari, politiche, amministrative e scolastiche che sono state destituite dal ‘governo della capitolazione’ di riprendere i loro posti e le loro funzioni; l’istruzione a tutte le organizzazioni del partito perché appoggino attivamente l’esercito germanico, diano un’immediata assistenza morale e materiale al popolo e riesaminino la posizione di tutti i membri del partito circa il loro contegno al momento del colpo di stato e della capitolazione. Da ultimo viene proclamata la ricostituzione della Milizia fascista. Con altre due ordinanze si annuncia la nomina di Renato Ricci a comandante della Milizia e Mussolini dichiara gli ufficiali delle forze armate liberi dal giuramento prestato al re”. Nei giorni successivi i contorni e le ambiguità della restaurazione fascista si materializzano ulteriormente. Pavolini e Buffarini Guidi (il quale, per le pressioni di Himmler ha ottenuto la designazione al ministero degli Interni) vanno a Roma per ricostituire il partito e cercare di coinvolgere i vecchi camerati nel progetto; l’ambasciatore Rahn e il colonnello delle SS Friedrich Dollmann si adoperano a trovare funzionari disponibili alla responsabilità della futura amministrazione repubblicana; Ricci riapre il reclutamento nella Milizia. I risultati sono però scoraggianti perché l’atmosfera di Roma è di diffidente apatia, mentre il resto d’Italia è ancora sotto il trauma dell’armistizio e del disarmo (“lamentevoli incertezze e incoerenze degli elementi fascisti” telegrafa Rahn a Berlino. “Molti seguaci del Duce presi in considerazione per posti ministeriali sono ancora esitanti”), ma la macchina è ormai avviata e non c’è più tempo per valutarne il percorso: l’immediata proclamazione del nuovo governo fascista repubblicano diventa, anzi, il mezzo per sollecitare i dubbiosi e far procedere l’operazione. Il 18 settembre Mussolini pronuncia un discorso alla radio da Monaco annunciando le linee generali del suo programma, in un intrecciarsi di propositi guerrieri di riscatto e di riforme sociali da fascismo della prima ora: “Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale sociale nel senso più alto della parola, sarà cioè fascista, risalendo così alle nostre origini. Nell’attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti: riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati; preparare senza indugi la riorganizzazione delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia; eliminare i traditori, in particolare quelli che sino alle ore 21.30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nel Partito e sono passati nelle file del nemico; annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro finalmente il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”. Mussolini_e_graziani Attorno a questa base programmatica la mattina del 23 viene completata la lista dei ministri, composta in prevalenza da elementi neofascisti e tecnici poco convinti, l’unica personalità di prestigio è il generale Rodolfo Graziani, persuaso dall’ambasciatore Rahn ad accettare il ministero della Difesa nazionale, un nome che evoca memorie coloniali e che puà autorevolmente contrapporsi a quello di Badoglio. Gli Esteri restano scoperti per mancanza di candidati: l’unico diplomatico di rango superiore che si schieri a fianco di Mussolini, Filippo Anfuso, viene inviato come ambasciatore a Berlino, che d’altronde rappresenta la sola sede reale di rapporti internazionali. Alle 12.05 dello stesso giorno viene dato l’annuncio della costituzione del nuovo governo e poco dopo Mussolini si trasferisce da Monaco a Forlì dove ad attenderlo ci sono Rahn e il comandante delle SS nell’Italia occupata, Karl Wolff. La sede del nuovo governo non è stata ancora comunicata al Duce, ma i tedeschi hanno già chiarito che non sarà Roma: la città capitolina sarebbe la capitale ovvia nella logica della restaurazione dello Stato, ma non nella prospettiva di subalternità della nuova Italia al potere tedesco […] I tedeschi sparpagliano il nuovo governo fascista tra i laghi del Nord (a Gargnano del Garda la residenza del Duce nella villa Feltrinelli; a Bogliaco la presidenza del Consiglio; a Maderno gli Interni e la segreteria del partito, a Salò gli Esteri; a Cremona la Difesa; a Padova l’Educazione nazionale; a Treviso l’Agricoltura; a Verona le Corporazioni e l’Economia; a Brescia la Giustizia - nel primo periodo la Cultura popolare viene sistemata in un vecchio treno reale fermo su un binario morto vicino a Salò). La futura Repubblica sociale nasce così senza che ne siano definiti la natura e i rapporti con l’amministrazione militare tedesca, tra improvvisazioni e forzature che ne marcano pesantemente i tratti sin dall’origine: “una penosa tragicommedia”, come l’avrebbe definita il console tedesco a Napoli, o, più analiticamente, “il preludio a un penoso rabberciamento, con forze limitate e demoralizzate, di un nuovo Stato, strappato dalle sue vecchie radici e in un’atmosfera di disfatta nazionale”. Mussolini stesso ne è consapevole e il 26, in un colloquio con Rahn, lascia trapelare il suo scetticismo: “Nonostante l’ottimismo che simula in presenza dei colleghi, il Duce si è sentito in dovere di dirmi che la prima impressione avuta è che l’Italia si trovi in uno stato di caos, come un ubriaco che abbia perso completamente l’orientamento”. Che l’insediamento di un’autorità statale italiana sia da considerarsi una misura puramente funzionale, da incoraggiarsi e sostenere nei limiti in cui possa facilitare l’opera di controllo dei tedeschi, è d’altra parte evidente nei provvedimenti adottati dalla Wehrmacht dopo l’8 settembre nell’Italia occupata: mentre Mussolini costituisce il suo governo, i comandi militari germanici procedono infatti ad articolare il regime di occupazione nella penisola. Il 12 settembre Kesselring, comandante delle truppe tedesche nell’Italia centromeridionale, dirama un’ordinanza in cui dichiara “il territorio italiano dell’Italia a me sottoposto ‘territorio di guerra’”; subordina alle sue direttive “le autorità e le organizzazioni civili italiane”; vieta la corrispondenza privata; minaccia giudizi sommari e fucilazioni per “gli organizzatori di scioperi, di sabotaggi e per i franco-tiratori”; esorta alla calma e alla disciplina. L’alternanza di ordini e di intimidazioni e gli appelli alla ripresa della normalità si ripetono nei bandi pubblicati dai comandi periferici […] raccomandando a “ognuno di restare al proprio posto di lavoro” […] assicurando che “nessuno deve temere nulla se ritorna al proprio posto di lavoro e vi svolge la sua attività abituale” […] garantendo di “mantenere le attuali razioni di viveri e le attuali paghe” e minacciando “severe contromisure nel caso la popolazione dovesse commettere atti ostili”. Il senso complessivo di questi bandi è riassunto in un appello di Rommel, dal luglio precedente comandante delle armate dislocate nel Nord Italia: “Italiani! Le forze armate germaniche hanno occupato il territorio italiano. Esse difendono non solo il suolo italiano ma cercano di tutelare i diritti della popolazione contro coloro che tentano di disturbare la tranquillità e il lavoro di questo Paese. Chi dunque tenta di disturbare la quiete e l’ordine del Paese, chi tenta di sollevare movimenti comunisti e anarchici contro la sicurezza del popolo italiano è un nemico della sua patria. Esso incorrerà nelle pene stabilite dalle leggi severissime del trasgredire la legge e cerca in seguito di sollevare movimenti e ribellione incorrerà in tutta la severità della legge militare germanica” […] Quanto a Roma, dopo l’8 settembre vi è un’autorità italiana costituita dal comando della Città Aperta, creato nell’agosto precedente dal governo Badoglio a seguito della sua dichiarazione unilaterale del carattere di “città aperta” della capitale, diretta a risparmiarle i bombardamenti alleati. Il suo responsabile, genero del re, consente inizialmente a cooperare con gli occupanti germanici in cambio del mantenimento di un autonomo controllo della città, ma dopo qualche giorno le truppe del feldmaresciallo Kesselring esautorano l’autorità italiana trasformando il comando in un organismo di collaborazione a essi completamente subordinato. Il progetto della Germania nazista di satellizzazione economica e politica della penisola si manifesta così sin dai primi provvedimenti iniziali adottati nell’Italia occupata disegnano sul territorio diverse realtà politico-amministrative il cui denominatore comune è la subalternità all’occupazione e alle sue esigenze belliche. Di questo progetto la Repubblica di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, come lo stesso Mussolini riconosce, tra complicità e rassegnazione, in un colloquio con Rahn […] Il 14 novembre 1943, due mesi dopo la costituzione convulsa della Repubblica sociale, si riuniscono a Verona i delegati delle organizzazioni del Partito fascista repubblicano per ascoltare il rapporto del segretario nazionale Alessandro Pavolini: è la prima riunione generale del partito dopo la sua ricostituzione […] In termini numerici, i delegati rappresentano circa 250.000 iscritti, un numero molto maggiore rispetto a coloro che, alla stessa data, combattono nelle formazioni partigiane; in termini qualitativi si tratta però di un’assemblea composita, lo spaccato di un movimento che procede senza una linea precisa, tra inquietudini, radicalizzazioni e rivalse. Molti delegati erano vecchi fascisti, privati dei profitti degli uffici e delle cariche in successive epurazioni regionali, fatte dal segretario del partito in tempi recenti. Vi erano anche dei giovani e avviliti gruppi di militanti, passati attraverso le scuole del partito e specialmente le organizzazioni universitarie. Fu un confuso dibattito tra generazioni, tra sopravvissuti a un disastro, amareggiati e umiliati per il passato e incerti per un futuro ora minacciato dalla guerra civile. La situazione aveva una sua triste ironia. I veterani delle squadre d’azione erano stati gli agenti provocatori della guerra civile nei mesi che avevano preceduto la marcia su Roma. Ora, nella particolare situazione del Nord, erano a loro volta assediati, sgomenti e perplessi per quell’atmosfera e per una realtà così estranea alla loro mentalità, che li faceva apparire come i superstiti vinti di un movimento una volta superbo. I lavori dell’assemblea procedono in un clima di confusione (“una bolgia vera e propria” avrebbe commentato lo stesso Mussolini “con molte chiacchiere confuse e poche idee chiare”), tra appelli nostalgici per il ritorno allo squadrismo delle origini, invettive contro Ciano e i traditori del 25 luglio, propositi contrastanti sulla struttura della nuova repubblica e progetti improvvisati di socializzazione. La riunione, che Pavolini ha aperto con un richiamo preoccupato al pericolo del ribellismo partigiano, si conclude con l’approvazione frettolosa di un manifesto articolato in diciotto punti, preventivamente predisposto dallo stesso segretario e approvato da Mussolini. Carta programmatica dello Stato neofascista, il documento si richiama alle premesse antiplutocratiche e socialisteggianti del primo fascismo, annunciando una prossima assemblea costituente in cui verranno gettate le basi per una riforma sociale “squisitamente umana e assolutamente italiana, riallacciatesi cioè alle secolari tradizioni del nostro umanesimo e del mazzinianesimo nella sua essenza spirituale e risolvendo in modo totale e definitivo la necessità e le aspirazioni della classe lavoratrice”. Il momento più significativo della riunione è costituito tuttavia dall’annuncio dell’assassinio del federale di Ferrara Iginio Ghisellini (attribuito agli antifascisti e in realtà perpetrato dai suoi stessi camerati per contrasti interni). Alla notizia i delegati reagiscono infiammandosi di rabbia e rivendicando un’immediata spedizione punitiva: squadre d’azione partono subito da Verona e da Padova dirette in Romagna e a Ferrara massacrano diciassette antifascisti, segnando una svolta decisiva nell’atteggiamento della Repubblica di Salò verso gli oppositori. Se nelle settimane immediatamente successive all’armistizio ci sono state spinte alla conciliazione ampiamente propagandate dalla stampa, la spedizione punitiva di Ferrara chiude ogni prospettiva agli accordi […] Il terreno della guerra civile è l’unico in grado di garantire un denominatore comune a gruppi privi di coesione e di controllo: la mancanza di prestigio da parte del potere centrale, che del regime di Salò costituisce il tratto essenziale, crea inevitabilmente un clima di rivalità personali e di intrighi che contrappongono l’uno all’altro Pavolini, Graziani, Buffarini Guidi, Ricci […] In questo quadro l’esaltazione dell’aggressività in funzione antipartigiana, contro i nemici e contro i traditori, soddisfa all’esigenza di un fronte comune sul quale tutte le anime del risorto fascismo possono convergere […] Nella coscienza popolare la costituzione dello Stato di Salò viene percepita in forma contraddittoria. Dopo l’emergenza dell’armistizio, quando l’occupazione germanica e la continuazione della guerra si sono trasformate in dati permanenti e l’effervescenza morale dei primi giorni è sfumata, la ricostituzione di un’autorità statale nel Nord ha rappresentato una forma di garanzia. Per i dubbiosi, per gli attendisti, per i timorosi, per la “zona grigia” che non vuole impegnarsi in prima persona e preferisce astenersi da una scelta di campo radicale, il ristabilirsi di un riferimento istituzionale costituisce un elemento di rassicurazione e un alibi di apparente neutralità. Se è vero che la Repubblica sociale si presenta in termini di rottura con lo Stato monarchico tradizionale, è altrettanto vero che i prefetti, i carabinieri, i funzionari rappresentano comunque la continuità di un apparato statale, di un’autorità costituita cui delegare l’organizzazione della vita collettiva […] Il processo di consenso non procede da un’adesione psicologica: dopo vent’anni di capillare spoliticizzazione, perseguita dietro l’apparente mobilitazione di regime, non è pensabile ripoliticizzare a proprio vantaggio grandi masse di popolo in una situazione di disperata emergenza, la quale aveva ingigantito la profonda e diffusa stanchezza provocata dalla guerra. L’accettazione di Salò risponde più semplicemente a un’elementare esigenza di garanzia istituzionale […] In contrasto con questo elemento di consenso ci sono tuttavia i dubbi che circondano il riproporsi dei fascisti in quanto tali, i timori per il conseguente protrarsi dell’impegno militare, le riserve suscitate da atteggiamenti di esibizione della forza che contraddicono il bisogno di normalità da cui la RSI può trarre legittimazione. Tra gli stessi quadri del regime non c’è unanimità nell’aderire al nuovo partito […] Ad iscriversi al nuovo partito sono elementi compositi, molti dei quali trovano una motivazione comune nell’ansia di sfruttare l’occasione di rivincita offerta dall’occupazione militare tedesca […] Le motivazioni psicologiche, prima ancora che politiche, determinano atteggiamenti di rottura e di contrapposizione con quanto rappresenta il “passato” e il “tradimento” e da qui discende immediata la dimensione di guerra civile entro la quale i fascisti di Salò operano […] La contraddittorietà dell’immagine della Repubblica sociale e la mancanza di autonomia rispetto alle forze d’occupazione germaniche si intrecciano con le debolezze interne nel nuovo apparato statale. La questione nella quale questi limiti traspaiono più evidenti è la ricostituzione di una forza armata […] Sin dall’inizio si contrappongono due opposte prospettive: le forze armate della repubblica sono milizie di partito o esercito nazionale? Sono formazioni volontarie o forze armate di leva fondate sulla coscrizione obbligatoria? Inizialmente Mussolini sembra propendere per un apparato di forza fondato sull’adesione volontaria al fascismo […] Il Consiglio dei ministri affida a Renato Ricci, il più deciso sostenitore del carattere politico del nuovo esercito, il compito di costituire la Milizia volontaria per la difesa nazionale, intesa come nucleo centrale delle forze armate di Salò. Allarmi A questa tesi si oppone il maresciallo Graziani, il quale intende costituire un esercito a base nazionale, apolitico, del quale dovrebbero far parte, oltre alla Milizia, un numero limitato di divisioni da reclutare parte su base volontaria tra i militari catturati e internati in Germania dopo l’8 settembre, parte con una regolare chiamata alle armi delle classi 1923-4-5. La Milizia risponde all’obiettivo di disporre di una forza armata politicamente affidabile da impiegare nei servizi di sicurezza e di polizia per sgravare le truppe della Wehrmacht dall’onere di mantenere l’ordine interno; l’esercito di Graziani risponde invece all’ambizione di riacquistare un ruolo militare nell’alleanza e di riscattare agli occhi dei tedeschi il tradimento del maresciallo Badoglio. Le argomentazioni di Graziani seducono il Duce ma si scontrano con la freddezza delle autorità militari germaniche, scettiche sia sulla reale combattività di uomini reclutati fra le cosiddette “Badogliotruppen”, sia sull’affidabilità di un’Italia nuovamente dotata di una forza armata, sia sulle interferenze che questi reparti potrebbero avere nella conduzione delle operazioni […] Il risultato di queste prospettive divergenti è una mediazione confusa che porta alla dispersione delle forze in una molteplicità di apparati non coordinati tra di loro. La Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) di Renato Ricci è la prima forza ad essere organizzata e nasce nel novembre 1943 dall’aggregazione di tre diverse componenti, la risorta Milizia, i carabinieri e la polizia dell’Africa Orientale. Quest’ultima è la componente numericamente più modesta di stanza a Roma, che non avrà mai impiego al di fuori della capitale; i carabinieri rappresentano il nucleo militarmente meglio strutturato; i legionari volontari infine sono più numerosi […] Complessivamente la GNR conta circa 140.000 effettivi; ad essi vengono assegnati compiti di polizia che vanno dalle indagini sui reati politici alle operazioni militari antiguerriglia, affidate alla sovrintendenza dei comandi tedeschi […] Un decreto del 30 giugno 1944 stabilisce che la struttura politico-militare del Partito si trasformi in organismo di tipo prettamente militare e costituisca il Corpo ausiliario delle squadre d’azione delle Camicie nere. Pavolini in realtà ha organizzato sin dall’autunno precedente squadre federali di polizia contraddistinte dalla camicia nera […] Brigate_nere La propaganda che circonda la fondazione e la vita delle Brigate Nere esalta l’impazienza e la brama della battaglia contro il bolscevismo, sull’onda del ricordo delle lontane lotte del primo dopoguerra, ne giustifica indisciplina ed eccessi in nome del furore esuberante dell’ideale, insiste sul rifiuto di ogni inquadramento formale che penalizzi lo slancio dei singoli. Esemplare in questo senso il caso della Legione autonoma “Ettore Mutti” di Milano (Ettore Mutti, già segretario nazionale del PNF, più volte medaglia d’oro e asso dell’aviazione venne ucciso dalla polizia di Badoglio nell’agosto 1943 ed eretto perciò a martire del fascismo), paradigmatica perché erige a proprio modello un comportamento irregolare e violento […] L’aggressività verbale e comportamentale fa delle Brigate Nere le formazioni più caratteristiche della Repubblica di Salò, ma non vale a qualificarle sul piano militare: Graziani le guarda con il tradizionale disprezzo dell’ufficiale di carriera verso le milizie politiche, i comandi tedeschi le considerano improvvisate e inconsistenti […] Le difficoltà logistiche e l’impreparazione fisica e tattica dei brigatisti sembrerebbero in realtà essere prove palesi dell’impossibilità di reggere a un compito militare, ma essi pretendono che la passione politica li sorregga comunque e che con l’entusiasmo si sopperisca ad ogni esigenza. Ne derivano azioni sanguinose che non sono inquadrate in un disegno tattico ma che scaturiscono dall’esasperazione delle individualità e dall’impazienza dell’agire a qualunque costo. Un reparto a sé è costituito dagli uomini del principe Junio Valerio Borghese: questi, che godeva già di ampia autonomia prima del 25 luglio per il prestigio acquistato con i suoi raid spettacolari nei porti di Alessandria e Gibilterra, viene sorpreso dall’armistizio nella base navale di La Spezia con i circa 1.300 effettivi della X MAS: in seguito ad accordi con l’ammiraglio Dönitz, responsabile della marina da guerra tedesca, il principe Borghese recluta altri 4.000 marinai per operazioni di terra, dando alle formazioni l’antico nome di “San Marco”. Questo reparto, che costituisce a tutti gli effetti un esercito personale gestito dal comandante senza nessun coordinamento con le altre forze armate della RSI, esemplifica le caratteristiche proposte a modello per la struttura militare volontaria fascista repubblicana. L’individualismo eroico, che si richiama alle tradizioni di imprese disperate nelle roccaforti nemiche proprie dei mezzi antisommergibili, costituisce il retroterra ideale, come spiegherà lo stesso Borghese nel dopoguerra: “Tutti quei volontari si spogliavano di ogni interesse terreno ed erano animati esclusivamente dall’impegno di conseguire un contatto puramente spirituale, mettere in luce e in bellezza lo spirito di combattività dell’italiano che sapeva morire combattendo contro il nemico”. Su questa base ideale Borghese costruisce un modello organizzativo alternativo a quello dell’esercito regolare. A partire dall’istituzione del rancio e della mensa unica per ufficiale e marò per arrivare alla decisione di non concedere altre promozioni se non quelle conquistate sul campo, ogni formalismo burocratico è destinato ad essere abolito dando per la prima volta forma alla ribellione e al rifiuto della prassi dell’esercito tradizionale. Lo scopo di questo rinnovamento di stile e di rituali è quello di segnare una rottura definitiva con l’esercito regio affinché la nuova forza armata possa intervenire a fianco degli alleati tedeschi vergine di ogni collusione, monda di ogni legame sostanziale o formale con le istituzione del tradimento e della vergogna […] Militarmente guidata dal principe con fermezza e personalità, rispettata dai comandi tedeschi per la credibilità e le relazioni personali del comandante, la Decima MAS si dedica ad una guerra quasi privata contro i partigiani in diverse aree del Nord Italia. Certamente essa costituisce l’esperimento meglio riuscito di quel volontarismo indisciplinato e pittoresco di Salò, nutrito di velleità, di illusioni e di rabbia […] C’è un ulteriore corpo a base volontaria, i reparti delle SS italiane, inizialmente circa 9.000 uomini reclutati dai tedeschi tra i soldati italiani fatti prigionieri dopo l’8 settembre e trasferiti in Germania nei campi di internamento: si tratta di reparti voluti da Himmler e destinati ad operare nella lotta antipartigiana sotto la direzione tedesca senza nessun rapporto con il governo di Mussolini […] A differenza delle altre forze armate di Salò le SS italiane sono truppe dotate di buon equipaggiamento e coordinate nei loro interventi dagli indirizzi strategici dei comandi tedeschi, ma hanno scarsa motivazione e vivono con disorientamento le modalità di impiego […] A spiegare questa proliferazione di formazioni, di corpi, di brigate vi sono due ragioni di fondo. La prima è che nella Repubblica sociale ciascun corpo intende la propria funzione militare come quella di una banda, struttura irregolare, per definizione fondata sul volontarismo e su un ideale eroico e individualista. La seconda è legata alle lotte per il potere interne alla RSI malgovernate da un Mussolini che è ormai ostaggio degli avvenimenti […] La subalternità del governo di Salò e la sua mancanza di margini di autonomia sono evidenti non solo nelle difficoltà incontrate nella creazione di reparti armati, o nella mancata difesa della sovranità nelle zone operative della Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige, ma soprattutto nell’incapacità di proteggere l’economia nazionale dallo sfruttamento massiccio e le popolazioni civili dalle rappresaglie indiscriminate. Di questa condizione di totale subalternità Mussolini e i suoi collaboratori sono d’altra parte pienamente consapevoli, come dimostrano concordemente tutte le testimonianze: il governo di Salò è una funzione, dove le tradizionali rivalità tra i capi fascisti, non più controllate dal carisma del Duce, danno luogo a sovrapposizioni e confusione anche ai livelli più bassi dell’amministrazione e dove l’intrecciarsi di velleità e frustrazioni determina azioni spesso sconsiderate […] Proprio da questo quadro di condizionamenti e di fragilità deriva la responsabilità storica della Repubblica sociale. Lungi dall’essere riscattata dalle rivendicazioni di autonomia, essa risulta infatti aggravata per la circostanza stessa che si prestava ad offrire ai tedeschi l’espediente di fatto e lo strumento propagandistico per attenuare le loro responsabilità. La creazione di un governo collaborazionista offre all’esercito di occupazione germanico l’alibi di una copertura istituzionale, garantendogli una struttura amministrativa poco efficiente ma politicamente affidabile cui delegare di volta in volta compiti di propaganda, di controllo, di repressione interna, di delazione. Da questa realtà discendono inevitabilmente i contorni di guerra civile che lo scontro assume, contrapponendo le forze resistenziali non solo all’antagonista militare tedesco, ma anche a un apparato statale che di quell’antagonista è emanazione e che opera in sua funzione […] Dopo l’armistizio dell’8 settembre, con l’occupazione tedesca di due terzi della penisola, la creazione della RSI e l’inizio della lotta partigiana, la situazione in Italia assume connotazioni drammaticamente complesse. Sino ad allora gli italiani hanno combattuto una guerra rovinosa che ha comportato gravi perdite ai fronti, pesanti bombardamenti all’interno e una paurosa crisi sociale ed economica ma che ha conservato i tratti canonici di una guerra tra Stati, con le forze armate nazionali come protagoniste principali: dopo l’8 settembre e sino all’aprile del 1945 gli italiani vivono invece un’atmosfera in cui la guerra di liberazione contro l’occupante si intreccia con la guerra di classe e la guerra civile. I combattenti non hanno necessariamente la riconoscibilità dei soldati indivisa e lo scontro armato esplode dovunque […] Il 1943-45 è innanzitutto una stagione di guerra patriottica contro il nemico occupante. Il tedesco rappresenta il nemico più ovvio e immediato e, almeno per certi aspetti, il più unificante, come il movimento partigiano percepisce sin dal primo momento: è certo di grande rilievo che nella coscienza dei resistenti la guerra contro l’esercito germanico non abbia bisogno di legittimazioni estrinseche che si rifacciano a criteri di legalità incarnati nelle istituzioni del vecchio Stato. Per gli uni il tedesco è un mero invasore, per gli altri il tradizionale nemico del Risorgimento, per altri ancora l’eterno “barbaro teutonico”, per altri, infine, il nazista responsabile di una stagione imperdonabile di violenza. Un’interpretazione può naturalmente sfumare nell’altra o sovrapporvisi ma la lotta contro il tedesco assicura un denominatore comune al movimento partigiano sul quale convergono posizioni politicamente distanti: il militante comunista della cellula di fabbrica, l’antifascista di formazione liberaldemocratica, l’ufficiale di provata fede monarchica trovano qui un terreno di incontro e di impegno e la guerra assume un carattere patriottico che per molti costituisce una scoperta […] In secondo luogo il 1943-45 è una guerra di classe, espressione più corretta di quella tradizionale di “lotta di classe” perché lo scontro sociale si intreccia strettamente alla guerra e in molti aspetti viene combattuto con le armi. Gli scioperi nelle fabbriche e, più in generale, le agitazioni dei lavoratori costituiscono un aspetto significativo dell’esperienza resistenziale, in evidente rapporto con la lotta armata e con accentuazioni che talora giungono all’identificazione del nemico della nazione con il nemico di classe. La guerra di classe non è tuttavia fenomeno univoco: si può assumere che per un proletario militante nella Resistenza l’ideale sarebbe stato trovarsi di fronte ad un padrone che fosse anche fascista e sfacciatamente servo dell’invasore tedesco, ma la realtà è più articolata, con posizioni padronali che spaziano dal collaborazionismo aperto con gli occupanti, all’apparente neutralismo, al sostegno strumentale del movimento partigiano, all’impegno sincero e talvolta diretto nella Resistenza. A loro volta, nelle posizioni operaie trovano spazio sia atteggiamenti semplicemente rivendicativi, sia la memoria di antichi comportamenti eversivi, sia il mito dell’URSS e di Stalin come liberatore degli oppressi, sia una radicata tradizione internazionalista. In concreto, all’interno delle stesse coscienze ed esperienze operaie, la guerra di classe talora coincide con la guerra patriottica, talora si dissocia, in un quadro di complessità che non è riconducibile a schematizzazioni. In terzo luogo, il 1943-45 è una lunga e feroce guerra civile ed è questa la definizione più controversa: da parte resistenziale essa è stata rifiutata perché presunto argomento di legittimazione del fascismo di Salò e riassorbita in quella di “lotta di liberazione” o “guerra patriottica”, con la liquidazione dei fascisti a puri collaborazionisti; all’opposto i reduci della RSI l’hanno strumentalizzata per distrarre il giudizio storico dalle ragioni ideali del conflitto dirottandolo sul terreno della lotta in sé e per sé, e per stabilire in questo modo un’equiparazione morale tra i contendenti. Al di là delle interpretazioni di parte il 1943-5 è guerra civile nel senso storicamente accreditato di lotta armata tra forze di uno stesso Paese, comunque organizzate e numericamente significative […] Il sovrapporsi e l’intersecarsi di questi piani differenti, che non possono essere isolati l’uno dall’altro e che spesso convivono nella stessa coscienza dei combattenti, determinano difficili problemi interpretativi. La questione non si pone per l’intreccio fra guerra di classe e guerra civile perché una guerra di classe o una rivoluzione, sviluppandosi all’interno di una stessa compagine sociale, sono sempre “anche” guerra civile in quanto suscitano inevitabilmente la controrivoluzione. Lenin aveva talmente chiaro il nesso tra i due aspetti che in molti scritti definisce la rivoluzione “la guerra civile del proletariato contro la borghesia”. Il problema interpretativo sorge invece per le correlazioni tra guerra di liberazione e guerra civile, rispetto alle quali non solo nel caso italiano, ma nel panorama complessivo della seconda guerra mondiale, è difficile indicare una precisa demarcazione concettuale. Nessun dubbio sul fatto che all’origine del movimento partigiano ci sia una prospettiva nazionalpatriottica: ma la guerra di liberazione spesso accompagna e involge una guerra civile. Non è essa stessa una guerra civile perché è combattuta contro un esercito straniero d’occupazione. Ma è ad essa saldamente associata quando una potenza straniera è presente sul territorio nazionale anche o esclusivamente in forza di una solidarietà ideologico-politica con un partito – nel senso più ampio del termine – che nell’ambito di un Paese occupato si oppone ad un altro. La guerra di liberazione dell’Italia occupata dai tedeschi durante il secondo conflitto mondiale si intrecciava così a una guerra civile perché l’esercito germanico era presente sul suolo nazionale, non solo nel quadro di operazioni belliche che si svolgevano su un più ampio scacchiere e perseguivano gli interessi esclusivi della Germania, ma anche come forza solidale con i fascisti italiani della RSI in guerra con la Resistenza […] Il vuoto istituzionale creato dall’8 settembre caratterizza il contesto in cui gli italiani furono chiamati a scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli. Il campo del possibile, ordinariamente ristretto alle opposizioni tradizionali fra consenso e dissenso, si dilata a giro d’orizzonte intrecciando strategie di lotta e strategie di sopravvivenza: scelta di libertà, di opposizione, di militanza; oppure scelta di garanzia, di ordine, di continuità; oppure ancora scelta di evasione, scelta di necessità, scelta di rottura: il tutto entro un quadro di eccezionalità che per paradosso uguaglia le condizioni dei singoli ed esalta le potenzialità morali e culturali di ognuno. In questa atmosfera drammatica e convulsa si diffonde un senso profondo di tradimento, una rabbia sorda contro i responsabili: per ragioni diverse e talora opposte tutti si sentono traditi e tutti lanciano accuse di tradimento. Vittorioemanueleiii Le persone che ne sono tacciate con la massima convergenza di giudizi sono Vittorio Emanuele III e Badoglio, che appaiono traditori ai tedeschi, ai fascisti, a larga parte dei resistenti, ai soldati internati in Germania. Ma l’accusa di tradimento investe tutti coloro che fanno una scelta diversa dalla propria. Traditore è il repubblichino che solidarizza con l’occupante, che contrasta lo sforzo per creare una nuova Italia, che si oppone alla ricostruzione di un più profondo sistema di umana solidarietà; all’opposto, traditore è il ribelle che volge le armi contro l’alleato di ieri, che misconosce il sacrificio dei caduti in guerra rinnegando gli ideali della Patria e dell’Onore, che non affronta lo scontro in campo aperto; e ancora, traditore è chi sta nella zona grigia dell’astensione, chi non scende in campo, chi cerca di ritagliarsi uno spazio defilato e anonimo di sopravvivenza quotidiana […] Il dato comune di tutte le guerre civili è l’esasperazione della violenza. Non si tratta di un problema numerico e neppure di legittimità della violenza. Si tratta, invece, di un’atmosfera di violenza che attraversa in profondità l’intero corpo sociale, contagiandolo in tutte le sue componenti e portandolo ad assuefarsi ad uno scenario di morte. Il primo elemento di una guerra civile è infatti la rottura del monopolio statale della violenza e lo scontro fra i contendenti per imporre su tutto il territorio il proprio monopolio, alternativo o sostitutivo rispetto a quello dell’altra parte […] In un quadro dove l’esercizio della forza sfugge al controllo dello Stato per trasferirsi ai singoli individui, la soglia della violenza viene automaticamente ad elevarsi mentre sfumano le regole entro le quali essa è ordinariamente esercitata: ogni cittadino può trovarsi con un fucile in mano o nella necessità di imbracciarlo perché minacciato, ognuno può diventare combattente […] BadoglioLa violenza della guerra regolare si trincera dietro l’alibi morale dell’ordine ricevuto: si spara perché queste sono le disposizioni dei comandi, si va all’attacco perché questo è l’ordine del capitano o del tenente. La violenza della guerra civile entra invece nelle coscienze individuali, si parcellizza in un’infinità di gesti singoli, spesso costringe alla scelta anche le persone più refrattarie. È una violenza assai più coinvolgente sul piano psicologico e assai più ravvicinata sul piano spaziale […] Il secondo elemento della guerra civile è la non riconoscibilità del nemico. Visibili sono gli uomini in divisa, le Brigate Nere, la X MAS, le divisioni del maresciallo Graziani; meno visibili ma comunque individuabili sono i partigiani, armati anche se non irreggimentati. Ma dove sono, e chi sono, le spie, gli informatori, i complici del nemico, i traditori? Possono essere tutti e nessuno, annidarsi all’interno del proprio reparto o della propria banda, oppure tra la popolazione più innocua dei paesi; possono essere coloro che apparentemente non si schierano e cercano di ritagliarsi uno spazio di anonimato in attesa di allinearsi con il vincitore; oppure possono essere gli opportunisti senza bandiera e senza morale, pronti a vendere le informazioni secondo convenienza […] È l’effetto “quinta colonna” che presiede le più efferate operazioni di “limpieza” nel corso della guerra civile spagnola, che produce la legge dei sospetti durante il Terrore, che scatena a volte o potenzia le attitudini alla persecuzione; ancora, è l’aggressività che ispira i rastrellamenti nazifascismi, dove l’accusa di complicità con il ribellismo giustifica ogni genere di violenza nei confronti dei civili; ed è la durezza che si esprime da parte resistenziale nei confronti delle presunte spie, eliminate a volte per colpe approssimativamente stabilite perché, come scrive un documento partigiano friulano, “l’eliminazione delle spie è più importante degli atti di sabotaggio”. Il terzo elemento di una guerra civile è il suo carattere totale: permane una maggioranza di individui non schierati, che cercano di ricavarsi uno spazio di renitenza alla lotta, ma è proprio in quest’area che le minoranze attive devono alimentare le proprie forze […] La violenza esercitata dal movimento partigiano consiste nell’esposizione del territorio alla repressione della controguerriglia, ma generalmente non assume forme di costrizione diretta, se si escludono le requisizioni di generi alimentari pagati con buoni esigibili a vittoria ottenuta. All’opposto, le bande devono legittimarsi agli occhi della popolazione civile in mezzo alla quale operano per poter sopravvivere e devono reprimere coloro che eventualmente si macchiano di atti di usurpazione: il fatto che esse ricevano dai civili la protezione necessaria a mantenersi in armi nella clandestinità sino alla conclusione del conflitto, dimostra che il rapporto si stabilisce su basi corrette, pur con le contraddizioni tipiche di una situazione di emergenza. L’atteggiamento del fascismo repubblicano invece si contraddistingue per la costrizione esercitata in primo luogo con la chiamata alle armi, che nella condizione di precaria legittimità della guerra civile viene avvertita come un’estrema violenza, tanto da provocare l’effetto di alimentare le forze avverse […] In secondo luogo la violenza viene esercitata attraverso rastrellamenti e rappresaglie contro una popolazione considerata nemica nella sua globalità. Agli occhi dei fascisti di Salò gli italiani sono in larga parte dei traditori, uomini che hanno riempito le piazze nelle adunate oceaniche del Ventennio, che hanno osannato Mussolini come Duce invitto, e che poi gli hanno voltato le spalle nel momento della difficoltà per schierarsi con i vincitori: dunque essi sono degli uomini indegni che non meritano né tolleranza né pietà […] Nel momento stesso in cui inizia, la guerra civile ha un esito segnato: le armate angloamericano sono ormai saldamente stabilite nell’Italia meridionale, l’Armata Rossa preme sui confini dell’Europa orientale, la Germania è in arretramento su tutti i fronti. Lo scontro può durare ancora qualche mese (come pensano i più ottimisti) o due anni (come effettivamente accadrà), ma chi saranno i vincitori e chi i vinti è già scritto. Di questo destino storico, molti dei fascisti che aderiscono alla RSI sono consapevoli e da questa consapevolezza scaturisce l’esasperazione dei comportamenti […] Nella coscienza di molti militanti della RSI il valore della lotta si esaurisce nella lotta stessa perché non esistono prospettive credibili di successo. Il nesso tra questa condizione psicologica e l’esasperazione della violenza è evidente […] Il senso di isolamento, l’angoscia di una causa senza futuro, la debolezza manifesta generano un’avversione indiscriminata verso tutto ciò che è altro da sé. Su questo piano la violenza della RSI si incrocia con l’altro elemento caratterizzante del periodo 1943-45 in Italia, la presenza occupazionale detesta e gli eccidi nazisti. Di alcune stragi, in particolare quelle compiute a ridosso del fronte, autori materiali sono i reparti tedeschi incalzati dall’offensiva angloamericana, ma in tutti gli altri casi sono direttamente coinvolte le formazioni armate della Repubblica sociale. La lotta contro il movimento partigiano nelle retrovie è infatti affidata a squadre della polizia e delle SS dipendenti dall’appoggio di unità fasciste italiane. Tutte le azioni di controguerriglia si svolgono attorno ad un nucleo centrale germanico che ne assume la direzione, come avrebbe dichiarato lo stesso comandante della X MAS, il principe Junio Valerio Borghese, nel processo a suo carico celebrato dopo la guerra: “Nella Repubblica sociale italiana il comandante germanico Karl Wolff era responsabile delle operazioni per il mantenimento dell’ordine pubblico. Noi, per poter impiegare i reparti in operazioni belliche, dovevamo ottenere l’autorizzazione del comando tedesco, e lo stesso dicasi per i rastrellamenti e le azioni antipartigiane, le quali venivano esclusivamente ordinate dal predetto comando tedesco”. Ma a condurre le operazioni, sotto il comando tedesco e in cooperazione con le truppe germaniche, sono i brigatisti neri, i militi della Guardia Nazionale Repubblicana o della X MAS, le SS italiane, i soldati delle divisioni dipendenti dal maresciallo Graziani. In questo quadro operativo generale la distinzione di responsabilità tra tedeschi e fascisti, che risulta complessa persino in sede di ricerca storica, si annulla nella percezione dei contemporanei. Per la popolazione dei territori occupati, la violenza subita riconduce ad una responsabilità collettiva: responsabili i tedeschi, responsabile Mussolini che ha voluto la guerra, responsabile il fascismo di Salò alleato della Germania, responsabili i repubblichini. La brutalità della repressione è la norma occupazionale, il clima di intimidazione e di minaccia attraversa il Paese senza risparmiare nessuno […] Le ombre nere che attraversano l’Italia nel 1943-45 si proiettano sul “sangue dei vinti”, che viene sparso dopo il 25 aprile 1945. È una stagione breve e furiosa di rabbia che coinvolge grandi città e piccoli paesi del Centronord dove l’uscita dalla guerra e dal fascismo implica forme di rottura drammatiche. Le due storie si rimandano l’un l’altra: il lutto e la vendetta, la ferocia subita e la vergogna inflitta, l’umiliazione e la colpa. E sullo sfondo una consuetudine con la morte e la sofferenza veicolata da due anni di guerra civile. Oggi la storiografia non può più proporre un volume sulle stragi commesse da tedeschi e fascisti nel 1943-45 fermandosi al 25 aprile, alla fuga e all’esecuzione di Mussolini, alla ritirata della Wehrmacht, all’arrivo degli Alleati. Le guerre non finiscono con la sconfitta dei nemici: quando i conflitti comportano occupazioni straniere e collaborazionismi interni e assumono i tratti della guerra civile, la guerra prosegue nella pace […] Correlare i due momenti non significa giustificare il dopo con il prima, nella storia la successione cronologica dei fatti non serve ad assolvere e neppure, all’opposto, a condannare. Più semplicemente, significa comprendere il contesto nel quale i fatti si sviluppano […] La rabbia e il dolore non bastano da soli a scatenare una reazione collettiva capace di trasformarsi nel “sangue dei vinti”: il capro espiatorio deve materializzarsi in una o più persone identificabili come tali, deve corrispondere a quelle che René Girare definisce “accuse stereotipate” e deve essere l’effetto di una “selezione vittimaria”. All’interno di “uno stato di profonda crisi del corpo sociale” quale si manifesta alla fine del conflitto, personaggi grandi e piccoli assurgono a paradigmi delle “ombre nere” e sono oggetto di una violenza che ha pretese di totalità e nella quale confluiscono la disperazione rabbiosa della madre, il dolore indignato delle vedove, il risentimento di ci è stato ostaggio, il rancore dell’ex prigioniero che ha subito torture. Piazzale Loreto è l’emblema sinistro della resa dei conti della primavera 1945, sia per ciò che avviene sia per il contesto ambientale nel quale si inserisce. Poco dopo le tre di notte di domenica 29 aprile entra in Milano insorta il camion del colonnello Walter Audisio “Valerio” e sul selciato del piazzale, dove otto mesi prima i legionari della “Muti” hanno fucilato quindici antifascisti lasciandoli esposti sino a sera, scarica i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, uccisi il pomeriggio precedente a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; accanto a loro i corpi di Alessandro Pavolini, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma e degli altri diciotto gerarchi fascisti fucilati a Dongo. I corpi rimangono per terra addossato uno all’altro, nel buio di una città dove le prime avanguardie americane sono entrate già da qualche ora ma dove la normalizzazione alleata è ancora lontana da venire. Nulla di casuale nella scelta dell’esposizione: storicamente l’ostentazione dei corpi dei condannati ha un valore sanzionatorio che glorifica il vincitore e visualizza l’esito di un conflitto. Ma Mussolini è stato fucilato in fretta e senza spettatori, in uno spazio anonimo e appartato: se l’esecuzione ha risolto la pendenza individuale ha però lasciato irrisolta la forma sociale della messa a morte. Dunque, esposizione del cadavere perché tutti possano constatare che il nemico è morto davvero e che la sua stagione è conclusa. Strage_di_piazzal_loreto E nulla di casuale nella scelta del luogo là dove l’eccidio ha offeso più profondamente la coscienza resistenziale, là, per contrappasso, avviene l’esibizione del tirannicidio. Le premesse si coniugano bene con l’atmosfera di Milano, una città che ha vissuto fino in fondo l’agonia della RSI, lunghi mesi di rarefatta follia, tra l’ebbrezza di un potere effimero e il presagio della fine. L’insurrezione è iniziata quattro giorni prima, scontri nelle strade, spari attorno agli stabilimenti, attacchi alle caserme, negozi con le saracinesche abbassate e tram fermi. Si sono visti camion partigiani muoversi con uomini distesi sul cassonetto e i fucili spianati; autocarri di SS tedesche correre come impazziti sventagliando colpi di mitraglia; automobili cariche di fascisti cercare forsennatamente una via di scampo; pattuglie armate appostarsi agli angoli delle vie, sui cornicioni delle case, sui tetti. E si sono visti i morti: cadaveri sui selciati, alcuni coperti con un telo, altri abbandonati senza riguardo, chiazze di sangue sui muri e per terra. La guerra è entrata in tutti i quartieri e ogni milanese ne è diventato insieme spettatore e protagonista. Il milanese dei giorni insurrezionali ha smarrito la cognizione della normalità e vive un’emergenza in cui tutto è possibile e tutto sembra impossibile. La notizia che Mussolini è morto e il suo corpo giace a piazzale Loreto fa il giro dei quartieri prima che Radio Milano Libera ne informi la cittadinanza. Appena albeggia, la gente comincia ad affluire: ci sono uomini, donne, partigiani armati, una folla numerosa che aumenta di momento in momento, operai e borghesi, giovani ed anziani, volti scavati dalla penuria della guerra e corpi ben nutriti dalla speculazione del mercato nero. I primi arrivati si assiepano attorno ai cadaveri, tra stordimento ed eccitazione, guardano con occhi attoniti i potenti di ieri, si chinano per constatare ancor più da vicino; chi arriva quando la piazza è già gremita sale sulle camionette ferme per vedere meglio oppure si fa largo a spintoni per raggiungere le prime file […] Il picchetto partigiano che fa il servizio d’ordine attorno ai cadaveri si sforza di mantenere la folla a distanza ma è costretto ad indietreggiare sempre più pressato dalla calca. E in quella folla sempre più numerosa e incontenibile, che forse senza averne piena coscienza va a fare i conti con il proprio passato, la curiosità si converte in esasperazione. È una metamorfosi imprevedibile, rapida, radicale. Prima sono imprecazioni che si levano dagli animi più eccitati, insulti al Duce e alla sua amante, irrisioni all’onnipotenza finita. Poi è la violenza sui cadaveri: chi li colpisce a calci, chi li oltraggia con sputi e orina, chi li frusta, chi li copre di fango. Il corpo di Mussolini è il più bersagliato, tra furore e scherno: una signora che ha perso cinque figli uccisi da un bombardamento estrae una pistola dalla borsetta e gli spara cinque colpi; un altro gli mette in mano un gagliardetto fascista tronco; altri ancora uno scettro da burla; c’è persino chi cerca di infilargli in bocca un topo morto […] Piazzal_loreto_con_scettro A metà mattinata il servizio d’ordine partigiano decide di sottrarre i corpi allo scempio e di esporli alla vista; è un’esposizione macabra ma evita che la pressione della folla diventi travolgente. Uno dopo l’altro i cadaveri sono trascinati al vicino distributore di benzina ed appesi al traliccio, con i piedi in aria e la testa in giù, secondo il rituale d’infamia delle esecuzioni medievali. Seduti sul traliccio, con i fucili ben esposti, alcuni partigiani sanzionano scenograficamente la vittoria sul regime.

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da Gianni Oliva, L'ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, 2007 Mondadori

10 settembre 2007

quattro gatti

Milano_1977_uccisione_vicebrigadier L’anno che va dalla morte di Tobagi (28 maggio ’80) all’arresto di Moretti (4 aprile ’81) è tra i meno chiari della storia delle BR. Matura la separazione che si consumerà subito dopo tra l’Esecutivo e la colonna Walter Alasia. Emerge il problema degli infiltrati. Moretti appare rassegnato alla fine della parabola iniziata tre anni prima (con la scoperta del covo di via Gradoli e la “trattativa” con i servizi). Nell’aprile ’80, mentre si prepara l’attentato a Tobagi (l’Arma lo apprende da un infiltrato), la stampa dà notizia di un’altra infiltrazione: si tratta della confessione del brigatista Marino Pallotto (12 aprile) che fa arrestare membri di un gruppo armato di cui fa parte e che è collegato alla colonna romana delle BR, operante a Monte Mario. Entratovi alla fine del ’78, vi aveva trovato Paolo Santini, arrestato con lui il 28 dicembre ’79. il 9 gennaio Santini “dichiara al giudice di aver agito su incarico dei carabinieri del nucleo operativo di Roma. Sostiene di aver sempre informato il colonnello Cornacchia. La sua versione è confermata dal colonnello, per cui il giudice ne ordina la scarcerazione”. Il colonnello, comandante del nucleo investigativo di Roma, è iscritto alla P2; è tra i primi ad accorrere in via Fani, partecipa alle indagini, nel ’79 compie i primi accertamenti sull’omicidio Pecorelli, ammetterà davanti alla Commissione Moro di disporre di un infiltrato nelle BR, forse lo stesso Santini, in realtà facente parte di un gruppo fiancheggiatore. Pallotto si suicida in carcere, Santini è in libertà, negli stessi giorni l’Arma dispone di un altro infiltrato nel gruppo che sta per uccidere Tobagi: Rocco Ricciardi, postino a Varese, confidente dal 24 marzo ’79. egli ammetterà di essere un confidente, di aver fatto arrestare militanti, di aver preannunciato l’omicidio di Guido Galli ma non quello di Tobagi. Si permetterà di criticare “leggerezze sul mio conto anche da parte dell’onorevole Scalfari che ha fatto il mio nome in Parlamento, esponendomi a rappresaglie e mettendo così in pericolo anche i miei familiari”. Ma che abbia informato sull’omicidio è ampiamente documentato. I precedenti delle infiltrazioni risalgono alle Formazioni Comuniste Combattenti, dalle quali deriva la “Brigata 28 marzo” (la data di via Fracchia), guidata da Marco Barbone (“Barboncino”). Le FCC erano state fondate da Alunni, col quale collaborava il ventenne Barbone. Dopo l’arresto di Alunni (settembre ’78), che il gruppo abbia potuto tranquillamente operare a Milano – dove le forze di sicurezza erano state in grado di colpire ininterrottamente il partito armato, dai giorni di Feltrinelli alla distruzione della colonna BR nel maggio ’72 – lascia supporre che fosse comunque sotto controllo. Si tratta di un gruppo raccogliticcio, che Barbone descriverà così: “Marocco, Felice e la sua ragazza, Zanetti, Balice, un suo amico di Saronno, la moglie di Balice, Bellerè, De Silvestri, Gianni, un amico di De Silvestri, Rocco (il postino), Brusa e la sua ragazza di cui ignoro il nome, le sorelle Zoni, un certo Pranzetti, Colombo, Marchettino di Varese, Bartisaldo e sua moglie, Piroli, Belloli Maria Rosa, un amico di Gianni, amico di De Silvestri”, oltre alla sua fidanzata Caterina Rosenzweig, che Barbone non cita. Da questo gruppo di “amici”, “ragazze” e “mogli” esce il gruppo (Mario Marano, Paolo Morandini, Daniele Laus, Manfredi De Stefano e Francesco Giordano) che il 7 maggio ferisce a casa sua il giornalista della Repubblica Guido Passalacqua; e il 28, dopo essersi appostato per ore in una via presso il carcere di San Vittore (zona quindi percorsa da macchine della sicurezza), uccide Tobagi, dando luogo a uno degli episodi di lotta armata più gravidi di dubbi e polemiche (per supposti mandanti nel mondo giornalistico, per una elaborata rivendicazione ricavata dalla rivista specializzata Ikon, difficilmente attribuibile a quel gruppo di spostati). Tra l’infiltrazione che precede l’omicidio Tobagi (con le citate caratteristiche che ne fanno un episodio particolare della lotta armata) e quella che porta all’arresto di Moretti, si colloca un periodo di difficoltà e anche di oscurità per le BR travagliate dai dissensi interni, anche per il ruolo di sempre maggior rilievo di Giovanni Senzani […] Dopo l’eco suscitata dall’omicidio Tobagi (maggio) e prima del sequestro D’Urso (dicembre), l’estate e l’inizio dell’autunno trascorrono senza eventi di rilievo, sino agli omicidi milanesi a opera della Brigata Alasia sempre più autonoma. Si è visto il duro colpo infilitto alle colonne di Torino (arresto di Micaletto) e di Napoli (cattura di Seghetti e Nicolotti). Questa la situazione di Genova, dopo via Fracchia e mentre sparisce Livio Baistrocchi, uno dei fondatori: “la strage di via Fracchia provoca un’esplosione ritardata. Decine di giovani sull’onda dell’emozione chiedono di entrare nelle BR e Lo Bianco, rimasto solo a guidarle, li accetta. ‘Ai primi arresti’ dice Fenzi, ‘arrivano in questura le madri, abbracci e baci con i ragazzini piangenti, l’invito materno subito raccolto a vuotare il sacco e in pochi giorni finirono tutti in galera’, le BR genovesi erano finite per sempre”. Francesco Lo Bianco era “rimasto solo” dopo l’arresto di Fulvia Miglietta e Gianluigi Cristiani. Che Fenzi, appena assolto, entri in clandestinità nel giugno ’80, proprio mentre ritiene “finite per sempre” le BR genovesi, è un’altra stranezza del periodo che può essere valutato attraverso una lunga riflessione postuma di Moretti. Ma prima va segnalato un episodio del tutto isolato, che movimenta a sinistra la peraltro relativamente tranquilla estate ’80, e che sarà eclissato dalla strage di Bologna (2 agosto). Il 25 luglio vengono rapiti a Barberino d’Elsa dov’erano in vacanza, Suzanne e Sabine Kronzucker, figlie di un amico di Franz Joseph Strass, il potente leader dell’Unione cristiano-sociale bavarese, ministro della Germania Federale, e il loro cuginetto Martin Waechtler. L’azione viene rivendicata da un gruppo che così si presenta: “Dalla base mobile operativa toscana intitolata al grande compagno Antonio Gramsci, Chaka II, capo dell’anonima sequestri operante in tutta l’Italia centrale elenca i mandanti della strage nazifascista messa in atto alla stazione di Bologna il 2 agosto [seguono i nomi di alcuni leader DC]. Chaka II creerà una nazione sarda, una seconda Cuba nel Mediterraneo, basteranno un migliaio di uomini, di veri sardi, a sconfiggere i colonizzatori sardi”. Il gruppo, guidato da Mario Sale, ottiene la pubblicazione del comunicato e probabilmente un riscatto. Rilascia i sequestrati e continua la sua attività senza implicazioni politiche. L’evocata strage di Bologna contribuisce, in quell’estate, a spostare l’attenzione dalla lotta armata di sinistra al cosiddetto terrorismo nero e stragista. Ovviamente Moretti non accenna a Chaka II ma neanche all’omicidio Tobagi, quando fa il punto della situazione, a partire da giugno e sino alle iniziative autunnali della Alasia: “Fenzi aveva partecipato alla stesura del famoso ‘documentone’. Appena fuori si avvede di colpo che una cosa è quel che immaginavano dentro e un’altra la realtà. Che non stessimo viaggiando sulla cresta dell’onda videro bene anche Marina Petrella e Luigi Novelli, usciti anch’essi di prigione in quel periodo e inseriti nella colonna romana. Con Fenzi ci intendiamo bene, discutiamo del ‘documentone’, ne recuperiamo gli elementi d’analisi che erano i soli utilizzabili. La Walter Alasia non ci sta, vuole fare subito. Sono compagni arrivati tardi, ultimi, nelle Brigate Rosse, come De Maria, Betti e Alfieri e non hanno tutti i torti, la situazione all’Alfa Romeo è tale che non possiamo stare a guardare, siamo fermi da troppo tempo e rischiamo di essere assenti come alla FIAT nel momento cruciale. Mettiamo in cantiere assieme due azioni, individuando un dirigente dell’Alfa, Manfredo Mazzanti e uno della Marelli, Renato Briano. Ma come colpire… ci stiamo lavorando quando il gruppo milanese forza i tempi, colpisce”, uccidendo Briano il 12 novembre e Mazzanti il successivo 28. si può rilevare come le BR in difficoltà siano agevolate da inopinati rilasci (Fenzi, Petrella, Novelli), mentre ai servizi non mancano informazioni su Pasqua Aurora Betti, citata fin dal ’70-71 in un documento trovato nella base di Mediglia (“Pippo o della lucida follia”: Pippo sarebbe Franco Piperno). Anche il giudice Calogero nella sua istruttoria nel parla: “Fra le persone citate Toni Negri e Aurora. Nelle agende di Negri del 1973 e 1974 è più volte citato il nome di Aurora. Il numero telefonico accanto al nome di Aurora è di una persona che ha dato ospitalità a Milano a tale Betti Aurora di Roma, la cui identificazione non è mai avvenuta”. Quanto alla posizione della Alasia, Vittorio Alfieri la sintetizza così: “Agnelli ha fatto piazza pulita. All’Alfa la direzione rimanda lo scontro. Una proposta passa perché avevamo organizzato gli operai della catena, quelli che sostenevano la piattaforma alternativa. Avevamo letteralmente spostato il PCI organizzato e vinciamo questa assemblea. Vinciamo con l’assemblea generale dopo aver fatto una serie di interventi, tra cui il mio. Era questo il lavoro che si faceva, la militanza dei compagni delle BR; ed era questo il rapporto che si stabiliva con gli operai. Non aveva importanza di dover dire di essere delle BR. Dalla presenza capillare nel movimento di massa, in quello rivoluzionario di Milano, c’era che le BR diventassero un complessivo punto di riferimento, che unificasse movimenti che si esprimevano nei quartieri, ospedali, fabbriche, attorno a una strategia di potere. Non dunque attorno alla forma di lotta della lotta armata, ma a un programma politico. Le BR dovevano diventare qualcosa di diverso da quello che fino allora avevano rappresentato. Nel settembre ’80 mi licenzio e decido di lavorare a tempo pieno per dare continuità al lavoro politico, a questa esperienza autonoma della Alasia. Per ciò che stava succedendo alla FIAT era per noi necessario dare una risposta allo stesso livello di attacco feroce. Abbiamo colpito due simboli, Briano e Mazzanti. Bisogna spiegare quanto sia stato simbolico da parte dello Stato l’uccisione premeditata di due compagni che a Milano sono morti, in particolare Walter Alasia, nato con me. È anche lui di Pero. Ha vissuto la mia stessa esperienza. Sin da bambini andavamo a fare i chierichetti”. I “frammenti” – tutti – danno un quadro del periodo: le BR sono stremate, a Roma si riorganizzano attorno ai rilasciati, a Napoli con Natalia Ligas e Antonio Chiocchi, a Milano dispongono ancora di un insediamento in fabbrica con ex chierichetti che pensano alla “ferocia” come valore simbolico, che fondono le esperienze delle prime BR (rivendicazioni operaie) e delle seconde (sparare per uccidere), ma in una realtà sociale del tutto mutata. Maturano contrasti di fondo. Temporaneamente la strategia si ricombatta attorno al problema carcerario, per stimolo di Senzani. Le forze di sicurezza controllano attraverso rilasci e informative (casi Petrella, Novelli e Betti); il PCI è ormai lontano dal governo, ma la situazione non è stabilizzata (ottobre-novembre ’80: secondo scandalo dei petroli, terremoto in Irpinia). È in questo contesto che parte l’operazione D’Urso […] Il 12 dicembre, anniversario di piazza Fontana, le BR sequestrano il responsabile della gestione delle carceri presso il ministero di Grazia e Giustizia, il magistrato Giovanni D’Urso. Le BR, allo stremo e alle strette, ma tollerate dai servizi, sembrano ancora dominare la scena politica nazionale. Lo scopo è migliorare le condizioni dei militanti detenuti, “perché li stanno massacrando e perché siamo molto forti dentro le carceri speciali” (sembra una contraddizione). La richiesta precisa sarà la chiusura dell’Asinara, rimasto ormai aperto solo per pochissimi brigatisti. È in gioco la vita di D’Urso, il governo è preoccupato perché la magistratura lamenta le sue troppe vittime (oltre a quelle della lotta armata di sinistra qui registrate, vi sono altre della destra armata, da Vittorio Occorsio nel luglio ’76 a Mario Amato, nel giugno ’80). Il ministro della Giustizia, Alfonso Sarti (DC, iscritto alla P2) alla vigilia di Natale chiude l’Asinara (affermando che era un provvedimento deciso da tempo, d’accordo con Dalla Chiesa). Il 28 dicembre scoppia una rivolta nel carcere speciale di Trani, i detenuti catturano diciotto guardie, ma il 29 le forze speciali del GIS (Gruppo di Intervento Speciale) riconquistano il carcere. In risposta a quello che definiscono “il massacro di Trani” le BR uccidono a Roma, il 31 dicembre, il generale dell’Arma Enrico Galvaligi, responsabile, dopo Dalla Chiesa, dell’Ufficio coordinamento carceri. Per D’Urso si tratta. I brigatisti chiedono la pubblicazione dei loro comunicati e consultazioni dei detenuti. Socialisti e radicali mediano, i primi pubblicando i testi BR sull’Avanti, i secondi visitano, coi loro parlamentari, le carceri di Trani e Palmi, per consentire assemblee nelle quali ci si orienta per liberare D’Urso. Si pronunciano in questo senso Eleonora Moro e Stella Tobagi, vedova di Walter. Quando le BR chiedono che la TV pubblica trasmetta i loro comunicati, i radicali mettono a disposizione il loro spazio a Tribuna Politica perché la figlia del magistrato legga un testo nel quale il padre è definito “boia”: la decisione suscita indignazione nel ricostituito “partito della fermezza”, dalla DC al PCI (ma anche Eugenio Scalfari permette la pubblicazione sull’Espresso dei verbali degli interrogatori di D’Urso forniti dalle BR). Il 15 gennaio il magistrato viene liberato. È un grande successo delle BR, i cui limiti saranno poi così registrati da Moretti: “Progettiamo una campagna che considero il capolavoro politico della BR. Riusciamo a dividere la magistratura, che non vuole più immolarsi. Il fronte della fermezza mostra qualche crepa. Chiediamo la chiusura dell’Asinara e la otterremo. D’Urso verrà liberato poche ore dopo la lettura di un comunicato dei prigionieri di due carceri speciali, Trani e Palmi. Abbiamo vinto, la sensazione è che si sta risalendo. È stato un capolavoro di guerriglia ma si rivelerà ingannevole. Dovrebbe essere un paradigma e si rivelerà invece una perfetta opera d’artigianato, così particolare da restare un pezzo unico, non si ripeteranno più le modalità politiche che, sperimentate con successo nel caso D’Urso, ci sembravano risolutive. Se fossi presuntuoso, direi che è andata così perché dopo qualche mese sono stato arrestato e sono stati altri a dirigere l’organizzazione, ma sarebbe una bugia. Quel successo non era indicativo di una possibilità di trasformazione della guerriglia, esprimeva quel che avveniva, un corpo sociale in maturazione rimaneva del tutto fuori dalle sue possibilità”. Moretti non è presuntuoso però è un po’ vago. In realtà, anche dopo il suo arresto, le BR sembrano all’offensiva, con ben quattro rapimenti in contemporanea, tra aprile e i primi di giugno. Ci si deve chiedere come il partito armato possa apparire grandeggiante quando è ridotto a “quattro gatti”, come afferma lo stesso Moretti nel quadro di una descrizione dei rapporti con la Alasia, per recuperare o sostituire la quale conclude la sua carriera di inafferrabile: “Ho gestito tutte le discussioni per mesi, per anni, con uno scrupolo da far invidia a un democraticista inveterato, convocando la direzione strategica ogni volta che veniva richiesta, rassegnando le dimissioni ogni volta che lo chiedevano. Anche se sapevo che i problemi, quando sono della dimensione di quelli che avevamo noi dopo Moro, non li risolvi in quel modo. Non espello l’Alasia, non espello nessuno, figuratevi se espello qualcuno, eravamo quattro gatti. Il mio sforzo disperato è di tener tutti assieme. Sapevo che una divisione delle BR sarebbe stata la fine… Ci divide il fatto che la Walter Alasia comincia a far azioni per conto suo”. Ciononostante, Moretti tenta un recupero: “Cercavo di ritessere dei fili a Milano. I compagni della Walter Alasia se ne erano andati per i fatti loro, facendoci perdere un punto di forza. E le Brigate Rosse non potevano rinunciare a Milano, non è questione di potere o di concorrenza fra i gruppi, avevamo sempre saputo che se per qualche ragione ce ne fossimo andati da Milano e dalle fabbriche, avremmo smesso di esistere per quanto forti fossimo altrove. Nell’inverno del 1981 a noi non restava che riprendere i vecchi contatti in città con i compagni. Di regolari andammo a Milano Enrico Fenzi, Barbara Balzerai e io […] Per un super ricercato era un’imprudenza imperdonabile cercare i primi contatti. Questo è il lavoro tipico degli irregolari. Ma in quel momento a Milano questa rete s’è inaridita, siamo debolissimi e benché sia una pazzia i primi contatti li cerco io. E così in uno dei contatti che, dopo la prima volta, avremmo scartato, Fenzi e io cadiamo in una trappola tesa dalla polizia e veniamo arrestati” […] Va ricordato che Moretti è nella situazione conseguente il sequestro Moro. Ha trattato per le “carte”, è rimasto un rivoluzionario, ma sa di essere controllato. Le BR sono ridotte a “quattro gatti”. Probabilmente corre il rischio che descrive perché pensa che lo si lasci ancora operare, che chi punta sulla destabilizzazione apparente abbia ancora bisogno delle “sue” BR. Evidentemente non è così. Il sequestro D’Urso è stata la sua ultima impresa. Il suo posto sta per essere preso da Giovanni Senzani, che è uscito allo scoperto, è entrato in clandestinità proprio col sequestro D’Urso, e appare ora il leader capace di interessarsi dei militanti detenuti con maggiore impegno di Moretti. Arrestato il capo, Senzani arriva al vertice dell’organizzazione, che si sta dividendo, ma in una forma di separazione consensuale (come era avvenuto nel ’74 con Alunni e le sue FCC). È ancora col nome collettaneo delle BR che verranno gestiti i quattro sequestri che a metà del 1981 presentano ancora l’Italia come un Paese instabile, mentre con la regia o la copertura dei servizi si prepara la svolta politica che completerà l’isolamento del PCI e che sarà accelerata dal sequestro Dozier. Gli eventi che porteranno all’arresto di Moretti iniziano nell’agosto 1980, secondo il racconto di Giorgio Bocca: con un dibattito nel quale Fenzi viene accusato di essere “un servo di Moretti”, mentre Aurora Betti piange “cosa piuttosto imbarazzante tra rivoluzionari”, dopo una rottura per cui “nel tentativo di rimettere comunque in piedi un nucleo BR milanese Moretti entra in contatto con un certo Longo, un malvivente tossicodipendente che fa da informatore alla DIGOS di Pavia. Moretti e Fenzi vengono pescati mentre vanno a un appuntamento con la spia. Renato Longo riesce dove gli uomini di Dalla Chiesa hanno sempre fallito”. In realtà Moretti è controllato, e non è credibile che voglia riorganizzare le BR partendo da un tossicodipendente. Le vere modalità della cattura non verranno mai accertate, anche se al momento “lo stesso ministero dell’Interno espresse con un attestato di merito il riconoscimento ai due esperti funzionari pavesi Cera e Filippi”; quest’ultimo verrà poi inquisito per favoreggiamento e in occasione del processo di primo grado tenutosi a Pavia, il giornalista Giorgio Micheletti giunge a questa conclusione: “Il processo Longo-Filippi è stato definito il processo dalle molte verità e dove i veri imputati non erano presenti: la sentenza non fa che concludere il primo atto di questa vicenda che forse non verrà mai chiarita del tutto”. Una valutazione che non cambia a vent’anni di distanza e nonostante un singolare scambio di battute al processo Moro ter. L’avvocato Pino De Gori, legale della DC, costituitasi parte civile, chiede a Morucci: “Ma Moretti chi se l’è venduto?” Sorpresa in aula. Morucci è un po’ meno sorpreso: “Ma lo si sa benissimo…” Il legale che ha posto la domanda riaffaccia poi, nelle pause del processo, il sospetto che nella cattura di Moretti ci sia lo zampino dei servizi segreti israeliani, scontenti che Moretti avesse risposto negativamente al alcune loro offerte. Ma si tratta di pure supposizioni. Moro De Gori è lo stesso legale che sostiene: “Per noi la prigione di Moro era al centro, nella zona compresa fra piazza del Gesù, sede della DC, via delle Botteghe Oscure, sede del PCI, il quartiere ebraico, cioè il ghetto, e il ministero di Grazia e Giustizia, nella quale si trova via Caetani dove Moro è stato ritrovato. È sempre rimasto lì intorno. I brigatisti non avrebbero mai corso l’altissimo rischio di superare, con Moro cadavere in macchina, il cordone sanitario di polizia e carabinieri presente giorno e notte in quella zona del centro”. Come si vede, è una fonte qualificata che permette di mettere in relazione l’arresto (“vendita”) di Moretti e la mai identificata prigione che dimostra come le BR abbiano fruito di singolari protezioni e complicità mai accertate. I servizi ne sono informati, arrestano Moretti quando è pronta l’ascesa di Senzani al vertice delle BR in fase di separazione consensuale. È questa loro capacità gestionale che li convince, raggiunto ormai l’obiettivo di tenere il PCI fuori dal governo, di essere in grado di svolgere un ruolo crescente di influenza politica, a fini propri, di Stato nello Stato (che è cosa diversa dal Doppio Stato) […] La situazione delle BR a livello nazionale, in quel periodo, è così descritta da Moretti: “Rimane integra la colonna romana. Ne fanno parte compagni come Luigi Novelli, Remo Pancelli, Marina Petrella e Pietro Vanzi. È sicuramente la colonna più compatta e sarà quella che guiderà il passaggio dalle Brigate Rosse al Partito Comunista Combattente. Poi ci sono Barbara Balzerani, Antonio Savasta e Francesco Lo Bianco che tra la colonna in Veneto e quel che rimane a Milano faranno parte della stessa tendenza. Ma al momento del mio arresto anche la colonna di Napoli, che è guidata da Giovanni Senzani e Vittorio Bolognese, è d’accordo con la linea dall’organizzazione sperimentata con D’Urso. Be’, ci dicemmo con Fenzi parlandoci tra le grate delle celle d’isolamento, forse c’è una speranza che vadano avanti, rimane Barbara, rimane Lo Bianco, rimane Savasta, che era uno dei più convinti, uno che aveva macinato molto della nostra storia”. “Forse c’è speranza” è tutto quello che può dire il leader ormai fuori gioco. Sulla carta, se a Milano di fatto c’è solo l’Alasia, le BR dispongono ancora di un migliaio di irregolari e di un centinaio di regolari […] Ma le forze di sicurezza potrebbero annientarle, come faranno pochi mesi dopo a seguito del sequestro Dozier. Eppure questa forza, ancora consistente, viene lasciata operare per realizzare ben quattro rapimenti in simultanea, mentre le tre volte più forti BR del sequestro Moro avevano dovuto accantonare il velleitario progetto di un secondo sequestro, quello di Leopoldo Pirelli […] Questa la situazione al momento dell’arresto di Moretti, la cui vicenda, prima dei processi, si conclude con un episodio nel carcere speciale di Cuneo che egli definisce “inspiegabile”: “Quella coltellata resta inspiegabile. Si possono fare supposizioni ma non mi piace fare supposizioni, su di me ne ho sentite troppe. Eravamo al passeggio, non ero solo, in senso inverso camminava un camorrista, tale Figueras, che, arrivato alla mia altezza, m’infila d’improvviso un coltello – una lama lavorata a coltello – nell’addome da sotto in su, come si vede nei film, un colpo per ammazzare. Non so come lo schivo, mi ferisce appena di striscio e la lama finisce sull’inferriata che mi sta dietro, storcendosi. È solo per questo che sono ancora vivo, quello continua a colpirmi all’impazzata, sono caduto, cerco di coprirmi con e mani, mi lacera mani e un braccio. Poi, forse convinto che con me ha raggiunto lo scopo, cerca di colpire anche Fenzi, che si trova al lato opposto del cortile. Riesce solo a infilzarlo a un fianco prima che un compagno, Agrippino Costa, reagisca e cerchi di bloccarlo. Ma a questo punto le guardie aprono il cancello e sparisce con loro, senza cercare di buttar il coltello, glielo dà. Non ho capito chi e perché mi volesse ammazzare, chi gli aveva dato quell’ordine. Non la camorra, con quella non c’erano né contatti né scontri. Credo che anche da parte dello Stato non fosse tutto chiaro, a un certo punto pesino alla DIGOS persero per un momento la testa, mi buttarono su una camionetta e correndo verso l’ospedale uno mi tenne per tutto il tragitto la pistola puntata alla fronte… Mi spedirono a Pisa per l’operazione chirurgica. Dopo il primo momento sedarono tutto. L’ordine è venuto da fuori. In quel momento era in atto il sequestro Cirillo e a Napoli gli interessi dei diversi poteri, legali e illegali, si intrecciavano e si sorreggevano a vicenda. Quel tentativo di sbudellarci poteva essere qualcosa di più di un avvertimento: voi tenete Cirillo, noi vi ammazziamo Moretti. “Noi” chi era? Resta il fatto che ci provarono e seriamente. A Pisa mi hanno curato benissimo”. Via_fani Pur se sono solo supposizioni, l’episodio è tanto importante che occorre avanzarne. La mia e probabilmente anche quella di Moretti né che fosse, appunto, un avvertimento che si rispettasse il patto del silenzio, prima dei processi, sui misteri del caso Moro, quelli di cui parla anche l’avvocato De Gori, il silenzio sul tiratore scelto di via Fani. Il carcere di Cuneo è quello in cui Dalla Chiesa, con la collaborazione di Pecorelli, che sui misteri molto ha scritto, e del direttore del carcere, avrebbe recuperato alcune “carte di Moro”. Per Cirillo furono condotte trattative proprio tra camorra, BR e servizi, anche nel carcere di Ascoli Piceno, dove era detenuto Cutolo e andrà poi Senzani. I rapporti tra BR e una supposta base proletaria della malavita organizzata erano stati teorizzati ne “L’albero del peccato”. Si dirà poi che il tiratore scelto poteva essere uno di quei “proletari”. Insomma, al “Noi: chi era?” di Moretti si può tentar di rispondere: chi voleva mandare un avvertimento perché i patti, dopo via Gradoli e il lago della Duchessa, fossero rispettati durante i processi, come avvenne. E intanto i servizi lasciavano credere che le BR fossero più forti che mai.

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da Giorgio Galli, Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi, 2007 Baldini Castoldi Dalai editore

25 agosto 2007

l'ultimo bacio

Tobagi_2 Sono Benedetta, la figlia di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera assassinato il 28 maggio 1980 da un commando della Brigata 28 marzo. Nel volantino di rivendicazione scrissero che gli spararono perché era un cronista “intelligente”. Avevo solo tre anni e mezzo quando papà fu ucciso a qualche centinaio di metri da casa. Arrivai con mia madre proprio sul luogo dell’attentato, ma non conservo memoria esatta di quel che accadde. Il primo ricordo della mia vita è successivo all’omicidio, è il funerale: il corpo di papà nella bara. Mi dissero di salutarlo per l’ultima volta. “Dai l’ultimo bacio a papà” – questa frase mi si è stampata in mente […] Dell’attentato mi è stato raccontato solo successivamente: la mamma mi aveva portato a far la spesa con lei in un negozio vicino casa. Quando sentì le sirene e vide la folla che si accalcava su un lato della strada, pensò subito che fosse successo qualcosa a papà, purtroppo quel rischio era nell’aria da tempo. Mia madre corse, portandomi con sé. Arrivammo proprio accanto al cadavere. Mi ha raccontato che le dissi: “Mamma, adesso chiamiamo un dottore, così pulisce il sangue di papà” […] C’erano già state telefonate, minacce, lettere minatorie. La prima intimidazione risaliva a parecchi mesi prima. Il sostituto procuratore Gresti convocò mio padre per comunicargli che erano state trovate delle schede con alcuni nominativi in un covo in viale Lombardia a Milano. Uno di quei fogli riportava sinteticamente i suoi dati. Era il giorno 30 gennaio 1979. A quell’epoca mio padre aveva rilevato e denunciato l’inizio di una nuova stagione terroristica. Il 29 gennaio 1979 venne ucciso il giudice Alessandrini: il giorno dopo papà riportava sul Corriere un brano dell’ultima intervista del magistrato: “ Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società”. Annotava poi nel suo diario: “Per l’assassinio di Emilio Alessandrini non valgono più le regole di un anno fa, nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere (forse per autosuggestione) il giornalista che come carattere e come immagine è più vicino al povero Alessandrini”. Si sentiva molto vicino ad Alessandrini per la matrice culturale, per l’approccio alla ricerca della verità. Anche lui era uno di quelli che cercavano di comprendere. Fu esattamente ciò che gli venne imputato nel volantino di rivendicazione dove, oltre all’accusa canonica di “terrorista di Stato”, papà veniva descritto come il caposcuola di una “tendenza intelligente” del giornalismo che “alle rozzezze dei suoi colleghi ha contrapposto un’analisi di classe puntuale”. Nel loro linguaggio delirante, i terroristi inserirono passaggi come questo che, paradossalmente, sono un encomio per il lavoro di mio padre. E fu proprio per il suo lavoro che lo colpirono. Per la sua capacità di connettere, comprendere e analizzare i fenomeni, per la sua intelligenza, per la sua professionalità in un’epoca in cui era particolarmente difficile fare il mestiere di giornalista. Tanti suoi colleghi e amici ammisero di sentirsi costantemente sotto tiro. Ma fu papà a cadere sotto il fuoco dei terroristi. Il giorno prima dell’omicidio Alessandrini, turbato da una conversazione con il direttore Di Bella che, senza rivelare le proprie fonti, preannunciava che presto sarebbero ripresi gli attentati, scrisse: “Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più è di non aver trovato il tempo di scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa” […] Luca, mio fratello, ha vissuto la morte di papà a sette anni, in un momento in cui la consapevolezza è maggiore. Io, invece, ero ancora troppo piccola per capire […] Non ricordo la mia come un’infanzia normale. Avevo la sensazione persistente di una doppia vita in bianco e nero, di un mondo parallelo, plumbeo, soffocante, che non potevo condividere con nessuno. La vita di un bambino normalmente è cadenzata dalle tappe scolastiche, l’asilo, le elementari, le medie. La mia era scandita dal “caso Tobagi”. Nel 1983 il processo di primo grado, poi l’appello, e tutta una serie di avvenimenti legati alla morte di mio padre, una triste successione di anniversari di morte e commemorazioni pubbliche che mi angosciavano profondamente […] Il sentimento più devastante, soprattutto per mia madre, rimasta vedova con due bambini piccoli, era il profondo senso di solitudine unito a una fortissima pressione esterna. Cercavamo di andare avanti con la nostra vita, di non parlare dell’attentato, ma era praticamente impossibile con un processo in corso, con i giornalisti che telefonavano a casa, con la gente che continuava a farci domande. Con gli anni ho capito che la morte di mio padre non poteva essere un fatto personale, una vicenda privata. Era un assassinio politico […] Crescendo, mi sentivo sempre più inquieta, insoddisfatta, non riuscivo a capire fino in fondo cosa fosse successo, e soprattutto perché, mi rendevo conto di avere difficoltà nel cercare di spiegare agli altri ciò che era accaduto. I conoscenti, gli amici – dal liceo in poi – mi chiedevano spesso chiarimenti, che io non sapevo dare neppure a me stessa, sull’assassinio di mio padre, sul terrorismo. Cercavo una risposta in tutti i discorsi che avevano riempito la stampa per anni. Decine e decine di articoli su mandanti nascosti, informative, minacce, su un delitto annunciato. Polemiche a cui io non trovavo una spiegazione convincente […] Il passaggio fondamentale per la maturazione della mia consapevolezza è stato cominciare a leggere i quaderni di mio padre. Sapevano che esistevano, li avevo già aperti, sfogliati. Ero cresciuta tra i libri di papà, nel suo studio e in mezzo alle sue cose […] Mia madre ha conservato tutto. Sentivo che la nostra casa aveva questa triste caratteristica: era rimasta bloccata, come congelata, a quel momento di morte […] Nel 2002, mentre stavo per laurearmi, ho cominciato a leggere uno dei quaderni di mio padre, decidendo, con quel gesto simbolico, di diventare parte attiva nella ricerca, di prendere in mano la sua storia, di cercare sistematicamente di ricostruire tutta la vicenda […] Mio padre scriveva sempre, continuamente. Aveva dei quaderni di lavoro, di tutti i tipi, dimensioni e colori, rilegati e non, scelti con cura: erano un suo vezzo. Uno dei quaderni, in particolare, il suo diario personale degli ultimi anni, fu oggetto di un episodio molto sgradevole poco dopo la sua morte, quando iniziò la polemica sui andanti nascosti dell’attentato. L’allora direttore del Corriere, Franco Di Bella, sospettava che i nomi dei colpevoli si potessero trovare in quel quaderno. Gli inquirenti cercarono di acquisirlo, ma mia madre, che di certo non voleva rischiare che quel quaderno sparisse, fosse manomesso o sepolto in qualche archivio, numerò tutte le pagine con la sua penna verde, portò agli inquirenti il quaderno e lo fece fotocopiare in sua presenza. Dopodiché lo tenne in una cassetta di sicurezza per molto tempo. Grazie alla sua prudenza, a distanza di tanti anni ho iniziato a leggerlo, ed è stata un’esperienza bellissima e devastante insieme […] L’uomo che ero abituata a conoscere era una figura pubblica, ingessata nella retorica dei martiri, degli eroi, non una persona vera, ma una sorta di icona perfetta e astratta di giornalista esemplare. Un’immagine molto fredda che non corrispondeva al padre in carne e ossa che scriveva in quel diario. Ritrovavo la sua vitalità, la vivacità intellettuale, lo slancio, la cultura e l’intelligenza velocissima. A trentatre anni già affermato inviato speciale, saggista e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. Papà si era laureato in Storia alla Facoltà di Lettere e filosofia, con una tesi sui sindacati in Italia nel decennio 1945-55, e aveva sempre continuato a fare ricerca sulla storia e il ruolo delle organizzazioni sindacali, scrisse saggi sul periodo delle squadracce fasciste e sull’attentato a Togliatti nel 1948 […] Poi le pagine, man mano che proseguivo nella lettura, hanno iniziato a scurirsi. Papà parlava delle minacce ricevute, scriveva di aver paura: “Che cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare ad ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi a ogni moto che ti si affianca, l’altra mattina, 30 gennaio, è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo ventiquattrore lasciata da un terrorista in viale Lombardia, provo una sensazione di angoscia, questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò di scrivere dei brigatisti”. Mio padre non era un martire né un eroe, era solo un uomo di talento, intelligente e preparato, che voleva fare al meglio il suo lavoro, nonostante le minacce, le intimidazioni, la paura, l’amarezza di fronte a un mondo lacerato da una violenza insensata. Per tutta la sua vita ha creduto nella possibilità di agire nella società per migliorarla, con “l’umile passo dopo passo”, l’impegno costante, il metodo e l’analisi approfondita, e si è impegnato tenacemente in questo senso […] Mio padre aveva una profonda passione civile, unita a una straordinaria vitalità e intelligenza. Anche politica. Cattolico. Socialista. Non craxiano. Aveva cominciato all’Avanti. Da giovanissimo aveva preso la tessera socialista, in seguito non si era più iscritto perché pensava che un giornalista, pur conservando le proprie idee e i propri convincimenti politici, dovesse procedere con il massimo del rigore e dell’imparzialità […] Molti lo aggredirono per le sue idee socialiste e riformiste, anche all’interno del Corriere della Sera. “Riformista” era un insulto in quegli anni. Gli avevano affibbiato la feroce etichetta di “Craxi driver”. Mi hanno raccontato che un tazebao che lo attaccava era ancora appeso nella redazione del Corriere quando lo hanno ucciso. Tuta quell’aggressività verbale faceva parte del clima esasperato di quegli anni. Mio padre aveva nemici acerrimi anche all’interno del comitato di redazione che era dominato dalla componente comunista di Rinnovamento, una delle correnti del sindacato dei giornalisti […] All’interno del sindacato dei giornalisti mio padre era tra i fondatori di Stampa democratica. Nel 1978 si erano alleati con quella che era considerata la corrente di destra e, insieme, avevano ottenuto la presidenza e la maggioranza del sindacato dei giornalisti lombardi, battendo Rinnovamento. Stampa democratica portava avanti un programma non ideologico incentrato sulle problematiche concrete della professione giornalistica. Mio padre avvertiva come un grande limite il fatto che la professione fosse viziata e deformata dalla posizione ideologica. Partecipando a una tavola rotonda parlò di come il giornalista corra il rischio di credere che sia democratico solo il giornale che dice ciò che gli piace, cercando una sorta di rispecchiamento. Quanti giornalisti scrivevano avendo già una tesi in testa senza lasciare spazio al confronto, alla ricerca e all’analisi dei fatti. Nei suoi appunti riportava delle annotazioni molto taglienti e amare sia rispetto a quello che succedeva al Corriere della Sera, sia rispetto al mondo della politica italiana. Annotò con rabbia e amarezza l’episodio relativo a un’intervista anonima a Bettino Craxi, allora segretario nazionale del PSI, pubblicata dal Corriere: un’autointervista consegnata dagli editori direttamente al direttore del giornale, in cui il segretario rispondeva a domande di comodo che si era posto da solo. “È vergognoso”, scrisse […] Lui ha analizzato, prima di altri, in maniera accurata e approfondita, la complessità del fenomeno terroristico. Nel 1970, a soli ventitre anni, ha scritto il primo libro sul movimento studentesco e i marxisti-leninisti in Italia. Ha conosciuto e intervistato i giovani che ne facevano parte. È andato a Bologna a Radio Alice e a Radio Canale 98 di Milano. Ha lavorato sul terreno dell’analisi della realtà sociale degli anni Settanta, cercando di rappresentare la complessità dell’impegno politico, indagando la provenienza sociale e la matrice culturale di chi compiva la scelta della lotta armata. Resta la sgradevole sensazione che per molti mio padre sia stato più utile da morto che da vivo. È diventato un’icona da deporre sull’altare dei santi martiri sia del Corriere della Sera che del PSI. Purtroppo per anni si sono aggirati gli avvoltoi a spartirsi le spoglie del cadavere. La sua immagine è stata usata sui manifesti elettorali, alle cerimonie di rappresentanza. Accadeva addirittura che per lo stesso anniversario vi fossero manifestazioni commemorative di diversa matrice, socialista o liberale, o cattolica. È diventato un simbolo da utilizzare a seconda della stagione e della convenienza elettorale. Anche le polemiche sul suo omicidio hanno seguito delle stagioni ben precise, a seconda di chi si volesse attaccare […] Ricordo che riemerse la questione di un’informativa dei carabinieri datata dicembre 1979 che anticipava di qualche mese, perfino nei dettagli, il delitto Tobagi. La fonte era Rocco Ricciardi, detto il Postino, legato alle Formazioni Comuniste Combattenti. Dopo il suo arresto, aveva scelto di collaborare, in una stagione in cui non era stato ancora formalizzato il ruolo di collaboratore di giustizia. Aveva raccontato cose agghiaccianti su un piano per assassinare il giornalista Tobagi nella zona Solari, dove abitava. Dettagli che poi si rivelarono sorprendentemente veri. Ricciardi aveva raccontato anche che verso la fine del 1978 o del 1979 le FCC avevano esaminato anche un progetto di rapimento e che a occuparsene era stata Caterina Rosenzweig. L’informativa comparve solo dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado […] Ho potuto avere copia del documento. Non so con certezza a che scopo quell’informativa saltò fuori proprio allora, se per danneggiare qualcuno o per gettare un’ombra pesante sui carabinieri. Non so dire con certezza chi e perché la fece ritrovare. Certo è che quell’informativa non era stata portata al processo ed era stata sottovalutata dalle forze dell’ordine, forse colpevolmente. Questo è un dato di fatto. A parziale scusante si può dire che negli anni Settanta molta gente veniva costantemente minacciata e a molte informazioni non veniva dato il giusto peso. Ma è anche vero che tanti fatti, anche dolorosi della storia del nostro Paese, venivano lasciati accadere, come dice Giorgio Galli. Ma il vero “caso Tobagi” si sviluppò nel periodo successivo alla sua morte, durante il processo, che permise di decapitare il movimento dell’Autonomia a Milano. Dal dibattimento emerse che l’intera responsabilità della progettazione e dell’esecuzione dell’omicidio era imputabile alla Brigata 28 marzo, una formazione di giovanissimi. Gli esecutori materiali furono Marco Barbone e Mario Marano, mentre Caterina Rosenzweig fu completamente scagionata. Strano, perché la Rosenzweig oltre a essere la fidanzata di Marco Barbone era una militante delle FCC e in precedenza era stata anche coinvolta in un attentato dinamitardo. Ma le stranezze non finirono: fu scartata anche l’ipotesi che gli assassini avessero contatti con terzi da cui avevano ricevuto informazioni su mio padre. Quel processo si era basato in gran parte sulle dichiarazioni di Barbone, il quale era stato catturato pochi mesi dopo l’attentato, a settembre, e aveva subito iniziato a collaborare, chiamando in causa l’intera Autonomia milanese. Grazie al superpentito Marco Barbone, il processo Tobagi si era trasformato anche in un processo contro l’Autonomia milanese, con più di centocinquanta imputati. Un mostro giuridico, un maxiprocesso celebrato nell’aula bunker appena inaugurata accanto a San Vittore, una specie di calderone in cui erano confluite vicende ed esperienze disomogenee, Rosso, le Formazioni Comuniste Combattenti, la Brigata 28 marzo, ferimenti, rapine, e attraverso il quale si chiuse una stagione di violenza politica a Milano. Mi ha colpito moltissimo leggere tra le carte di quel processo alcune testimonianze di imputati appartenenti al multiforme arcipelago di Rosso e dell’Autonomia. Alcuni di loro non avevano mai commesso atti di violenza politica, credevano solo in un’idea. Altri invece erano degli irriducibili. Poi i pentiti che avevano deciso di parlare, in seguito a una crisi personale o magari solo dopo aver ottenuto la garanzia dell’immunità per sé o per qualcun altro. Un processo con più di centocinquanta imputati è una galassia complessa, rappresenta una dimensione umana contraddittoria e variegata, in cui si trova di tutto. Restano, ancor oggi, dubbi sulle dichiarazioni di Barbone. Alcuni colleghi di mio padre hanno sostenuto in aula, sulla base di una rigorosa analisi testuale del volantino di rivendicazione, che egli non potesse conoscere tanti dettagli, informazioni precise sul conto di mio padre e sull’ambiente del Corriere della Sera, e che un lessico così propriamente giornalistico come quello usato in alcuni passaggi non potesse appartenergli. Barbone ha sempre sostenuto di non essere mai andato al Corriere della Sera. Ma un suo complice nell’assassinio, Francesco Giordano, l’unico della formazione che non ha collaborato con la giustizia ed è rimasto in carcere per tutta la durata della sua pena, ha raccontato in aula di aver accompagnato Barbone fino a via Solforino, la sede del giornale, e di averlo visto entrare. Se è stata data tanta importanza alle dichiarazioni di Barbone è perché in realtà la sua testimonianza è servita a passare un bel colpo di spugna sulla lotta armata milanese, soprattutto sul vivaio di quei terroristi figli della classe alto-borghese, i ragazzi appartenenti al salotto buono di Milano che giocavano a fare la rivoluzione. Come Barbone stesso, giovane figlio di un direttore editoriale, la cui fidanzata Caterina Rosenzweig collaborava con vari giornali, gente che aveva quindi modo di entrare e uscire con estrema facilità dal Corriere della Sera. O come Paolo Morandini, un altro componente della Brigata 28 marzo, figlio del noto critico cinematografico. Nel processo ci sono state inesattezze, trascuratezze, troppi aspetti a dir poco discutibili. Barbone e Morandini, nonostante le gravi lacune nella loro ricostruzione dei fatti, hanno avuto il massimo dei benefici di legge, per cui, dopo la carcerazione preventiva sono stati rimessi in libertà […] Vedere gli assassini di mio padre in libertà, dal punto di vista emotivo è stato devastante. Marco Barbone ha recentemente rilasciato un’intervista in televisione. Poco dopo il processo si era sposato e reinserito nella società. I filmati dei suoi interventi trasmettono un’impressione di artificiosità, sempre troppo plateale nelle sue scelte, incluso un celebrato ritorno alla fede cattolica e l’avvicinamento a Comunione e Liberazione […] Morandini invece è andato alla deriva. Sono venuta a sapere per caso che se n’era andato a Cuba e aveva avuto ancora guai con la giustizia. Mario Marano conduce vita ritirata. So che è a Milano. Decise di collaborare solo al processo d’appello. Prima, aveva addirittura contraddetto la ricostruzione dell’omicidio fornita da Barbone, poi, nel secondo grado di giustizia, si è allineato ed è uscito di galera anche lui. Nei Demoni, Dostoevskij mostra come l’autore di un omicidio o di un delitto politico possa rivelarsi una persona piccola, meschina, limitata e superficiale. Profondamente disturbante. È la sensazione che ho avuto di fronte agli assassini di mio padre, sono persone assolutamente incommensurabili con l’enormità del loro gesto.

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da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, 2006 Rizzoli

11 agosto 2007

quei bravi ragazzi

Cossiga Quanto a Francesco Cossiga, da sempre sospettato di conoscere i segreti della strage di Bologna, è il solito: onnipresente nella politica e disponibile a parlare del 2 agosto 1980 nella sua casa romana. Qui, a suo agio in pantaloni della tuta blu e camicia a maniche corte, aperta sulla più tradizionale delle canottiere, dopo un preludio di chiacchiere e cortesie si dichiara pronto a qualunque domanda. “D’altro canto c’è poco da nascondere. Ricordo come fosse oggi che il 2 agosto mi telefonò il ministro dei Trasporti, il socialista Rino Formica. Mi informava che dieci minuti prima era successo qualcosa di gravissimo a Bologna. Probabilmente, disse, erano scoppiate le bombole del gas…”. Lei invece, a due giorni dalla strage, da presidente del Consiglio dice in Senato che l’attentato alla stazione è di matrice fascista. Come faceva a saperlo? Chi le aveva passato l’informazione? “Nessuno”. Si è sbilanciato così, sull’onda delle sensazioni? O non vuole svelare chi le fornì la dritta? “La verità è che sono cresciuto in una famiglia antifascista, dove il male non poteva che essere fascista…”. Ma lei parlava da presidente del Consiglio, non da privato cittadino. “Nessuno mi disse niente, ripeto. L’ipotesi che mi fecero gli investigatori, comunque, fu che si trattasse di un trasporto di esplosivo palestinese saltato in aria assieme a chi lo trasportava”. Sia più preciso: chi gliel’ha comunicata, questa ipotesi? “Il giudice Angelo Vella in Prefettura”. Fatto sta che lei, il 5 agosto 1980 partecipa a una riunione del Consiglio interministeriale per l’informazione e la sicurezza. E senza giri di parole invita i partecipanti a evitare rapporti diretti con i magistrati. Non è un invito alla trasparenza. “Esortai i servizi a non avere rapporti diretti con la magistratura perché altrimenti nessuno si sarebbe più azzardato a passarci informazioni. Da sempre i servizi esteri hanno posto come condizione di non parlare con i magistrati. Solo per questo chiesi il silenzio…”. Risultato, i magistrati non hanno avuto elementi potenzialmente utili per trovare la verità. “Potevano sempre avvalersi delle fonti di polizia giudiziaria”. Comunque sia, il contenuto di quella riunione si è saputo solo nel 1995, quando il CESIS lo ha trasmesso alla Commissione stragi. “Erano atti segreti. Oggi sappiamo che quel giorno si affacciarono due tesi: la prima era la pista libica, secondo cui i disastri di Ustica e Bologna erano dovuti all’accordo con Malta. La seconda era la pista fascista”. Fioravantimambro Lei ha cambiato idea. A caldo, dopo la strage, ha dichiarato che l’attentato era opera dei neofascisti; poi, nel 1991, ha chiesto scusa al Movimento Sociale Italiano, sostenendo di essere stato “vittima di una subcultura di allora, secondo cui fascismo era uguale a stragismo”. Chi, o che cosa, l’ha portata a questa svolta? “I terroristi di sinistra. In particolare la visita che mi ha fatto Anna Laura Braghetti, la carceriera di Aldo Moro. “Non vengo a difendere me stessa” mi ha detto. “Sono qui a difendere quei due ragazzi, Mambro e Fioravanti, che soltanto un cretino che non conosce il terrorismo può pensare siano responsabili della strage di Bologna””. Sta dicendo che ha chiesto pubblicamente scusa al MSI perché un ex terrorista, senza prove, le ha detto che a Bologna non erano stati i fascisti? “Credo molto più ai terroristi rossi che ai magistrati. Tra la loro serietà e quella dei magistrati, lo scriva, c’è un abisso”. Sue opinioni, presidente. Che non spostano il problema: ha lanciato pubbliche scuse senza avere le prove in mano. “Scusi: ma lei li conosce i terroristi rossi?”. Il punto, ribadisco, è che un politico dovrebbe sbilanciarsi su simili temi soltanto se ha le prove in mano. “No! Qui parliamo dei terroristi rossi, gente che ha impugnato le armi e si è guastata la vita!”. Questo non aggiunge credibilità; al massimo la toglie. In ogni caso lei dopo la strage di Bologna – e dopo l’insanguinato decennio precedente – ha detto che “il terrorismo nero ricorre essenzialmente al delitto di strage, perché è la strage che provoca panico, allarme, reazioni emotive e impulsive…”. Anche su questo ha cambiato idea? “Le ripeto, vengo da una famiglia antifascista per la quale anche lo tsunami era colpa della destra”. Non è questione di tsunami. Erano anni in cui il neofascista Nico Azzi cercava di far saltare in aria un treno, restava ferito e veniva trovato in possesso di copie di Lotta Continua per depistare le indagini. “Insomma: io quella frase sui fascisti l’ho detta a caldo, senza prove. Era piuttosto un giudizio politico. Altrimenti, avessi avuto le prove che la strage era fascista, non avrei chiesto scusa. E comunque: sa quante volte sono stati assolti, Fioravanti e Mambro?”. Una volta sola, presidente. In cinque gradi di giudizio. “Ma le ha lette, le sentenze? La sentenza di condanna è qualcosa che fa vergogna alla magistratura italiana.” Sicuramente è fragilissima quella che li ha assolti in appello. Tant’è vero che è stata bocciata nei successivi gradi. L’ha letta? “La verità è che a Bologna non si poteva condannare uno di destra: si doveva!”. Non è vero, presidente. Per la strage sono stati assolti anche protagonisti della destra eversiva… “Lei ha davanti a sé una persona che ritiene una cazzata che la magistratura sia indipendente”. Anche avesse ragione, ciò non trasformerebbe un colpevole in innocente. “Le ripeto: non credo alle sentenze della magistratura”. Questo è evidente. Nel 2003 ha definito la magistratura di Bologna “pavida nei confronti della sinistra di allora”. Chiarisca come e perché. “Non mi hanno mai chiamato come testimone”. Perché testimone? Ha appena ribadito che non sapeva niente, che parlava senza prove. “Ma come facevano a saperlo? In verità temevano che i palestinesi avrebbero messo una bomba, se fossi andato là a parlare di missili…”. Le cronache dell’epoca dicono altro. Testimoniano che le indagini sulla strage di Bologna furono la sagra dei depistaggi, delle finte verità. Un clima in cui lei, a un certo punto, ha cominciato a dire che Fioravanti e Mambro erano sicuramente innocenti. Su quali basi? “Dopo aver parlato con la Braghetti mi sono letto tutte le carte”. Sono più di 500 mila pagine, quelle del processo per la strage di Bologna. “Ho letto dei riassunti. E mi sono fatto un’idea, pur rispettando i giudici che hanno condannato Mambro e Fioravanti”. Rispettando i giudici? Non sembra. “Li rispetto, invece. Perché non avrebbero fatto carriera, se non avessero condannato Mambro e Fioravanti. Poveri loro. Non posso chiedere ai magistrati di Bologna di essere eroi, di non condannare uno di destra”. Pensa, a colpi di sarcasmo, di rendere più credibile l’innocenza degli ex NAR? “Ma scusi, perché avrebbero dovuto fare la strage? Hanno anche accusato Fioravanti dell’omicidio di Piersanti Mattarella, salvo poi scoprire che era innocente. Faceva comodo, Fioravanti…”. Con questa convinzione lei ha più volte chiesto la revisione del processo. Ma per riaprire un processo ci vogliono elementi concreti. Li ha? “Ho detto soltanto che auspicavo che si riaprisse il processo di Bologna. Non ho elementi. C’è però la contraddittorietà delle sentenze”. Certo è che Fioravanti e Mambro hanno più volte modificato il loro alibi per il 2 agosto. Come lo spiega? “La intelligente, tra i due, è la Mambro. Non Fioravanti”. Ovvero? Hanno modificato l’alibi per strategia? “Mannò. Lo hanno modificato solo perché sono innocenti e perché non sono esperti nell’arte di simulare le cose”. Nel 1995, però, Fioravanti dichiara su Massimo Sparti fatti che dall’analisi dei magistrati si sono dimostrati non veri. Sa chi è Massimo Sparti? “No”. È il superteste contro Fioravanti e Mambro. Una figura chiave nelle carte che lei dice di avere letto. Comunque: perché Fioravanti avrebbe dovuto infangare chi lo accusava, se fosse stato innocente? “Gliel’ho già detto: una persona intelligente non fa così. Scopre che la moglie del magistrato si concede a troppi, e gli dice: o mi assolvi o lo racconto in giro”. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage, ha dichiarato: “Sarebbe ora che Cossiga rendesse pubblico il motivo della grande attenzione che lo porta a sponsorizzare i pluriomicidi Mambro e Fioravanti”. Gli risponda, se vuole. “È la stessa ragione che mi spinge a partecipare a trasmissioni con i brigatisti Adriana Faranda e Prospero Gallinari. Serve a riflettere su un’epoca tragica che ho affrontato in prima persona; una fase in cui i grandi partiti non sono stati in grado di elaborare il malessere. Da qui è nata la sovversione di sinistra e l’eversione di destra”. Lei ha detto che Bolognesi e la sua associazione hanno fatto dell’essere parenti delle vittime “un’indecente professione”. Qual è la loro colpa? “Tutto quello che hanno fatto l’hanno fatto per ricevere denari”. È un giudizio profondamente offensivo: sia per le vittime della strage sia per i loro parenti. “Vogliono i denari, mi creda”. L’Associazione dei familiari stampa ogni anno un manifesto. Su quello del 1995 si legge: “La legge 801 del 1977 stabilisce che il responsabile della sicurezza del Paese è il presidente del Consiglio dei ministri”. Lei il 2 agosto 1980 ricopriva quel ruolo. Non si sente in colpa, per quello che è successo alla stazione? “Assolutamente no. Sento responsabilità solo per Aldo Moro”. Non si sente responsabile nemmeno per chi fu nominato ai vertici dei servizi segreti? Quei Grassini e Santovito in carica il giorno della strage, poi risultati iscritti alla loggia P2 di Gelli? Lei era ministro dell’Interno, quando furono scelti… “Vero. Ed è anche vero che avallai quelle nomine. D’altronde avevano il consenso del comunista Ugo Pecchioli: voleva che non le avallassi io?” Restano i suoi rapporti con il Venerabile Gelli. Nessuno dimentica la quantità di piduisti che c’era nel comitato che avrebbe dovuto salvare Aldo Moro. “Non sapevo neanche cosa fosse, la P2”. Però ha scelto i suoi uomini. “Sì, erano della P2, è vero. Vuole sapere quando ho visto Gelli?”. Certo. “Lo chiamai mentre ero presidente del Consiglio, per chiedergli perché il Corriere della Sera mi attaccasse con tanta violenza”. Tutto qui? “No, ci siamo visti altre volte. È venuto anche a raccomandarmi gente di sinistra. Un personaggio ad alto livello, per esempio. Uno che il PCI ha fatto nominare giudice costituzionale”. Dica chi è, se è vero. “A registratore spento”. Ma perché, a suo avviso, i piduisti si sono tanto spesi nel depistare le indagini sulla strage di Bologna? “Per coprire i palestinesi. I responsabili dei servizi erano piduisti, ma al tempo stesso dovevano tutelare l’accordo con i palestinesi. Dove crede che abbia conosciuto Yasser Arafat? Nell’appartamento di rappresentanza di Santovito”. Di certo c’è che Licio Gelli è stato condannato per il depistaggio sulla strage di Bologna. Come lo spiega? “Lo spiego con la verità: Gelli è stato condannato perché bisognava condannarlo”. Quindi, secondo lei, chi ha voluto la strage di Bologna? Chi sono i mandanti? “Impossibile rispondere. Tutto è stato pasticciato e i mandanti non si trovano più”. Così dicendo, però, si contraddice ancora. Prima ha sostenuto che non ci sono i mandanti, che la stazione è crollata per l’esplosione accidentale di esplosivo in transito; ora dice che tutto è stato occultato. Qualcosa non quadra… “Non quadra il ruolo dei magistrati; non quadra il fatto che non potevano mettersi contro l’opinione pubblica ed assolvere i neofascisti… Alla fine oltre a Ciavardini hanno punito Fioravanti e Mambro: persone normali, bravi ragazzi che mi vogliono bene”.

 

Cronologia essenziale:

2 agosto 1980: una bomba preparata con tritolo e T4 esplode nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Il bilancio finale dell’attentato è di 85 morti e 218 feriti.

6 agosto 1980: si svolgono i funerali nella Basilica di San Petronio. Soltanto i famigliari di otto vittime accettano la cerimonia di Stato.

9 settembre 1980: Valerio e Cristiano Fioravanti, con Francesca Mambro, Stefano Soderini e Giorgio Vale uccidono Francesco Mangiameli, leader siciliano di Terza Posizione.

13 gennaio 1981: le forze dell’ordine trovano sul treno Milano-Taranto, in sosta alla stazione di Bologna, varie armi ed esplosivi. Un passaggio chiave nel depistaggio “Terrore sui treni”.

5 febbraio 1981: Valerio Fioravanti viene arrestato dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri nei pressi del canale Scaricatore, alle porte di Padova.

17 marzo 1981: viene scoperta, nel corso di un’inchiesta guidata da Gherardo Colombo e Giuliano Turone, una lista di 962 iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 con a capo il Venerabile Licio Gelli.

11 aprile 1981: il delinquente comune Massimo Sparti racconta le confidenze fattegli il 4 agosto 1980 a Roma da Valerio Fioravanti riguardo alla strage di Bologna e alle sue responsabilità.

5 marzo 1982: Francesca Mambro viene arrestata dopo essere rimasta ferita durante una rapina. Alessandro Caravilani, uno studente che passa di lì per caso, viene ucciso per errore durante la sparatoria.

19 gennaio 1987: si apre il processo di primo grado davanti alla Corte di Assise di Bologna per la strage della stazione. La sentenza viene emessa l’11 luglio 1988. Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo. Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci vengono condannati a 10 anni per depistaggio. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti (15 anni), Francesca Mambro (12), Sergio Picciafuoco (12), Massimiliano Fachini (12), Paolo Signorelli (12), Roberto Rinani (6), Egidio Giuliani (13), Gilberto Cavallini (16).

25 ottobre 1989: inizia il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Assise di Appello di Bologna. La sentenza viene emessa il 18 luglio 1990: tutti i neofascisti imputati per la strage della stazione vengono assolti. Per depistaggio sono condannati Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Egidio Giuliani e Gilberto Cavallini.

12 febbraio 1992: le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione emettono la sentenza di terzo grado dopo il ricorso proposto dalle parti civili e dalla Procura generale. Viene disposto un nuovo processo per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco per strage e banda armata. Per Licio Gelli e Francesco Pazienza ci sarà un nuovo giudizio per calunnia aggravata, e per i vertici del SISMI viene chiesta una nuova valutazione dell’aspetto eversivo della loro azione depistatoria.

11 ottobre 1993: inizia il nuovo processo di secondo grado. La sentenza viene emessa il 16 maggio 1994 dalla prima Corte di Assise di Appello di Bologna. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo. Per depistaggio vengono condannati Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Gilberto Cavallini e Egidio Giuliani.

23 novembre 1995: arriva la sentenza di quinto grado, emessa dalla Corte Suprema di Cassazione – Sezioni unite penali. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono condannati all’ergastolo. Per depistaggio vengono condannati Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10), Giuseppe Belmonte (7 anni e 11 mesi) e Pietro Musumeci (8 anni e 5 mesi). Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti (16 anni), Francesca Mambro (15), Gilberto Cavallini (12), Egidio Giuliani (8). Il caso di Sergio Picciafuoco viene spostato a Firenze per essere al centro di un nuovo processo.

18 luglio 1996: la Corte di Appello di Firenze assolve Sergio Picciafuoco.

15 aprile 1997: la Corte suprema di Cassazione solleva definitivamente Sergio Picciafuoco da tutte le accuse.

30 gennaio 2000: Luigi Ciavardini, diciassettenne all’epoca della strage, viene assolto dal Tribunale dei minorenni di Bologna per la strage di Bologna e condannato a 3 anni e 6 mesi per  banda armata.

9 marzo 2002: Luigi Ciavardini viene condannato a 30 anni per la strage dalla Corte di Appello di Bologna (sezione per i minorenni), che conferma la condanna per banda armata.

17 dicembre 203: la Corte suprema di Cassazione annulla la condanna per strage a Luigi Ciavardini.

13 dicembre 2004: la Corte di Appello di Bologna conferma la condanna a Luigi Ciavardini.

11 aprile 2007: la seconda sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Luigi Ciavardini per la strage di Bologna.

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da Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, 2007 Rizzoli

07 agosto 2007

re Midas

Craxi Il verdetto delle urne [elezioni regionali del 1975] è positivo [per il PSI]: 12%, quasi due punti percentuali in più rispetto al 10,4% del 1970. Definirlo un balzo in avanti sarebbe una forzatura, se si considera che le elezioni locali sono sempre state il terreno più favorevole al partito socialista; tuttavia, tanto basta per riaccendere nel PSI le più rosee speranze, complice anche il clima generale di euforia che si respira in tutta la sinistra. La straordinaria crescita del PCI, arrivato di colpo al 33,4%, a soli due punti di distanza dalla DC, calata dal 37,8% al 35,3%; la formazione di giunte rosse in tutte le più importanti città, da Milano a Torino, a Bologna, a Firenze e Napoli, antica roccaforte della conservazione; la quantità di sindaci socialisti e comunisti nei comuni grandi e piccoli della penisola danno l’impressione che l’ondata inarrestabile del rinnovamento sia destinata a sovvertire l’intero quadro politico nazionale. Lo scenario di un ricambio nella guida del paese, da trent’anni monopolio esclusivo della DC, acquista così contorni assai più concreti rispetto al quadro emerso nel 1974, dopo il successo del fronte divorzista. Adesso la somma dei voti del PCI e del PSI arriva al 45,4%, una percentuale mai raggiunta in tutta la storia della Repubblica, superiore addirittura al risultato del ’46 […] Per di più trascinare i repubblicani e i socialdemocratici in un progetto di alternativa al vecchio blocco quadripartito, guidato dalla DC, non sembra un’impresa disperata. Malgrado la chiusura ufficiale delle segreterie, in periferia i dirigenti del PRI e del PSDI si fanno coinvolgere nelle giunte rosse che, come sempre è avvenuto nel passato, potrebbero anticipare il cambiamento negli equilibri politici nazionali. In questo contesto, quel magico 51% evocato da Lombardi per dar corpo alla strategia dell’alternativa, non appare più un sogno utopico, ma una prospettiva realistica che offre ai socialisti un ruolo di gran lunga più entusiasmante rispetto a quello di mediatore o di semplice notaio di un accordo DC-PCI. Il PSI verrebbe investito del compito di fare da levatrice alla nascita di uno schieramento delle sinistre democratiche, socialiste e comuniste, che costringa la DC all’opposizione e introduca finalmente anche in Italia il meccanismo virtuoso dell’alternanza, il solo capace di ridare vitalità al sistema ormai esausto. Pur con le necessarie cautele, già all’indomani delle elezioni la parola alternativa è sulla bocca di tutti i dirigenti socialisti, De Martino compreso: anche se il ricambio non è dietro l’angolo, “perché non esiste una maggioranza di sinistra”, tuttavia la situazione italiana è così grave da richiedere “un’alternativa di carattere socialista”. Nenni Parole ancora più nette pronuncia Nenni che difende Lombardi, attaccato direttamente da Berlinguer: “I comunisti pensano che l’alternativa sia una politica massimalista e intempestiva. Si sbagliano loro. L’alternativa è esattamente la strada obbligata. Che sciocchezza disputare sul fatto che si possa o non si possa governare con il 51%!”. L’obiettivo dell’alternativa obbliga però il PSI a “sviluppare un’azione il più possibile autonoma e non subordinata al alcuno per rafforzare l’influenza del nostro partito”, è costretto ad ammettere anche De Martino; in ogni caso, per realizzare la nuova politica “la forza del PDI deve aumentare, divenire più equilibrata nei confronti del PCI”. Parole che Nenni condivide in pieno; e non potrebbe essere altrimenti, se si considera che il vecchio leader aveva scelto di entrare al governo con la DC, proprio nella speranza di mettere fine all’egemonia dei comunisti nella sinistra […] Rassicurato dagli umori del partito, alla fine del dicembre 1975 De Martino, impaziente di arrivare a un nuovo confronto elettorale e sicuro di vincerlo dopo il successo delle regionali, firma l’atto di morte del centrosinistra. Alle proteste dei comunisti, preoccupati di un’altra tempestosa vigilia elettorale, il segretario del PSI risponde: “Perché, caro Berlinguer, ci vuoi obbligare a sostenere un governo che non ci piace e non piace neanche a te? Tu vuoi essere libero di sparare sul governo, però vuoi che il governo rimanga in vita e vuoi che siamo noi socialisti a tenerlo in piedi”. Gli avversari politici del compromesso storico, sia a sinistra sia a destra, colgono immediatamente quanto sia scomodo per il PCI questo inedito protagonismo socialista che sta trascinando il paese verso nuove elezioni. In difesa dei socialisti accusati di massimalismo dai comunisti scende Eugenio Scalfari […] DemartinoUna valanga di critiche si rovescia contro i socialisti […] Difficile negare quanto sia confusa l’identità del PSI [...] Nessun chiarimento riesce a marcare un rinnovamento del socialismo di tale portata da attirare nelle liste del PSI, alle imminenti elezioni politiche, i voti di quella “società adulta e largamente autogestita che sente l’esigenza di spostare l’asse della politica italiana verso una nuova aggregazione di forze”, come scrive Scalfari. A questi nuovi elettori “adulti” che si stanno spostando a sinistra, “senza al tempo stesso rinunciare ai connotati europei e liberali”, si rivolge il suo giornale, schierato al fianco dei socialisti in questa campagna elettorale. Dipinto da Scalfari come la forza più moderna nel panorama politico italiano, la più adatta “alla tutela degli interessi generali”, il PSI è convinto di ricavare immensi vantaggi dalla propaganda della “Repubblica”, che fin dalla sua prima apparizione ha riscosso un grande successo di pubblico […] Queste previsioni non allarmano i democristiani che, pur attenti a blandire l’ex alleato socialista “di cui è difficile disconoscere il valore essenziale” (Moro), non temono la sua concorrenza né lo riconoscono come terzo polo dello schieramento politico italiano. Per essere tale dovrebbe quanto meno avere la stessa forza di attrazione del PCI, sostiene il presidente del Consiglio Moro, per il quale votare le liste socialiste significherebbe solo disperdere suffragi in un momento cruciale per la vita dei cittadini e per la democrazia italiana, che solo la DC è in grado di garantire adesso come nel passato. Lo stesso allarme che manifesta anche Berlinguer, arrivando però alla conclusione opposta: solo la partecipazione del PCI al governo può tutelare gli italiani “dal rischio che il nostro paese possa andare a finire male, persino molto male. Questo è quello che ci manca e questo è quello che ci può salvare. Questo e solo questo ci può salvare” […] De Martino, che non può e non vuole irritare oltre misura Berlinguer, nella conferenza stampa televisiva alla vigilia del voto getta acqua sugli entusiasmi alternativisti dei suoi e ripiega sulla richiesta dell’ingresso dei comunisti nella maggioranza: “Pensiamo che sia nell’interesse del sistema democratico in Italia, in particolare nell’attuale momento, associare alla responsabilità della maggioranza governativa il PCI”. L’alternativa può essere rinviata; per il momento è più prudente rafforzarsi come terzo polo del sistema, inserendosi in una coalizione a tre che garantisca un tempo di maturazione per altri più ambiziosi progetti. D’altra parte il paese deve essere governato e la richiesta di un governo di ampia coalizione in cui ci sia la sinistra non è incoerente con la tesi dell’alternativa. Tanto più che, per realizzare un ricambio maggioranza-opposizione, va preliminarmente risolto il problema della legittimazione comunista. Il compromesso storico consente al PCI di trasformarsi da partito antisistema a partito di governo, di compiere cioè l’ultimo passo nel suo percorso di “revisionismo ideologico”, come scrive Scalfari. I socialisti sono dunque disposti ad accompagnare i comunisti in questa tappa finale che chiude per sempre la pagina di storia iniziata quando è scoppiata la guerra fredda […] Dopo tante illusioni e anche tanta confusione, non può stupire la vera e propria ondata di panico che si abbatte sul PSI il 21 giugno 1976 mentre è ancora in corso lo spoglio delle schede, così avare di voti per i socialisti. Il vicesegretario Giovanni Mosca non aspetta neppure l’esito finale degli scrutini per rassegnare pubblicamente le dimissioni […] La successiva dichiarazione di De Martino ha un tono tanto rassegnato da non riuscire a mascherare la profonda delusione: “C’è una linea di tendenza verso il bipolarismo che ha impedito il successo del PSI. La situazione si è aggravata e i fatti dimostrano che avevamo ragione quando avevamo proposto un governo senza preclusioni a sinistra” […] Un pur lieve spostamento dell’elettorato c’è stato; ma la DC ha mantenuto pressoché intatta la sua percentuale del 1972, riuscendo a recuperare la vistosa perdita alle regionali del 1975 ai danni soprattutto dell’estrema destra […] Il PCI arrivato al 34,4% mentre il PSI resta inchiodato al 9,6% del 1972. Non è solo l’esiguità del risultato ad angosciare i socialisti […] È la proporzione della crescita comunista a seminare sconforto, perché se alla fine degli anni Cinquanta il divario tra PCI e PSI era di 9 punti percentuali, adesso sono 25 i punti di vantaggio dei comunisti, un fossato incolmabile, una sorta di condanna a vita per il PSI al ruolo di partito minore, inevitabilmente subalterno, tanto più che l’ulteriore aumento dei voti comunisti palesa la capacità del PCI di attrarre nelle sue file anche i consensi di quel ceto medio progressista sul quale i socialisti avevano investito le loro speranze di riscatto […] La base socialista è in fermento; i quadri intermedi disorientati; i dirigenti non sanno più che dire e si lanciano accuse e recriminazioni gli uni contro gli altri. “Quanto sta avvenendo nel PSI ha una sua drammaticità che va rispettata”, scrive Scalfari alla vigilia del Comitato Centrale, convocato per la metà di luglio in ul albergo romano, il Midas […] Il tocco drammatico sta nel clima quasi ultimativo di questa resa dei conti interna, vissuta come se fosse in gioco la sopravvivenza stessa dei socialisti […] Nenni, De Martino, Mancini sono i responsabili della debacle del 1976 come di quella del 1968, quando il PSU è stato punito dagli elettori, con il risultato di distruggere in pochi mesi la faticosa tela della riunificazione con il PSDI, su cui Nenni aveva fondato le sue speranze di recuperare un po’ della forza perduta nel 1947 al momento della scissione. Dalla nascita della repubblica in poi, i vecchi leader hanno dilapidato l’intera eredità del socialismo italiano, senza lasciare nulla in dote alle nuove generazioni. Adesso devono farsi da parte […] L’uscita di scena del segretario De Martino è così rapida e tutta così interna al Palazzo la partita che si gioca nei quattro giorni convulsi al Midas Hotel da far parlare di una vera e propria congiura, anzi di un parricidio, perché i protagonisti del colpo di stato, Bettino Craxi, Claudio Signorile, Antonio Landolfi ed Enrico Manca, tutti intorno ai quarant’anni, sono i luogotenenti dei capi storici delle correnti che compongono il PSI, rispettivamente “figli” di Nenni, di Lombardi, di Mancini e di De Martino. Il loro improvviso arrivo sulla scena e le modalità sbrigative nell’azzeramento del vertice suscitano non poche diffidenze tra gli osservatori esterni al partito, anche perché i “congiurati” non sono personaggi molto noti al mondo dell’informazione e degli intellettuali di area socialista. Sono uomini dell’apparato e dei quadri intermedi che hanno compiuto le prime esperienze politiche nelle associazioni universitarie e nella federazione giovanile, poi nelle giunte di sinistra e di centrosinistra, o hanno ricoperto incarichi interni al partito fino ad approdare in Parlamento; tutt’altro curriculum rispetto a quello del vecchio Nenni, diventato segretaria a 35 anni nel pieno della bufera scatenata dal fascismo, o a quello di un Lombardi, cresciuto nella lotta clandestina […] “Il Manifesto” bolla Craxi col marchio infamante agli occhi dei suoi lettori di “Bettino l’americano”, ben visto da Henry Kissinger e prediletto da Indro Montanelli. Che il nuovo segretario socialista sia orientato sulla destra non è un mistero neppure per il Dipartimento di Stato americano […] Scalfari sostiene che “i socialisti hanno scelto con Craxi di puntare su una linea socialdemocratica seria che sarebbe superficiale ridicolizzare”. Tanto più che i modelli di riferimento per Craxi sono Willy Brandt e Olaf Palme assai più di Mitterrand; un orientamento che in Italia lo colloca nella scia della tradizione del socialismo riformista, da sempre fortemente radicato a Milano dove il neosegretario ha costituito una solida rete di alleanze con il sindaco Aldo Aniasi, vicino a Mancini, e con il cognato Paolo Pillitteri, che guida una frazione del PSDI. Non sono mancate le critiche, in primo luogo quelle dei lombardiani: “si parla di clientele, di patteggiamenti, di giochi di potere” […] Lombardi Non stupisce quindi l’asprezza del commento di Lombardi dopo la vittoria di Craxi al Midas: “L’elezione di Craxi è il fatto più negativo del recente comitato centrale socialista”; detto questo, il leader della sinistra socialista non appare particolarmente allarmato, perché “il nuovo segretario ha poteri estremamente limitati”. Lombardi non è il solo a dare questo giudizio, condiviso dagli altri grandi vecchi del PSI e dall’intero mondo dell’informazione che minimizzano la portata della svolta intervenuta nella vita del PSI e, soprattutto, sottovalutano i colonnelli e Craxi, appena promosso generale. Si accredita così la versione di una regia nella defenestrazione di De Martino da parte di Giacomo Mancini che ha fatto leva sui malumori dei giovani dirigenti per consumare una vendetta personale nei confronti di chi lo aveva spodestato nel 1972. del resto, all’indomani del voto, Mancini attacca la politica di De Martino che ha puntato sull’asse con il PCI, mentre la strategia vincente è quella di “un polo laico, democratico, libertario e riformista”. Una linea vicina alla destra del PSI e che va nella direzione di un ritorno al centrosinistra, tanto da accreditare le voci di un accordo tra Mancini e Andreotti […] Mancini Malgrado le smentite di Mancini stesso, i giornali parlano di “un vero e proprio capolavoro di strategia politica” perché “Re Giacomo, come qualcuno lo ha battezzato, dietro le quinte ha manovrato per far largo ai giovani nella convinzione di poterli facilmente controllare e condizionare” […] In effetti Craxi è stato eletto da una maggioranza troppo eterogenea che difficilmente può trasformarsi in una forza compatta in suo sostegno […] Per di più da un’aggregazione così composita non ci si può aspettare un indirizzo politico nuovo e incisivo, considerando anche che il neosegretario è indebolito dalla presenza di una forte opposizione alla sua persona piuttosto che alla sua linea, tutta ancora da determinare […] I nuovi dirigenti sanno bene di essere sottoposti a un severo esame, senza possibili indulgenze, come dimostra all’indomani del Midas il Convegno sulla “questione socialista” organizzato dalla rivista teorica del PSI “Mondoperaio”. In un albergo romano, questa volta il Parco dei Principi, si riunisce il Gotha degli intellettuali socialisti, accorsi al capezzale del partito, perché – lo ha detto lo stesso Craxi appena eletto – “il PSI è molto malato. È malato nel sangue”. Sulla diagnosi sono tutti d’accordo: la leucemia che distrugge i globuli rosse nelle arterie del socialismo è la costante crescita comunista, diventata inarrestabile negli anni Settanta, grazie all’assorbimento di tutto il naturale elettorato del PSI […] Norberto Bobbio, invitato a introdurre i lavori, non ha dubbi: “nel nostro paese un forte partito socialista c’è, ma non è il partito socialista” […] Questa appare la logica conclusione di un percorso di avvicinamento del PCI alle posizioni del PSI, un percorso che i socialisti stessi hanno incoraggiato e auspicato per dare allo schieramento delle sinistre la forza necessaria ad assicurare un ricambio nel sistema. Berlinguer non ha certo alcun interesse a deviare da questa strada che gli regala un successo elettorale dietro l’altro, né il PSI è ormai in grado di fermarlo, neppure pretendendo prove su prove della completa democraticità del PCI […] Giuliano Amato si lascia sfuggire una frase ironica che però ben riassume gli umori del momento: “E allora che dobbiamo fare, iscriverci tutti al PCI?” […] Il gruppo dirigente salito al potere si compatta proprio sulla comune volontà di ribaltare gli equilibri esistenti tra le forze politiche, rivendicando al PSI uno spazio di crescita autonomo e indipendente a destra, ma soprattutto a sinistra dove la concorrenza del PCI in trent’anni ha più che dimezzato i consensi dei socialisti. Per quanto possa apparire velleitario l’obiettivo e arrogante l’ostentazione di sicurezza dei nuovi leader, il partito riceve una scossa rivitalizzante […] L’indiscussa egemonia dei comunisti sulla sinistra consente a Berlinguer di dettare le regole di un gioco che schiaccia il PSI nella morsa del compromesso storico tra i due grandi partiti e lo rende subalterno contemporaneamente ai comunisti e ai democristiani. Rigettata dal PCI l’alternativa di sinistra, proposta da Lombardi, i socialisti non sembrano avere molte strade davanti. Certo, si potrebbe ricomporre l’accordo con i cattolici, come una parte maggioritaria del partito auspica e la collocazione del neosegretario nella destra del PSI sembra confermare questa previsione […] Nella sua prima dichiarazione pubblica il neosegretario ha detto che “la battaglia con il PCI non la possiamo vincere con le armi ma solo con le idee”. Dopo anni e anni di “arrogante disinteresse per gli intellettuali”, come riconosce lo stesso De Martino nella sua autocritica, i colonnelli invertono la tendenza e si rivolgono direttamente al mondo della cultura in cerca di aiuto […] La difficoltà di stabilire vincoli permanenti con il partito discendeva, a giudizio di Bobbio, proprio da un rifiuto di principio al ruolo di intellettuali organici, perché nella cultura socialista si considerava l’essere organici e l’essere intellettuali come due cose incompatibili. Va però tenuto conto anche di quanto complessa sia la galassia laico-progressista i cui esponenti si sono accostati e allontanati in fasi alterne al PSI […] La stagione di gestazione del centrosinistra era stata un momento felice che aveva visto raggrupparsi intorno al PSI un nucleo importante di intellettuali, tra loro legati dal comune obiettivo della “pianificazione”. Un obiettivo che offriva agli uomini di cultura un ruolo specifico perché solo essi erano in grado di procedere a una elaborazione tecnica sofisticata, in contatto con la sfera politica, con le istituzioni e con la società. Il nuovo intellettuale, dunque, come “specialista”. Era la stessa evoluzione della società industriale a mettere in discussione il primato della politica, sempre più omologata alla gestione e all’amministrazione, compiti pratici che richiedevano proprio quelle soluzioni razionali e concrete ai problemi della quotidianità offerte dagli studiosi. Non a caso Giolitti, ministro del Bilancio nel primo governo Moro, si era circondato di politici intellettuali e di accademici […] E Mancini, ministro dei Lavori Pubblici, era un punto di riferimento di architetti e urbanisti provenienti dalle università. Anche al tormentato processo di riunificazione tra PSI e PSDI avevano partecipato gli intellettuali socialisti […] La sconfitta del PSU aveva chiuso la stagione pianificatoria […]Per di più, le voci dei programmatori erano finite soffocate dalla rivoluzione culturale del Sessantotto […] La vampata di ideologismi che si sviluppava in questo crogiuolo dove convivevano nuovo e vecchio, modernità e tradizione, spostava il cuore del dibattito culturale sui temi cari a un’altra tipologia di intellettuali di sinistra, “gli ideologi”, riuniti già nell’epoca pre-Sessantotto intorno a “Quaderni rossi”, “Quaderni piacentini”, “Giovane critica”. A cominciare dal linguaggio, la comunicazione tra i sostenitori del “Piano” e i gruppi intorno alle riviste appariva difficile, tanto più se si considera la distanza che li separava proprio sul concetto di “modernità”, esaltata dagli uni e dagli altri invece criticata fino a vederne l’anticamera dell’apocalisse prossima ventura, secondo una lettura in cui sono evidenti gli influssi della scuola di Francoforte. Questo rifiuto radicale dell’esistente portava “gli ideologi” a trovare una sponda politica più congeniale, o per meglio dire simbolica, nel PCI. Emarginati i “pianificatori” e perdute le simpatie degli “ideologi”, al PSI restava solo la sponda della cultura radicale che aveva un’antica eco nella tradizione socialista […] Negli anni Settanta il contributo di Bobbio cominciava a rivelarsi prezioso nel laboratorio di “Mondoperaio” dove si concentravano i chierici socialisti, legati però con vincoli sempre più tenui al partito di De Martino, indifferente al dibattito culturale su questo e su altri temi […] Un laboratorio animato da un autentico “brain trust” che con piglio modernizzante procede alla distruzione degli “idola” della cultura di sinistra egemonizzata dal PCI […] Bisognava dunque reinventare un partito, rifondare il socialismo italiano, perseguire lo stesso obiettivo di Mitterrand che stava resuscitando dalle ceneri il socialismo francese […] Gli intellettuali si fanno protagonisti dello scontro a sinistra, nella convinzione che un PSI dotato di nuova identità possa trasformarsi nel partito modernizzatore, capace di ridare al sistema la vitalità perduta nell’abbraccio soffocante della DC e del PCI. In un certo senso riemerge il mito della terza forza, laica, moderna, progressista, in grado di attirare a sé gli strati sociali più avanzati che si sono rivolti ai comunisti, senza rendersi conto del ritardo del PCI nella percezione dei cambiamenti sociali e culturali […] Con lo sguardo rivolto alle fasce emergenti della nuova Italia, gli intellettuali iniziano una riflessione che parte proprio dalla riscoperta del liberalismo, come aveva suggerito Bobbio […] La prospettiva di una casa comune con il PCI non appare particolarmente rosea, se non intervengono elementi di novità tali da allontanare il pericolo di venire assorbiti e in pratica cancellati nell’abbraccio con Berlinguer. Di sicuro, un elemento di novità sarebbe il rinnovamento della cultura politica comunista, rimasta ancorata al marxismo-leninismo, sia pure interpretato in chiave italiana. Questa chiave italiana, in gran parte costruita sul pensiero di Gramsci, è però rivendicata dall’intellighentia comunista come il tratto distintivo del PCI, come la sua specificità di partito comunista democratico e occidentale rispetto a tutti gli altri partiti comunisti dell’Est e dell’Ovest. I chierici di “Mondoperaio” non si fermano però neppure di fronte a Gramsci, anche se attaccare il fondatore del PCI significa una vera e propria dichiarazione di guerra, tanto più esplicita perché gli autori degli articoli sono in molti casi ex comunisti, tutti assai critici sull’effettivo approdo alla democrazia del PCI e sulla radice democratica del marxismo di Gramsci […] Craxi rinvia la sua prima uscita nelle Tribune politiche alla fine del gennaio 1977, dopo il varo del governo Andreotti delle astensioni che ha così occasione di criticare […] A questo pasticcio tutto italiano, come ironizzano gli osservatori stranieri, non ci sono però soluzioni alternative se non quella di una maggioranza governativa che comprenda il PCI; una soluzione obbligata anche a giudizio di Mancini, d’accordo con il neosegretario su una partecipazione del PCI a un governo di emergenza. È la prova, a giudizio della CIA, dell’impotenza dei socialisti […] Non è una condizione piacevole per Craxi che però non riesce a uscire da questa passività, tranne per alcuni spunti di polemica verso il PCI di cui, per altro, ha appena chiesto l’ingresso nel governo. La politica di austerità rivendicata da Berlinguer in un discorso all’Eliseo destinato a far rumore, viene liquidata da Craxi come il frutto di un “social-moralismo” che porta il segretario comunista a chiudere gli occhi di fronte ai cambiamenti intervenuti nella società italiana […] Sui profondi cambiamenti in atto nel paese stanno riflettendo i chierici di “Mondoperaio” il cui lavoro comincia dunque a essere utilizzato sul piano politico dal leader del PSI. La sensazione che le loro critiche stiano mettendo in difficoltà il PCI aumenta l’impegno degli intellettuali socialisti […] In sostanza si intende ridimensionare il ruolo delle organizzazioni politiche, ormai in evidente affanno, come rivela il distacco sempre maggiore della società civile che mostra segni di insofferenza verso il dominio della partitocrazia. È in atto, come scrive Giuliano Amato, un processo di disgregazione delle strutture di consenso tradizionali che hanno costruito e diffuso la democrazia in Italia, come dimostra proprio la crisi dei partiti, incapaci di rispondere alla domanda di rappresentanza di una società assai più eterogenea, stratificata e atomizzata di quella di trent’anni prima. Questo declino non può stupire, se si considera che il modello del partito di integrazione di massa, risalente al XIX secolo, era stato ridisegnato nel 1945 secondo i bisogni collettivi di una società ancora strutturata per grandi aggregati sociali omogenei. Questa società già nel 1976 sta scomparendo e, via via, nel decennio successivo, se ne perderanno anche le ultime tracce […] Di fronte a questa nuova realtà l’intera macchina dei partiti si inceppa in tutti i suoi gangli vitali: i luoghi di orientamento e di educazione politica e culturale – sezioni, parrocchie, scuole quadri ecc. – sono sempre più deserti; saltano i meccanismi di reclutamento dei militanti e di aggregazione del consenso, così come quelli di formazione e selezione di funzionari e dirigenti. La tendenza verso una progressiva disgregazione delle vecchie strutture organizzative attraverso le quali tradizionalmente si era costruita e diffusa la democrazia in Italia appare inarrestabile. A garantire ai vecchi partiti la presa sulla società non basta la loro incombente presenza nelle istituzioni che ha portato all’identificazione Stato-partitocrazia, assicurando alle forze politiche il ruolo di organi, a funzionamento corporativo, per la redistribuzione delle risorse economiche. Sul finire degli anni Settanta le critiche alla politica della spesa pubblica, degenerata nell’assistenzialismo di tipo clientelare, si moltiplicano ovunque di fronte alla crisi del Welfare State […] Rispetto al suo predecessore De Martino, detto “il professore”, il nuovo segretario non si ritiene un intellettuale, malgrado il suo sincero interesse per la storia. Ha però la capacità di cogliere e cavalcare le situazioni che giocano a suo favore, in primo luogo appunto il laboratorio di “Mondoperaio” dove si elaborano i temi per l’attacco contro i comunisti […] Sono gli intellettuali a legittimare giorno dopo giorno la distruzione del compromesso storico che è l’obiettivo al quale ha puntato Craxi fin dalla sua ascesa alla segreteria […] Non si può non rilevare una sorta di eterogenesi dei fini, per cui l’elaborazione degli intellettuali [che ha come fine l’alternativa alla DC] è destinata a dare identità e forza al progetto politico di Craxi che nel 1979 riaprirà il dialogo con la DC, un esito politico ben poco gradito alla maggioranza dei chierici, come dimostrerà anche la diaspora nelle loro file […] Accarezzati dal direttore di “Repubblica” quando i loro strali puntano a distruggere il compromesso storico per costruire l’alternativa, i chierici diventano scomodi se le loro munizioni vengono usate dalle forze anticomuniste per trascinare il PSI fuori dai confini della sinistra. Ci sono segnali allarmanti in questo senso – denuncia Scalfari – a cominciare dall’interesse nei confronti di Craxi del “Giornale” di Montanelli che riflette gli orientamenti degli ambienti imprenditoriali milanesi […] Si possono individuare altri sintomi di un distacco politico sempre più marcato del PSI dal PCI nel dialogo a distanza con i radicali […] All’indomani del rapimento di Aldo Moro, quando sul rilascio del presidente della DC si apre la partita tra falchi e colombe, le uscite pubbliche di Craxi, sempre accuratamente misurate, non impediscono il diffondersi nell’opinione pubblica della convinzione che il PSI si sia posto alla testa di uno schieramento antagonista alla linea della fermezza scelta dal PCI; uno schieramento connotato da un profondo umanitarismo ma non privo di giustificazionismi nei confronti di chi calpesta così sanguinosamente le regole della democrazia e il rispetto per la vita. Perché, se Craxi non assolve certo i terroristi, si mostra però indulgente verso l’area dei fiancheggiatori, così esasperati dallo stato di crisi del sistema politico da applaudire all’opera di distruzione delle BR. Il loro estremismo va respinto con fermezza ma la classe politica ha qualche responsabilità in questa situazione di degrado “che si è lasciata galleggiare per troppo tempo senza intervenire con mano ferma”. “Si sono accumulati inevitabilmente – continua Craxi – dei fattori esplosivi, sui quali certa forma di fanatismo che poi si esprime anche nel terrorismo, può avere una presa”. Tra le forze politiche maggiormente responsabili Craxi indica i comunisti […] La posizione socialista a favore della trattativa con i rapitori di Moro si fa più decisa quando, il 15 aprile 1978, viene diffuso l’ultimatum delle BR. La Direzione del PSI, all’unanimità, denuncia l’immobilismo del governo e alle parole seguono i fatti, perché i socialisti iniziano a muoversi autonomamente. La trattativa segreta con alcuni esponenti dell’area dell’autonomia che si sono proposti nel ruolo di mediatori tra il mondo politico e i terroristi, per giorni è portata avanti direttamente da Craxi e da Signorile, con il pieno sostegno dietro le quinte di Mancini. Il fallimento di questa iniziativa, destinata a venire immediatamente alla luce, non è però privo di conseguenze politiche, specie se si considera che l’uccisione del presidente della DC marca un netto spartiacque nella tormentata VII legislatura repubblicana. Tramontata la solidarietà nazionale, riprendono vigore sia nel PCI sia soprattutto nella DC i tanti avversari del compromesso storico. Davanti a Craxi si sta per spalancare un orizzonte politico che gli consente finalmente la libertà di manovra cui aspira; può insomma prendere il timone lasciato troppo a lungo nelle mani dei chierici.

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da Simona Colarizi, Mauro Gervasoni, La cruna dell'ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della repubblica, 2005 Editori Laterza

31 luglio 2007

sbirri a Milano

Bozzo Che cosa mi spingeva verso l’Arma? La passione per la polizia municipale. Al Comando dei vigili urbani di Genova mi avevano spiegato che la permanenza nei carabinieri sarebbe stata un titolo di merito nel concorso [per diventare vigile urbano]. Di qui la mia richiesta con la domanda d’ammissione al corso AUC di proseguire il servizio militare di leva nell’Arma, che all’epoca era integrata nell’Esercito e non ancora equiparata a Quarta Forza Armata. Nel gennaio del 1957 lasciavo Foligno per Roma, trasferito alla Scuola ufficiali dei carabinieri, che era situata nel quartiere di Trastevere, in un vecchio palazzo di via Garibaldi […] Alla fine del corso, nell’aprile del 957, arrivò la sospirata destinazione: Sardegna, comandante del plotone mortai da 81 m/m del 9° battaglione mobile, che aveva sede alla periferia di Cagliari […] Le elezioni del 1958 avevano confermato il ruolo guida della DC e dei partiti laici. E con il conseguente arretramento dell’estrema destra missina, il partito di governo e l’esecutivo (guidato in quel momento da Amintore Fanfani) avevano una ghiotta occasione di confermare all’interno e all’esterno la propria funzione di diga anticomunista. La questione altoatesina, letta come possibile preludio di un attacco da Est, attraverso il Brennero, era senza dubbio funzionale al governo e giustificava il passaggio degli apparati militari dalla condizione di pace allo stato di guerra. Di qui, posso ipotizzare, l’importanza di ricostituire il III Corpo d’Armata con sede a Milano, con una struttura logistica in cui era presente anche una compagnia di carabinieri motociclisti. Nei piani NATO, che prevedevano una manovra in ritirata dalla linea difensiva sull’Isonzo e un ripiegamento dal Brennero, l’unità avrebbe dovuto sostenere l’urto nemico ed attestare il fronte sul fiume Ticino, da una posizione ritenuta più sicura e difendibile. Nelle zone occupate dai “cosacchi”, invece, si sarebbe scatenata una guerra non ortodossa con la Gladio, l’esercito ombra che proprio in quegli anni si consolidava con l’interrazione di depositi clandestini di armi e di esplosivi, e il reclutamento di centinaia e centinaia di uomini di provata fede atlantica, equipaggiati e istruiti in campi militari per operare dietro le linee nemiche. Un altro elemento ci può essere d’aiuto per inquadrare il periodo storico e la spinta al riarmo: la politica militare dell’epoca rimpiangeva ancora l’equazione fascista “più divisioni – le famose otto milioni di baionette - uguale più potere”. E l’ideologia portante di quelle Forze Armate, mai epurate dopo il 25 Aprile 1945, era quella di generali e ammiragli che avevano fatto carriera nelle guerre di aggressione volute da Mussolini: alcuni notoriamente fascisti, tutti dichiaratamente fedeli all’atlantismo […] A 25 anni, col grado di tenente, venni destinato a Torino […] Avrei comandato un plotone e insegnato nei corsi di “tecniche di addestramento al combattimento”, “cultura generale” e “diritto processuale penale” presso la Scuola allievi sottufficiali dei carabinieri ospitata nel Castello reale di Moncalieri, che sovrasta la zona a Sud di Torino […] In teoria l’Arma degli anni Cinquanta e Sessanta – a livello di quadri intermedi e inferiori, per le gerarchie il discorso assume connotazioni diverse – si vendeva come impermeabile alla politica e ai richiami ideologici, o a quella che oggi si definisce società civile più in generale. Nei fatti era permeabilissima alle segnalazioni dei partiti governativi e collateralismi vari, dai comitati civici di Gedda alle parrocchie, alle scuole cattoliche, alle raccomandazioni dei politici locali, che fungevano da serbatoio per la selezione e il reclutamento della truppa […] Il 7 luglio 1962 fui comandato con il mio plotone di allievi sottufficiali – che veniva impiegato in servizi d’ordine pubblico solamente in casi eccezionali – in piazza Statuto a Torino, davanti alla sede della UIL, il sindacato che aveva firmato l’accordo con la FIAT[1]. Il giorno precedente il reparto era già stato impiegato dalle 6 del mattino fino a tarda serata. Un servizio pesante per gli uomini che non aveva minimamente influito sulle decisioni del Comando di assegnare un nuovo compito. Ad informarmi era stato il capitano d’ispezione che alle mie perplessità per la visibile stanchezza dei militari, mi spiegò che la situazione d’emergenza imponeva lo spiegamento di tutti i reparti a disposizione, con l’apporto anche di “personale in congedo che opera in abito civile, molto fidato”, fu la precisazione […] Agli inizi del 1964 si pose la necessità del mio trasferimento ad un Comando di Tenenza territoriale, passaggio obbligatorio per la promozione al grado di capitano […] Da Torino, dalla caserma di via Giolitti, fui trasferito nella primavera del 1964. dovevo presentarmi a Milano, alla Tenenza Sempione […] L’inserimento nella Tenenza correva su binari di assoluta normalità. Lo straordinario si presentò in tutta la sua segretezza in una riunione alla quale presi parte per la tutela dell’ordine pubblico. Dalle prime battute le disposizioni non mi sembravano granché fuori della norma. In caso d’allarme prevedevano come di routine il presidio di edifici strategici e zone di competenza territoriale. La sorpresa montò solo quando tra i compiti prioritari che mi venivano affidati vi era l’intervento armato presso la sede RAI di Corso Sempione 27. ingenuamente obiettai: “Signor capitano, all’interno abbiamo già un nostro presidio per la sicurezza degli impianti”. Nel medesimo istante in cui concludevo la frase, lui mi guardava già di sottecchi, limitandosi ad annuire e ad elencare gli ordini del Comando generale. Qualche settimana dopo il capitano mi convocò personalmente nel suo ufficio e con finta indifferenza riprese l’argomento: “Dimentica la RAI, occupati invece delle camere di sicurezza che vi sono all’aeroporto di Linate e rendile agibili”. Da quel repentino dirottamento compresi che non mi ritenevano affidabile, anche se non ne intuivo la ragione. Il perché l’avrei saputo anni dopo, quando sarebbe scoppiato il putiferio sulle sconcertanti intromissioni politiche del generale De Lorenzo[2] con le sue velleità golpiste […] Nel luglio 1964 le misure eccezionali apparivano perfettamente inserite in un piano di difesa simulato, inviato ai comandanti delle tre divisioni carabinieri, Pastrengo (dalla quale dipendevo), Podgora e Ogaden. Ciò che lo distingueva dalla simulazione erano i dettagli, dalla cattura dei cosiddetti “enucleandi” (dirigenti comunisti, socialisti e sindacalisti) da confinare in Sardegna all’occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra e delle redazioni dell’Unità, al controllo delle sedi RAI e delle prefetture, che erano appannaggio esclusivo delle prime linee gerarchiche dell’Arma […] Il “Piano Solo”, così denominato perché affidato unicamente ai carabinieri nella sua fase iniziale, sarebbe scattato se il nascente governo di centrosinistra, cui partecipava il PSI di Pietro Nenni, avesse adottato un programma progressista. Ma il 14 luglio 1964 i socialisti ridussero le loro pretese e De Lorenzo, circondato dai suoi generali, non diede mai ordine ai mezzi corazzati di lasciare le caserme[3] […] Nella sua apparente nudità il “Piano Solo” rifletteva l’esecuzione di una modalità difensiva che in linea di principio spetta a qualunque stato democratico. Sulla sua legalità e liceità si potrà anche discutere, ma non esiste una linea di demarcazione cristallina nella pianificazione e nella strategia difensiva di un Paese. L’illegalità consiste nell’uso diverso che se ne può fare rispetto al mandato previsto. Lo stesso “Piano Sigma” ci cui si è saputo anni dopo, cioè il richiamo di civili reclutati dall’ufficio REI diretto dal colonnello Rocca, rispondeva ad una procedura di cui erano comunque a conoscenza governo e ministro della Difesa. Lo scandalo e il pericolo, anche in questo caso, derivavano dall’impiego ipotizzato da generali infedeli con la complicità o l’acquiescenza del potere politico e la regia occulta degli alleati americani […] Dell’attentato del 12 dicembre 1969 a Milano[4] non ho mai saputo più di quanto leggessi abitualmente sui giornali. Dall’ottobre precedente, infatti, si era aperto un nuovo capitolo della mia vita professionale: la Scuola di guerra di Civitavecchia, un corso accademico triennale, requisito essenziale per accedere in futuro ai quadri ufficiali di Stato maggiore […] Durante le vacanze natalizie ero temporaneamente rientrato nei ranghi del Comando della Legione di Milano da cui formalmente dipendevo. E fu in quei giorni che incontrai casualmente il commissario Calabresi, con cui avevo condiviso centinaia di ore in servizio di ordine pubblico. Ricordo che lo incontrai mentre camminavo in via Fatebenefratelli, alle spalle di via Moscova, dove ha sede la caserma dei carabinieri, distante non più di un centinaio di metri in linea d’aria dalla Questura milanese […] Fu Calabresi ad aprire il dialogo sulla morte di Pinelli […] Poi parlammo di Rolandi, il tassista che aveva riconosciuto Pietro Valpreda come l’uomo che si era recato in taxi nei pressi della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Ed è qui che Calabresi mi interruppe, osservando che le indagini le avevano fatte i carabinieri… Era vero. Il racconto del tassista era stato verbalizzato in una caserma dell’Arma. Ma nessuno è mai riuscito a capire come quel riconoscimento discutibile fosse stato accettato senza riscontri e verifiche più attente. Negli anni successivi vi furono altre indagini che però si infransero contro un elemento oggettivo: Rolandi, minato da un tumore, era morto a poca distanza di tempo e di lui non rimaneva che quel verbale. Nient’altro […] Sulla fine di Pinelli ci sono le conclusioni di un magistrato onesto e specchiato come Gerardo D’Ambrosio, che ha stabilito con tutti i distingui del caso che quella tragica fine fu una disgrazia. Questo non risolve l’addebito morale che può essere girato agli inquirenti per il prolungato ed estenuante interrogatorio del ferroviere, ma la regia della pista anarchica non è certo opera di comprimari o seconde linee. Chi depistò le indagini è noto, come è noto l’humus culturale e politico reazionario e filo-atlantico attorno al quale si costruì la strategia della tensione: commissioni parlamentari, schiere di storici, sentenze della magistratura lo hanno delineato chiaramente e io non ho nulla di interessante da aggiungere […] Di Junio Valerio Borghese sapevo ben poco. Una visione più interna della sua complessa storia politica e militare l’avrei avuta soltanto negli anni Settanta consultando un fascicolo depositato presso la Divisione Pastrengo, che ne descriveva le traversie dal giorno dell’arresto a Milano nella primavera del 1945 all’intervento del servizio segreto americano per trasferirlo a Roma, a disposizione del Comando Alleato. Un’attenzione tutt’altro che casuale. Appunti, relazioni e documenti riservati dimostravano inequivocabilmente due aspetti di politica nazionale e internazionale tra loro correlati: i contatti tra il capo della X MAS e le forze angoloamericane erano antecedenti al 25 aprile 1945; Gran Bretagna e Stati Uniti, nella prospettiva di un fronte all’ingombrante presenza comunista in Italia, avevano stabilito e privilegiato rapporti sia con in capi militari della Repubblica di Salò, sia con i comandanti del movimento partigiano antagonisti alle forze di sinistra. Esattamente come avvenne in Germania, dove il nuovo servizio segreto si raggruppò ufficiosamente attorno a Reinhard Gehlen, un alto ufficiale dello Stato maggiore della Wermacht. Il sostegno degli Alleati a Borghese fu immediato. Il processo a suo carico che si svolse a Roma nei fatti e nella sentenza si tradusse in un’autentica farsa, sebbene testimonianze e prove concorressero a comprovare le sue gravi responsabilità nell’attività antipartigiana […] Era noto che negli anni Sessanta Borghese avesse mantenuto aperti i canali con gli industriali liguri, in particolare con quelli della Riviera di Levante (nel ’44 la X MAS aveva installato il suo quartier generale a La Spezia, già sede di servizio durante i primi anni di guerra dello stesso ufficiale), che gli erano grati per aver salvato il porto di Genova da distruzione certa durante la ritirata nazista. Verità o vanteria che fosse, Borghese si era guadagnato un credito e una reputazione vox populi su cui avrebbe fatto leva per garantire coperture e pingui finanziamenti al suo nascente movimento d’estrema destra. Spulciando tra le carte avevo notato che queste notizie affioravano “indisturbate” in superficie, e tali rimanevano nelle indagini dell’Arma di Milano. Mai ho trovato traccia di una sollecitazione a un supplemento d’inchiesta, come se l’imperativo per il Comando della Divisione Pastrengo, cui spettavano le indagini, fosse quello di minimizzare sui rapporti tra l’ex comandante repubblichino e i vertici delle Forze Armate o di altri corpi separati dello Stato […] La notizia dello stupro di Franca Rame, all’epoca schierata con i gruppi della sinistra extraparlamentare, fu accolta in caserma a Milano con una singolare euforia. Gli ufficiali più alti in grado si comportavano come se avessero messo a segno un’operazione importante. Ne ho parlato per la prima volta nel 1998 a un giornalista della Repubblica, quando divenne di dominio pubblico che il giudice Guido Salvini, titolare dell’inchiesta su Piazza Fontana, aveva acquisito nuovi elementi sulla complicità di alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo nelle violenze alla moglie di Dario Fo, sequestrata in via Nirone a Milano e poi stuprata da un gruppo di neofascisti […] Nel 1972 venni destinato allo Stato Maggiore della Pastrengo e nei primi sei mesi di permanenza allo Stato Maggiore fui destinato alla lettura di documenti, informazioni, analisi, sotto la supervisione di un tenente colonnello […] Il 17 maggio 1972 [omicidio Calabresi] morì un amico, un servitore leale dello Stato, un dirigente dell’ufficio politico dotato di un’elevata capacità di analisi e mai prono al potere, marito e padre esemplare. Chi lo ha ucciso? Alle sentenze che hanno indicato nomi e contesti precisi sono sempre rimasto titubante, se non freddo. Calabresi, me lo confidò direttamente, seguiva da tempo la pista di un traffico di armi dalla Svizzera. Quell’inchiesta approdò il 21 settembre 1972 all’arresto di Gianni Nardi, un pericoloso estremista nero, il cui nome compare negli elenchi della Gladio, insieme a quelli, tra gli altri, di Gianfranco Bertoli, Enzo Dantini, Marco Morin, Mario Pistolan, Enrico Zorzi, Luigi Zorzi, Marco Zorzi, Gianni Colombo, tutti personaggi appartenenti all’eversione di destra […] Negli anni successivi, nonostante l’arresto di Nardi, ufficialmente morto a Palma di Majorca il 10 settembre 1976, e il suo coinvolgimento nell’inchiesta sull’assassinio di Calabresi, quel prezioso materiale sull’eversione neofascista finì a macerare da qualche parte[5] […] Un perito della Procura di Brescia, incaricato nell’inchiesta sulla strage di piazza della Loggia, ha riportato in luce le carte dell’archivio del Nucleo Antiterrorismo della Questura di Milano. Negli appunti ricorrono una serie di nomi noti e meno noti, comunque tutti chiacchierati, tutti coinvolti nelle principali inchieste dell’epoca e tutti in stretto collegamento con i servizi segreti. Gli appunti sono da attribuirsi a una fonte confidenziale, tal Luigi Salatino, allora detenuto nel carcere di Brescia, che in una lettera al presidente del Tribunale di Roma accennava a un traffico internazionale di armi con centro operativo a Lugano […] Resto convinto che nel 1972 rabbia e rancore, sentimenti diffusi nell’estrema sinistra, non fossero una miscela incendiaria per vendicarsi di un funzionario di polizia. All’atto pratico che cosa ne avrebbe ricavato Lotta Continua sul piano politico? Nulla. L’omicidio sarebbe stato un vuoto a perdere per l’organizzazione, che non aveva suggestioni di pratica armata, e certo in concorrenza con quei gruppuscoli che teorizzavano l’uso delle armi […] È stata fatta un’interessante verifica sui modi e sui tempi delle fonti confidenziali che gli apparati dello Stato avevano all’interno dell’estremismo di sinistra e di Lotta Continua in particolare. E qui si riceve una prima sorpresa: più ci si avvicina alla data dell’assassinio del commissario Calabresi minore è la produzione delle fonti che s’inaridiscono fino a scomparire del tutto. L’informatore denominato “Como”, di “buon’internità” a Lotta Continua, cioè vicina all’apparato dirigente, “presenta un varco informativo che va dal 14 settembre 1971 al 13 giugno 1972. Tale varco comprende l’omicidio Calabresi. Dato il clima politico-sociale nel quale si verificò l’azione omicida, non era affatto azzardato supporre una matrice eversiva di sinistra e quindi implementare l’attività delle fonti di settore” […] Il 30 marzo 2001 il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Massimo Meroni, sollecitava il SISMI, il servizio segreto militare, “affinché fornisse l’identità della fonte “Como”, quella delle altre operative nello stesso settore e precisasse se la produzione “Como” a suo tempo trasmessa fosse integrale”. Il 15 maggio il SISMI rispondeva in ordine alle questioni sollevate: 1. la fonte “Como” era deceduta da 13 anni; 2. il giudice istruttore Salvini aveva acquisito l’intera raccolta; 3. dalla cartella indice del fascicolo in esame “emergeva chiaramente che nel periodo compreso tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972 la suddetta fonte non aveva prodotto informative”. L’ultima risposta è una palese stonatura. Considerati i tempi, era mai accettabile che i servizi segreti non reagissero dinanzi all’inaridimento di una fonte piazzata all’interno della galassia della sinistra extraparlamentare? Da approfonditi rilievi sulla cartella e sulla numerazione dei fogli, gli inquirenti hanno accertato la mancanza di 26 atti e la presenza sui documenti di diverse manoscritture, il che farebbe sospettare anche diverse manomissioni e un paio di errori di registrazione […] Non è verosimile il lungo sonno di “Como”, fonte antecedentemente allertata a più riprese e attentamente seguita dai suoi gestori […] Lo stesso ufficiale dei carabinieri chiamato a tracciare un’analisi dall’insieme degli elementi raccolti ha invitato i magistrati a non trascurare l’ipotesi che l’omicidio Calabresi, eseguito e organizzato per i giudici da Leonardo Marino, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, “sia stata una sofisticata operazione del tipo di quelle che gli inglesi definiscono “derivative”, in questo caso un “derivative assassination”, vale a dire un “omicidio preso da altri”, altrettanto noto e voluto da terzi soggetti, da non escludersi in collegamento e infiltrati tra i reali autori” […] Il 31 maggio 1972 nei pressi di Peteano, in Friuli, salta in aria una FIAT 500 imbottita di tritolo. Nell’esplosione muoiono tre carabinieri, richiamati sul posto da una telefonata anonima. Reo confesso della strage è un militante di Ordine Nuovo, Vincenzo Vinciguerra. Delle indagini è investita per giurisdizione la Divisione Pastrengo, ma l’indagine registra un andamento fotocopia di quella di piazza Fontana. Il copione si ripete: invece degli anarchici la sinistra extraparlamentare, gli ambienti vicini a Lotta Continua. Le indagini sono così sviate, mentre si moltiplicano indizi, elementi di accusa e voci che riconducono la responsabilità all’estremismo nero. Soltanto una catena eterodossa di comando, che portava ad escludere dalla gestione delle indagini quegli elementi che non appartenevano al gruppo di potere che si era coagulato al vertice della Pastrengo, poteva orchestrare un inquinamento delle prove di questa portata […] Alla Pastrengo erano tangibili le alleanze e i sodalizi trasversali che trascendevano dal contesto gerarchico istituzionale, ed esistevano in virtù dell’avallo concesso dal comandante, il generale Giovambattista Palumbo, da pochi mesi insediatosi al Comando divisionale […] In retrospettiva ebbi modo di comprendere che le ricerche sul triplice omicidio di Peteano avevano avuto un livello investigativo esclusivo, accessibile a pochi e fidati ufficiali. In quel “cenacolo” si costruivano le linee guida per depistare le indagini. Contemporaneamente si blandiva con tatto e garbo l’insistenza di quegli ufficiali zelanti e invadenti intenzionali a proseguire le ricerche. L’insabbiamento delle inchieste sui gruppi neofascisti era funzionale alla selezione di un gruppo di potere che si formava attorno a criteri di fedeltà del tutto arbitrari, centrati su aree di omertà e meno che mai corrispondenti all’interesse dello Stato. A quelli che non superavano il “test” erano riservati il boicottaggio, l’ostracismo e l’emarginazione dai posti chiave, ma in modo astuto, con tutte le cautele del caso, con stile sobrio e mai compromettente, ideale per soluzioni alternative e contrarie […] Alla fine del 1973 il generale Palumbo godeva di un potere pressoché incontrastato all’interno della Divisione Pastrengo, e presso il Comando Generale il suo prestigio era invidiabile. L’unica nube che avrebbe potuto offuscare il suo orizzonte era Carlo Alberto Dalla Chiesa, investito del comando della I Brigata carabinieri di Torino […] Dallachiesa Dalla Chiesa aveva apertamente criticato l’onnipotenza del comandante generale De Lorenzo, reo di aver influenzato la graduatoria degli aspiranti a colonnello in favore degli ufficiali dei carabinieri provenienti dal SIFAR. una critica mai digerita dal Comando Generale, che non aspettava di meglio per mettere in riga quel figlio d’arte, intelligente e colto (due lauree), pure decorato, ma troppo irriverente per la natura autoritaria di quei generali […] Appena insediatosi Dalla Chiesa cominciò a mandare in fibrillazione l’intera macchina burocratica dipendente dal Comando divisionale di Milano, incurante del risicato gruppo di collaboratori e del limitato raggio della Brigata medesima nella gestione del personale e del settore logistico […] All’interno dello Stato Maggiore della Divisione Pastrengo ricoprivo funzioni di ufficiale di collegamento con le strutture che ne dipendevano tra cui appunto la Brigata di Torino, che dall’arrivo di Dalla Chiesa aveva preso a distinguersi con un martellamento di richieste pressanti e quotidiane […] Dalla Chiesa pretendeva di svecchiare l’Arma, di modernizzarla per superare la stagnazione in cui versava da tempo. Da tutti pretendeva collaborazione […] La formazione del Nucleo Speciale fu un’intuizione geniale per superare una catena di comando ipocondriaca, che non rifletteva i mutamenti della società. All’epoca lo spazio che intercorreva tra l’unità di base e il Comando Generale era riempito da tenenze, compagnie, gruppi, legioni, brigate e divisioni. La struttura rigidamente gerarchizzata rispondeva all’esigenza primaria del controllo territoriale ma pagava prezzi e sprechi elevatissimi per garantirsi velocità operative modeste. Dalla Chiesa, che aveva compreso anzitempo tutto questo, aveva eletto a naturale laboratorio sperimentale le Legioni carabinieri di Torino, Alessandria e Genova […] Non è un caso che l’idea del Nucleo Speciale fu afferrata dallo Stato come una sorta di ciambella di salvataggio mentre il V governo Rumor, durante il sequestro del sostituto procuratore Mario Sossi, sembrava schiacciato tra l’incudine e il martello […] Tra i primi ad aprire il fuoco di sbarramento contro Dalla Chiesa fu proprio il suo superiore diretto, il generale Palumbo. Quando si trattò di esprimere un giudizio sulla costituzione del Nucleo Speciale, il comandante della Divisione Pastrengo non andò molto per il sottile. Di suo pugno scrisse la seguente nota, in calce alla lettera del Comando Generale: “Non serve a un cazzo”.   


[1] Il 7 luglio 1962, in spregio agli accordi contrattuali firmati unicamente dalla UIL, è indetto uno sciopero degli operai della FIAT. Migliaia di manifestanti si diressero dai cancelli della fabbrica torinese alla sede cittadina del sindacato, in piazza Statuto. Ne seguirono tre giorni di duro corpo a corpo tra manifestanti e polizia che provocarono il fermo di un migliaio di persone e l’arresto di un centinaio di queste. Due terzi dei fermati erano immigrati dal Meridione. La reazione degli operai mise fine alla pratica degli accordi separati tra sindacati e FIAT. Nei giorni a seguire cronisti e commentatori della stampa parlarono di prezzolati provocatori reclutati per soffiare sul fuoco e innescare incidenti con le forze dell’ordine. Se vi furono, non andavano però cercati tra quei lavoratori la cui rabbia riportò in primo piano una Torino ben diversa da quella enfaticamente descritta un anno prima per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e del raggiungimento del milionesimo abitante. La città, capitale industriale del Paese, cresciuta di quasi mezzo milione di abitanti dal secondo dopoguerra, aveva visto stravolto dall’immigrazione il suo tessuto urbano insieme con certezze, abitudini e relazioni. Per migliaia di persone il quotidiano si trasformava in una durissima lotta per l’integrazione.

[2] Nell’estate del 1964 il generale Giovanni di Lorenzo, nel decodificare le preoccupazioni del presidente della Repubblica Antonio Segni per la sterzata a sinistra del nuovo governo, orchestrò il piano Solo. Nel corso del processo a carico di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, autori degli articoli giornalistici che avevano fatto scoppiare lo scandalo, fu provato in maniera inoppugnabile che il 26 giugno 1964 De Lorenzo aveva convocato a Roma, con fonogrammi urgentissimi e cifrati, i capi delle Divisioni Pastrengo, Podgora e Ogaden per importanti comunicazioni. Il 27 mattina questi ufficiali si erano riuniti in segreto nell’ufficio del generale con i capi del SIFAR [servizio segreto militare]: erano stati impartiti ordini in attesa del giorno X ed erano state distribuite le liste delle persone da arrestare.

[3] Giovanni De Lorenzo fu capo del SIFAR dal gennaio 1952 all’ottobre 1962. Subentrava al generale Ettore Musco che nel 1947 aveva fondato l’AIL (Armata Italiana per la Libertà) una formazione diretta da militari, sostenuta economicamente e militarmente dai servizi segreti americani, incaricati di vigilare su un’eventuale insurrezione comunista. Fedele servitore dell’atlantismo, tra le sue prime iniziative vi fu quella di sottoscrivere un patto segreto elaborato dalla CIA, denominato “Demagnatize”. Tra le principali finalità il piano prevedeva la riduzione dell’influenza comunista in Italia e in Francia e dei sindacati ad essi collegati. Nell’ottobre 1962 De Lorenzo veniva promosso comandante generale dei carabinieri, mentre al SIFAR si insediava il generale Viggiani, sostituito nel 1965 dal generale Allavena, entrambi uomini a lui legati. Nel febbraio 1966 veniva promosso capo di Stato maggiore dell’Esercito, carica da cui veniva destituito e sostituito con il generale Guido Vedovato nell’aprile del 1967, dinanzi alle prove raccolte dalla commissione d’inchiesta nominata dal ministro della Difesa Tremelloni, in merito alle deviazioni del SIFAR. Il 10 giugno 1967 il vice comandante dell’Arma, Giorgio Manes, trasmise al comandante generale Carlo Ciglieri la relazione sulla fuga di notizie avvenuta all’interno dell’Arma in relazione ai fatti denunciati dalla rivista l’Espresso. Manes scrisse: “Interferenze notate nel corso delle indagini. Non tutti gli ufficiali interrogati sono stati veritieri, come se fossero destinatari di pressioni… Alcune circostanze emerse: l’intervento di elementi del SIFAR che avevano provveduto a consegnare a comandi dell’Arma liste da compilare di persone da arrestare; e che tutto ciò era avvenuto all’insaputa degli organi di pubblica sicurezza, responsabili per legge dell’ordine pubblico”. Nei suoi diari, resi pubblici nel 1991, Manes descrisse il primo esempio di applicazione sul campo delle teorie della “guerra non ortodossa”: attentati, bombe, infiltrati, doppiogiochisti, fascisti e neonazisti assoldati dai servizi segreti per contrastare il terrorismo altoatesino. La lealtà di Manes fu ripagata con il più classico dei benserviti: rimosso da vice comandante dei carabinieri, fu sostituito con il generale Giovanni Celi, ex comandante della Divisione Ogaden e uomo di fiducia di De Lorenzo.

[4] Il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano alle 16.37 un ordigno composto da sette chili di tritolo esplode nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Il bilancio è di 17 morti e 88 feriti. A Roma, alle 16.45 una bomba esplode in un corridoio sotterraneo della sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Babila. 13 impiegati dell’istituto rimangono feriti, uno dei quali gravemente. Sempre a Roma, alle 17.16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, sul lato che si affaccia sui Fori Imperiali: nessuna vittima. Alle 17.24 un’altra esplosione, sempre sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, questa volta dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli: nessuna vittima. A Milano, ad un’ora imprecisata, un impiegato della Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala trova una borsa nera e la consegna alla direzione. La borsa contiene un’altra bomba che non esplode per un difetto di funzionamento del timer del congegno d’innesco. Alle 21.30 l’ordigno viene fatto esplodere dagli artificieri della polizia. Distruggendo quella bomba vengono cancellati eventuali indizi fondamentali. La polizia e la Divisione affari riservati del ministero dell’Interno retta dal questore Elvio Catenacci indirizzano strumentalmente le indagini contro gli anarchici. Con rapidità la macchina poliziesca si mise in moto con lucida precisione: Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico, venne trattenuto e interrogato per tre giorni in Questura, fino al tragico volo dal quarto piano di via Fatebenefratelli. La versione ufficiale parlò di suicidio. Lotta Continua sostenne invece la tesi dell’omicidio e da quel momento condusse una violenta campagna di stampa contro il commissario Calabresi, accusato di essere responsabile della morte di Pinelli. I quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Savino Lograno, presenti nella stanza dell’interrogatorio, furono indagati per omicidio colposo e in seguito per omicidio volontario. L’inchiesta della magistratura escluse l’omicidio, ma confermò che Pinelli fu vittima di “un arresto abusivo e violento”. Il giorno successivo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, avvenne il colpo di scena: forti della testimonianza del tassista Rolandi, gli inquirenti arrestavano Pietro Valpreda, anarchico ex ballerino appartenente al gruppo 22 Marzo, col sospetto di essere l’esecutore materiale della strage. Dopo tre anni di carcere Valpreda fu assolto già in primo grado di giudizio per insufficienza di prove.

Il 3 maggio 2005 la seconda sezione della Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in primo grado per la strage di piazza Fontana. Inoltre la Cassazione ha condannato le parti civili, tra le quali i familiari delle vittime, le Province di Milano e Lodi e il Comune di Milano, al pagamento delle spese processuali.

[5] L’Arma dei carabinieri ha inviato alle Procure della Repubblica di Milano e Brescia, tra la fine del 2000 e l’agosto del 2001 una voluminosa documentazione che ridisegna le responsabilità di personaggi vicini e contigui agli ambienti neofascisti nella strategia della tensione. Si tratta di un’indagine seguita dal maggiore Massimo Giraudo che riporta l’attenzione su personaggi ed episodi cui si era attribuito scarsa o nulla rilevanza in passato. Ad esempio, tra le testimonianze si cita quella di un confidente che nel 1974 afferma: “il commissario Calabresi si stava occupando di un traffico di armi tra la Jugoslavia e l’Italia; le armi venivano scaricate su cittadine del litorale adriatico fra le province di Rovigo e Ferrara, alle foci del Po; in questo traffico erano implicati anche esponenti fascisti, anzi più precisamente esponenti in quel tempo del MSI”. Nomi che ricorrono spesso accanto a quelli di Franco Freda e Giovanni Ventura nelle segnalazioni dell’epoca sulla cellula veneta di Ordine Nuovo, l’organizzazione di estrema destra strettamente in contatto con l’allora SID, il servizio segreto militare. Marco Sassano, giornalista e autore del libro La politica della strage, edito per i tipi della Marsilio nel 1972, riprendendo un passaggio del Bollettino di Controinformazione Democratica, scrive: “Domenica 14 maggio, tre giorni prima di cadere sotto i colpi del misterioso aggressore, Luigi Calabresi è stato visto a Trieste insieme con l’ex questore di Milano Marcello Guida, con il quale si è recato a far visita al conte Guarnieri. La domenica successiva all’indomani dei funerali del commissario, lo stesso Guida è tornato dal conte con il prefetto di Milano Libero Mazza. Del conte Guarnieri si parlò con una certa insistenza durante la lunga inchiesta sulla pista nera, senza però precisare con esattezza la natura dei suoi rapporti con i personaggi presi di mira dalle indagini. Quali motivi hanno indotto Calabresi e Guida prima, Guida e Mazza poi a recarsi a casa del conte Guarnieri? È strano che nessuno abbia fatto cenno a questo viaggio di Calabresi parlando delle sue ultime giornate di vita”. In un altro libro, Quattro storie degli anni di piombo, scritto da Pino Adriano e Giorgio Cingolani e pubblicato da Costa&Nolan, la parte dedicata alla morte del giornalista de l’Unità Mauro Brutto, ucciso da un’auto pirata nel novembre del 1978, riporta indirettamente al traffico d’armi su cui si era fiondato Calabresi. Il giornalista dell’Unità infatti nei suoi documentati articoli aveva rilanciato le tesi del commissario sui legami tra i boss internazionali del contrabbando e le organizzazioni eversive fasciste, attraverso cui si era risaliti ad individuare a Lugano, nel Canton Ticino, “la centrale che smista le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente”.

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da  Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato. L'Arma, i piduisti, i golpisti, i brigatisti, le coperture eccellenti, gli anni di piombo nel racconto del generale Nicolò Bozzo, 2006 Fratelli Frilli Editori