Ancora nel gennaio 1972 i dispacci di CIA e FBI (disponibili con un Freedom of Information Act) puntano l’indice su Feltrinelli, “principale agente castrista in Europa”. Ma sarebbe meglio dire che si muove da solo o in nome delle avanguardie su cui pensa di contare. Ci sono rapporti diretti con Venezuela, Bolivia, Uruguay e ai cubani le avventure nel vecchio continente interessano poco. “Hanno fatto come con in Che, l’hanno scaricato”, è la tesi un po’ forte di Giuseppe Saba, ex “luogotenente” di un uomo chiamato Osvaldo, oggi pizzaiolo in un paese del nuorese. All’inizio del 1972 Feltrinelli confida a chi lo incontra di essere costretto ad aumentare la vigilanza, a non usare più la macchina e l’aereo ma solo il treno, e in seconda classe. Dai suoi spostamenti si intuisce che sta prevalentemente tra Oberhof, la Svizzera e Milano. A Milano non si fa mai vedere […] L’unico nostro contatto è in Engadina, poco dopo il mio decimo compleanno. Ha preso camera in un alberghetto secondario. Non ho un ricordo preciso ma mi sembra che tossisse così forte da far allontanare i turisti dal tavolo. Psicosi tubercolosi. Sta male in queste settimane, lo ricordano in molti (“era smagrito, fumava troppo”) […] Due gappisti non casuali, mai identificati, per dare l’idea: Günter e Gallo, stesso quartiere. Gallo ci ha abitato fino a pochi anni fa. Günter no. È morto nel 1977. Il soprannome glielo aveva dato Giangiacomo, c’entra con Günter Grass per un’assonanza con i cognome. Classe 1927, conta il fatto che a diciassette anni vede cadere in Val d’Ossola Filippo Beltrami che copre la ritirata della sua formazione partigiana. Muoiono in dodici, cade anche uno dei fratelli Pajetta. Beltrami, ferito alle gambe e attaccato alla mitraglia, prima del colpo finale si volta verso di lui per dirgli di scappare. Del seguito, la biografia di Günter non dice molto se non che le cose gli vanno male. Il ragazzo spende troppo presto quello che guadagna. Alla fine dei Sessanta è in giro nei bar di quartiere, gomito a gomito con i tipi della malavita (René Vallanzasca) e i gruppuscoli della sinistra radicale. Ufficialmente fa piccoli lavori da idraulico ed elettricista e anche il venditore ambulante. Quando entra nel giro dei GAP, si offre come tuttofare di fiducia del capo […]Günter, oltre che con relè e rubinetteria, si arrangia con i congegni per gli esplosivi. Gallo è più giovane di Günter. È nato dopo la Resistenza, nel 1972 ha venticinque anni. Avviato a una vita da impiegato, ancora oggi lavora in ufficio, non diresti mai che ha girato il mondo, eppure lo ha fatto. Il primo viaggio è del 1971, in nave verso il Sudamerica […] Argentina, poi Cile e Bolivia. A Santiago riesce a stringere la mano a Salvador Allende, durante l’inaugurazione dell’anno accademico. Vive con una famiglia di contadini nella zona di Cochabamba. Nessun abbocco con gente del MIR o dell’ELN. Torna in Italia dopo sei mesi , nell’ottobre ’71 […] Si accorge di facce nuove al bar: un sardo e un altro che parla in genovese. Sono i due che una era, nel novembre del ’71, lo portano da Osvaldo. Osvaldo è un tipo spontaneo, veste roba semplice. Solo dopo qualche settimana Gallo capisce che Osvaldo non è semplicemente Osvaldo, ha un moto di sorpresa: “Perché ti esponi così?”. “Voglio essere il primo tra i primi ma anche l’ultimo degli ultimi”. Un’altra volta se ne esce con un “faccio tutto questo per mio figlio”. L’enormità della frase mi fa ancora piacere. A Gallo invece non piacque, la lotta rivoluzionaria non contempla affetti privati. Intorno al 24 febbraio Giangiacomo è a Oberhof. A polmoni sta meglio, per alzare la pressione mangia sale, per il mal di fegato beve acqua calda. Robert Amhof, il suo avvocato di Vienna, lo vede per un pomeriggio e lo trova “normale”. Parlano di alcune divisioni da fare per le proprietà austriache e di altri fatti amministrativi. “Poi abbiamo fatto quattro passi nel bosco” (da “Abc”, 7.4.1972). “Era preoccupato. ‘Sa avvocato’ mi disse, ‘ogni volta che volto le spalle al bosco ho l’impressione che qualcuno mi possa sparare. Sbrighiamolo in fretta questo affare. Ho paura che non vivrò ancora a lungo’”. Il 27 febbraio Giangiacomo lascia Oberhof […] Il 4 marzo vede qualcuno alla Casa del popolo di Lugano […] Il giorno 7 Giangiacomo entra in Italia su un treno via Ponte Chiasso, mescolato a un gruppo di pendolari. Milano gli conferma che il clima è molto teso. Quattro giorni prima le BR hanno sequestrato per alcune ore un dirigente Sit-Siemens, interrogandolo sui progetti di ristrutturazione in fabbrica. È la loro prima azione clamorosa. Nel commento della sinistra di movimento si smarca Avanguardia Operaia che pensa a un gioco dei servizi, tace il Manifesto, esultano Potere Operaio e Lotta Continua, che vorrebbero sottolineare la saldatura tra commando e lotta armata di massa. L’11 marzo è in programma una mobilitazione generale della sinistra extraparlamentare per impedire Almirante in piazza Castello. Si prevedono scontri e polizie aggressive. L’8 e il 9 marzo ci sono appuntamenti nell’hinterland. Sette in tutto. Osvaldo manda Gallo e “Bruno”, un giovane operaio della Marelli, a misurare la distanza tra i piloni di un traliccio nella campagna vicino a Lecco. I due eseguono correttamente. Il 9 Osvaldo incontra Scalzone per parlare dell’11. ricordo di Scalzone: “Mi chiese se, a mio parere, il movimento avrebbe potuto accettare il fatto che lui e alcuni suoi compagni venissero alla manifestazione armati, con compiti di eventuale autodifesa. Fu la prima volta che sentii l’espressione ‘gruppi di fuoco’”. Scalzone replicò aprendo cento parentesi: al momento la cosa non è politicamente sostenibile. Forse Osvaldo ci rimase male. Ancora Scalzone (da “Frigidaire”, ottobre 1988): “Per l’ennesima volta, ricorse a un’immagine che gli era cara: noi extraparlamentari eravamo come della palline da ping-pong, che danzano in aria sostenuti dagli zampilli di una fontana. I getti d’acqua erano le lotte sociali; quando inevitabilmente, poiché la lotta è ciclica, queste si fossero affievolite, noi saremmo ricaduti”. La manifestazione dell’11 registra intensi scontri tra piazza e polizia. In via Verdi, a fianco della Scala, muore un pensionato che passa per caso, lacrimogeno altezza-uomo dei celerini. Osvaldo ha radunato i suoi in un villino a San Siro. Ascoltano le notizie radio e si preparano. Il 12 3 il 13 ancora incontri. Chi vede? Forse qualcuno che viene da Trento. Il 14 pomeriggio, dopo le 17, il fratello di Günter lo incrocia nella base appena fuori Milano. Sembra di buon umore. Alle 19.30 Osvaldo ha un appuntamento con Gallo e Bruno davanti al cinema Vox di via Farini. L’idea è quella di un’azione vera ma tranquilla, quasi un’esercitazione. Non c’entra la concorrenza con gli altri gruppi (“non diciamo cazzate”, dice Saba). Osvaldo ha già fatto azioni simili, mentre Gallo e Bruno arrivano davanti al Vox con tre minuti di ritardo […] Bruno non ne voleva sapere di venire, era stato Gallo a insistere. “Guarda che Osvaldo è Feltrinelli”. “Allora vengo. Se ci beccano qualcuno penserà a noi”. Bruno è euforico, aveva incontrato Osvaldo diverse volte, ma non se n’era accorto. Alle 19.35 del 14 partono con l’obbiettivo di sabotare due tralicci dell’alta tensione sulla Cassanese. Segrate. Ci vanno con un pulmino Volkswagen. Altri tre gappisti, Günter, il Praga, Lingua-di-falce, hanno obbiettivi simili sul Naviglio verso Abbiategrasso. San Vito di Ghiaggiano. Anche qui un traliccio. I bollettini meteorologici segnalano pioggia debole e intermittente fino alle 19.44 in varie zone della città. Quello che conta è che mercoledì 15, ore 13, noi aspettiamo al Caffè Bar Lugano ma non arriva nessuno. Io avrei anche fretta di tornare, alle 17 ho il torneo di minibasket. La cronaca delle ore successive è la cronaca di un altro mondo che diventa protagonista. Qui conta Twist, il cane bastardo che scodinzola frenetico davanti “a un cadavere di sesso maschile, giacente a terra, sotto un traliccio dell’alta tensione”. Sono all’incirca le 15.30. “Un mort? Ma l’è sicür? Sarà minga un barbun ch’el dormiva?” Luigi Stringhetti, proprietario di Twist, affittuario di un campo in località Cascina Nuova di Segrate, deve ripetere al comandante dei vigili del suo comune che è sicuro: lo ha visto tra i quattro piedi del traliccio, in mezzo ai sassi, supino a braccia aperte, come in croce… Alle 16 avvertono i carabinieri di Pioltello, mentre alla Centrale di Milano, in via Moscova, gli uomini sono appena montati di turno. La giornata è tranquilla, molti sono fuori per il congresso nazionale PCI al Palalido. L’assise che incorona Enrico Berlinguer si era aperta due giorni prima, con i saluti delle delegazioni straniere. Quando la stazione di Pioltello avverte la Centrale, la Centrale spedisce la gazzella più vicina: “Volpe a Volpe 63, sulla Nuova Cassanese rinvenuto…”. Alle 16.30 la situazione monta rapidissimamente, presto Stringhetti e Twist saranno i due mammiferi più fotografati d’Italia: portraits con baschetto, in bicicletta, con il cane che salta a prendere un tozzo di pane, con l’indice puntato verso il fantasma della piramide focomelica. “Non potrò mai più non notare un traliccio”, dirà lo scrittore Vassilikos. Sotto quello di Segrate, alle 16.30 di giovedì 15 marzo 1972, si raduna la truppa degli artificieri, della “politica”, della Benemerita, della “scientifica”, del Servizio Immondizie Domestiche, dei necrofori, dei giornalisti (primi quelli del Giorno), dei fotografi, dei curiosi. Nella gita fuori porta orme cancellano orme. Si accerta che il “terrorista senza nome” ha usato quindici candelotti di dinamite per preparare le cariche alla base del traliccio, ma è impossibile stabilire la potenza di quella esplosa in alto, sul longherone, a circa quattro metri d’altezza, che presumibilmente ha provocato la sua morte. Sul ciglio di una strada secondaria, a duecento metri dal bailamme, decidono di forzare il pulmino Volkswagen color sabbia con tendine gialle ai vetri posteriori. A mente fredda, verso sera, i funzionari esaminano gli indizi nei loro uffici. A Segrate hanno lasciato un gruppo elettrogeno per illuminare il traliccio e permettere ulteriori rilievi. Il buio e la nebbia tutt’intorno sembrano ancora più fondi. Il corpo è all’obitorio. È di Vincenzo Maggioni, dice la carta d’identità trovata in tasca; nato a Novi Ligure il 19.6.1926. la fototessera è di una faccia senza baffi. Nel portafoglio altre due immagini, grandi come un francobollo: giovane donna bionda che corre e primo piano di un gagno sui dieci anni. Hanno aperto il furgone. Ci sono un milione di indizi e un pacchetto di Senior Service sul cruscotto. Non so chi tra “politica” e carabinieri dice per la prima volta “è lui”. (La sera Inge rincasa presto dopo una cena in onore di Paolo Grassi, neo sovrintendente della Scala. C’è anche Roberto Olivetti, lei dice di avere “un brutto presentimento”). Mentre circa un milione di milanesi dormono, le rotative viaggiano: “Terrorista muore alle porte di Milano mentre tenta di far saltare un traliccio”. È il titolo di apertura del Corriere. Sotto, una foto scattata a distanza: all’uomo con la barba, steso tra le erbacce, sembra che manchi una gamba. Alle 7.30 del 16 mattina il commissario Calabresi si sta facendo preparare un caffè nella guardiola della portineria di via Andegari 4. Ci capita di tanto in tanto. Aspetta che Giovanni, il portiere, finisca di radersi. Poi se lo porta all’obitorio. Giovanni non si sbilancia. In realtà lo ha riconosciuto. Almeno una trentina di persone, che nulla hanno a che fare con la lotta politica clandestina, sussultano davanti alla foto di Vincenzo Maggioni sulle gazzette. I più increduli provano a disegnare un paio di baffi tra naso e bocca. Ripiegano il giornale. Chiamano o si precipitano in via Andegari […] Nessuno conosce meglio di me la morte spaventosa del 14 marzo 1972. morire per le proprie idee, la più radicale delle favole. Ma è una morte che non scatena la forza del simbolo, che sfugge a ogni calcolo, che provoca rimozione o caricatura a destra e a sinistra, inghiottita dal contatto fortuito in un orologio che costa quanto una scatola di fagioli. Maneggiare esplosivo nella notte di Segrate non è semplice, un movimento brusco, lo scotch che si buca e il perno che dal vetro tocca il fondo della cassa. Chi ha preparato i timer? Le confidenze sono discordanti. Il caso è stato archiviato come “incidente”; “ma per me la morte di Feltrinelli rimane un mistero”, sostiene ancora oggi il magistrato che ai tempi chiuse la pratica. Bruno è morto in un incidente stradale agli inizi degli anni Novanta. Gallo l’ho rintracciato la primavera scorsa, non è stato facile […] è a posto, non è della Spectre, mastica ancora oggi un ricordo terribile. Di congegni esplosivi, dice, non ne sapeva niente e, quanto alle azioni, quella fu la sua prima e ultima. Non ha partecipato ai preparativi. Aveva solo il compito di legare ai piloni una tavoletta di legno per fissare la dinamite. Osvaldo è salito in alto, ha chiesto a Bruno di venire su ad aiutarlo: la carica sul longherone di mezzo imprimerà al traliccio una forza direzionale che lo farà cadere nel senso voluto. Sabotaggio per un blackout a diciassette anni dalla Götterdammerung im Zentralkomitee, a un anno dal golpe cileno, a un mese dalle feroci elezioni politiche. A San Vito di Gaggiano, l’altro commando decora il traliccio con candele di dinamite. Non succede niente. La perizia concluderà che le cariche “mai e poi mai sarebbero esplose”. Invece a Segrate Gallo è scaraventato indietro di vari metri dallo spostamento d’aria […] intorno non vede niente, poi Bruno che corre verso la strada, la mano incollata all’orecchio. Ha perso la testa e gli è saltato un timpano. Uno è sotto shock, l’altro non sa guidare, le chiavi del furgone sono nella tuta di Osvaldo. Scappano. Prima a piedi, poi con l’autobus di linea. Non avrebbero potuto salvarlo. “Feltrinelli è stato assassinato” è l’immediata parola d’ordine da via Andegari. Perché, oltre alla disperazione a al non sapere, ci sono i primi slogan della destra: “Feltrinelli, piazza Fontana, guerriglia urbana, e ora in galera i complici!”. Seguono dieci anni di terra bruciata intorno a noi. La stampa estera accoglie il dubbio che l’editore sia stato portato in stato d’incoscienza (veleno? Colpo di karatè?) sulla Cassanese. E il sospetto di una “spaventosa messa in scena” risuona anche nella relazione di Berlinguer al XIII Congresso. In effetti, la presenza di CIA o geopolitica è molto più sottile o grossolana di quanto potrà mai ammettere Oreste Scalzone, autore con Piperno del titolo più esatto: “Un rivoluzionario è caduto” (Potere Operaio, 26 marzo). La mattina del 15, verso le 10, appena si dirada la nebbia, due gappisti vanno a Segrate e vedono un’auto ferma sulla vecchia Cassanese accanto al pulmino Volkswagen: molto prima dello Stringhetti in bicicletta con il cane Twist, qualcuno è già sotto il traliccio 71 dell’AEM. Di chi si tratta? […] L’Unità del 17 marzo 1972 offre un ritratto dal titolo esplicito: “Tragico simbolo di un fallimento”. Il quotidiano del PCI mira al bersaglio grosso: “Erede di una fortuna colossale, ebbe esperienze diverse. Dalle carceri della Bolivia all’apparizione su Vogue”. Danzano sulla questione delle quattro mogli. Ma l’indagine segreta del PCI sulla morte di Feltrinelli non accredita la tesi dell’incidente. Il 15 marzo 1972 Pietro Secchia è al suo secondo mese di clinica. Si era sentito male al ritorno dal suo viaggio in Cile, dopo una settimana con il governo democratico, nazionale, rivoluzionario e popolare. I suoi parlano di potente pozione tossica nel pasto servito in aereo. Dietro ci sarebbe la CIA. Secchia delira per un mese, ha poco da vivere, ma il 15 marzo riconosce Vincenzo Maggioni e pensa che l’abbiano ammazzato. Visti i commenti sul giornale di partito, scrive a Cossutta perché faccia riflettere il nuovo segretario generale Berlinguer: invece che copiare i rotocalchi, la sinistra dovrebbe “far conoscere a milioni di italiani, specialmente agli operai e ai lavoratori, che cosa Feltrinelli dal 1946 in poi ha fatto per lo sviluppo della cultura italiana e la conoscenza del marxismo” […] L’esplosione avvenne per un movimento brusco in cima alla trave (la tela della tasca che preme sulla calotta dell’orologio, il perno che fa contatto) oppure qualcuno preparò il timer con i minuti al posto delle ore? La risposta servirebbe a chiudere la storia, non vale a stabilire ciò che conta veramente.
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da Carlo Feltrinelli, Senior Service, 1999 Feltrinelli
