Quanto a Francesco Cossiga, da sempre sospettato di
conoscere i segreti della strage di Bologna, è il solito: onnipresente nella
politica e disponibile a parlare del 2 agosto 1980 nella sua casa romana. Qui,
a suo agio in pantaloni della tuta blu e camicia a maniche corte, aperta sulla
più tradizionale delle canottiere, dopo un preludio di chiacchiere e cortesie
si dichiara pronto a qualunque domanda. “D’altro canto c’è poco da nascondere.
Ricordo come fosse oggi che il 2 agosto mi telefonò il ministro dei Trasporti,
il socialista Rino Formica. Mi informava che dieci minuti prima era successo
qualcosa di gravissimo a Bologna. Probabilmente, disse, erano scoppiate le
bombole del gas…”. Lei invece, a
due giorni dalla strage, da presidente del Consiglio dice in Senato che
l’attentato alla stazione è di matrice fascista. Come faceva a saperlo? Chi le
aveva passato l’informazione? “Nessuno”. Si è sbilanciato così,
sull’onda delle sensazioni? O non vuole svelare chi le fornì la dritta? “La
verità è che sono cresciuto in una famiglia antifascista, dove il male non
poteva che essere fascista…”. Ma lei parlava da presidente del Consiglio,
non da privato cittadino. “Nessuno mi disse niente, ripeto. L’ipotesi che mi
fecero gli investigatori, comunque, fu che si trattasse di un trasporto di
esplosivo palestinese saltato in aria assieme a chi lo trasportava”. Sia
più preciso: chi gliel’ha comunicata, questa ipotesi? “Il giudice Angelo
Vella in Prefettura”. Fatto sta che lei, il 5 agosto 1980 partecipa a una
riunione del Consiglio interministeriale per l’informazione e la sicurezza. E
senza giri di parole invita i partecipanti a evitare rapporti diretti con i
magistrati. Non è un invito alla trasparenza. “Esortai i servizi a non avere
rapporti diretti con la magistratura perché altrimenti nessuno si sarebbe più
azzardato a passarci informazioni. Da sempre i servizi esteri hanno posto come
condizione di non parlare con i magistrati. Solo per questo chiesi il
silenzio…”. Risultato, i magistrati non hanno avuto elementi potenzialmente
utili per trovare la verità. “Potevano sempre avvalersi delle fonti di
polizia giudiziaria”. Comunque sia, il contenuto di quella riunione si è
saputo solo nel 1995, quando il CESIS lo ha trasmesso alla Commissione stragi. “Erano
atti segreti. Oggi sappiamo che quel giorno si affacciarono due tesi: la prima
era la pista libica, secondo cui i disastri di Ustica e Bologna erano dovuti
all’accordo con Malta. La seconda era la pista fascista”.
Lei ha cambiato
idea. A caldo, dopo la strage, ha dichiarato che l’attentato era opera dei
neofascisti; poi, nel 1991, ha chiesto scusa al Movimento Sociale Italiano,
sostenendo di essere stato “vittima di una subcultura di allora, secondo cui
fascismo era uguale a stragismo”. Chi, o che cosa, l’ha portata a questa
svolta? “I terroristi di sinistra. In particolare la visita che mi ha fatto
Anna Laura Braghetti, la carceriera di Aldo Moro. “Non vengo a difendere me
stessa” mi ha detto. “Sono qui a difendere quei due ragazzi, Mambro e
Fioravanti, che soltanto un cretino che non conosce il terrorismo può pensare
siano responsabili della strage di Bologna””. Sta dicendo che ha chiesto
pubblicamente scusa al MSI perché un ex terrorista, senza prove, le ha detto
che a Bologna non erano stati i fascisti? “Credo molto più ai terroristi
rossi che ai magistrati. Tra la loro serietà e quella dei magistrati, lo
scriva, c’è un abisso”. Sue opinioni, presidente. Che non spostano il
problema: ha lanciato pubbliche scuse senza avere le prove in mano. “Scusi:
ma lei li conosce i terroristi rossi?”. Il punto, ribadisco, è che un
politico dovrebbe sbilanciarsi su simili temi soltanto se ha le prove in mano. “No!
Qui parliamo dei terroristi rossi, gente che ha impugnato le armi e si è guastata
la vita!”. Questo non aggiunge credibilità; al massimo la toglie. In ogni
caso lei dopo la strage di Bologna – e dopo l’insanguinato decennio precedente
– ha detto che “il terrorismo nero ricorre essenzialmente al delitto di strage,
perché è la strage che provoca panico, allarme, reazioni emotive e impulsive…”.
Anche su questo ha cambiato idea? “Le ripeto, vengo da una famiglia
antifascista per la quale anche lo tsunami era colpa della destra”. Non è
questione di tsunami. Erano anni in cui il neofascista Nico Azzi cercava di far
saltare in aria un treno, restava ferito e veniva trovato in possesso di copie
di Lotta Continua per depistare le indagini. “Insomma: io quella frase sui
fascisti l’ho detta a caldo, senza prove. Era piuttosto un giudizio politico.
Altrimenti, avessi avuto le prove che la strage era fascista, non avrei chiesto
scusa. E comunque: sa quante volte sono stati assolti, Fioravanti e Mambro?”. Una
volta sola, presidente. In cinque gradi di giudizio. “Ma le ha lette, le
sentenze? La sentenza di condanna è qualcosa che fa vergogna alla magistratura
italiana.” Sicuramente è fragilissima quella che li ha assolti in appello.
Tant’è vero che è stata bocciata nei successivi gradi. L’ha letta? “La
verità è che a Bologna non si poteva condannare uno di destra: si doveva!”. Non è vero, presidente. Per la strage sono
stati assolti anche protagonisti della destra eversiva… “Lei ha davanti a sé
una persona che ritiene una cazzata che la magistratura sia indipendente”. Anche
avesse ragione, ciò non trasformerebbe un colpevole in innocente. “Le
ripeto: non credo alle sentenze della magistratura”. Questo è evidente. Nel
2003 ha definito la magistratura di Bologna “pavida nei confronti della
sinistra di allora”. Chiarisca come e perché. “Non mi hanno mai chiamato
come testimone”. Perché testimone? Ha appena ribadito che non sapeva
niente, che parlava senza prove. “Ma come facevano a saperlo? In verità
temevano che i palestinesi avrebbero messo una bomba, se fossi andato là a
parlare di missili…”. Le cronache dell’epoca dicono altro. Testimoniano che
le indagini sulla strage di Bologna furono la sagra dei depistaggi, delle finte
verità. Un clima in cui lei, a un certo punto, ha cominciato a dire che
Fioravanti e Mambro erano sicuramente innocenti. Su quali basi? “Dopo aver
parlato con la Braghetti mi sono letto tutte le carte”. Sono più di 500
mila pagine, quelle del processo per la strage di Bologna. “Ho letto dei
riassunti. E mi sono fatto un’idea, pur rispettando i giudici che hanno
condannato Mambro e Fioravanti”. Rispettando i giudici? Non sembra. “Li
rispetto, invece. Perché non avrebbero fatto carriera, se non avessero
condannato Mambro e Fioravanti. Poveri loro. Non posso chiedere ai magistrati
di Bologna di essere eroi, di non condannare uno di destra”. Pensa, a colpi
di sarcasmo, di rendere più credibile l’innocenza degli ex NAR? “Ma scusi,
perché avrebbero dovuto fare la strage? Hanno anche accusato Fioravanti
dell’omicidio di Piersanti Mattarella, salvo poi scoprire che era innocente.
Faceva comodo, Fioravanti…”. Con questa convinzione lei ha più volte
chiesto la revisione del processo. Ma per riaprire un processo ci vogliono
elementi concreti. Li ha? “Ho detto soltanto che auspicavo che si riaprisse
il processo di Bologna. Non ho elementi. C’è però la contraddittorietà delle
sentenze”. Certo è che Fioravanti e Mambro hanno più volte modificato il
loro alibi per il 2 agosto. Come lo spiega? “La intelligente, tra i due, è
la Mambro. Non Fioravanti”. Ovvero? Hanno modificato l’alibi per strategia?
“Mannò. Lo hanno modificato solo perché sono innocenti e perché non sono
esperti nell’arte di simulare le cose”. Nel 1995, però, Fioravanti dichiara
su Massimo Sparti fatti che dall’analisi dei magistrati si sono dimostrati non
veri. Sa chi è Massimo Sparti? “No”. È il superteste contro Fioravanti e
Mambro. Una figura chiave nelle carte che lei dice di avere letto. Comunque:
perché Fioravanti avrebbe dovuto infangare chi lo accusava, se fosse stato
innocente? “Gliel’ho già detto: una persona intelligente non fa così. Scopre
che la moglie del magistrato si concede a troppi, e gli dice: o mi assolvi o lo
racconto in giro”. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei
familiari delle vittime della strage, ha dichiarato: “Sarebbe ora che Cossiga
rendesse pubblico il motivo della grande attenzione che lo porta a
sponsorizzare i pluriomicidi Mambro e Fioravanti”. Gli risponda, se vuole. “È
la stessa ragione che mi spinge a partecipare a trasmissioni con i brigatisti
Adriana Faranda e Prospero Gallinari. Serve a riflettere su un’epoca tragica
che ho affrontato in prima persona; una fase in cui i grandi partiti non sono
stati in grado di elaborare il malessere. Da qui è nata la sovversione di
sinistra e l’eversione di destra”. Lei ha detto che Bolognesi e la sua associazione
hanno fatto dell’essere parenti delle vittime “un’indecente professione”. Qual
è la loro colpa? “Tutto quello che hanno fatto l’hanno fatto per ricevere
denari”. È un giudizio profondamente offensivo: sia per le vittime della
strage sia per i loro parenti. “Vogliono i denari, mi creda”. L’Associazione
dei familiari stampa ogni anno un manifesto. Su quello del 1995 si legge: “La
legge 801 del 1977 stabilisce che il responsabile della sicurezza del Paese è
il presidente del Consiglio dei ministri”. Lei il 2 agosto 1980 ricopriva quel
ruolo. Non si sente in colpa, per quello che è successo alla stazione? “Assolutamente
no. Sento responsabilità solo per Aldo Moro”. Non si sente responsabile
nemmeno per chi fu nominato ai vertici dei servizi segreti? Quei Grassini e
Santovito in carica il giorno della strage, poi risultati iscritti alla loggia
P2 di Gelli? Lei era ministro dell’Interno, quando furono scelti… “Vero. Ed
è anche vero che avallai quelle nomine. D’altronde avevano il consenso del
comunista Ugo Pecchioli: voleva che non le avallassi io?” Restano i suoi
rapporti con il Venerabile Gelli. Nessuno dimentica la quantità di piduisti che
c’era nel comitato che avrebbe dovuto salvare Aldo Moro. “Non sapevo neanche
cosa fosse, la P2”. Però ha scelto i suoi uomini. “Sì, erano della P2, è
vero. Vuole sapere quando ho visto Gelli?”. Certo. “Lo chiamai mentre
ero presidente del Consiglio, per chiedergli perché il Corriere della Sera mi
attaccasse con tanta violenza”. Tutto qui? “No, ci siamo visti altre
volte. È venuto anche a raccomandarmi gente di sinistra. Un personaggio ad alto
livello, per esempio. Uno che il PCI ha fatto nominare giudice costituzionale”.
Dica chi è, se è vero. “A registratore spento”. Ma perché, a suo
avviso, i piduisti si sono tanto spesi nel depistare le indagini sulla strage
di Bologna? “Per coprire i palestinesi. I responsabili dei servizi erano
piduisti, ma al tempo stesso dovevano tutelare l’accordo con i palestinesi.
Dove crede che abbia conosciuto Yasser Arafat? Nell’appartamento di
rappresentanza di Santovito”. Di certo c’è che Licio Gelli è stato
condannato per il depistaggio sulla strage di Bologna. Come lo spiega? “Lo
spiego con la verità: Gelli è stato condannato perché bisognava condannarlo”. Quindi,
secondo lei, chi ha voluto la strage di Bologna? Chi sono i mandanti? “Impossibile
rispondere. Tutto è stato pasticciato e i mandanti non si trovano più”. Così
dicendo, però, si contraddice ancora. Prima ha sostenuto che non ci sono i
mandanti, che la stazione è crollata per l’esplosione accidentale di esplosivo
in transito; ora dice che tutto è stato occultato. Qualcosa non quadra… “Non
quadra il ruolo dei magistrati; non quadra il fatto che non potevano mettersi
contro l’opinione pubblica ed assolvere i neofascisti… Alla fine oltre a
Ciavardini hanno punito Fioravanti e Mambro: persone normali, bravi ragazzi che
mi vogliono bene”.
Cronologia essenziale:
2 agosto 1980: una bomba preparata con tritolo e T4
esplode nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Il
bilancio finale dell’attentato è di 85 morti e 218 feriti.
6 agosto 1980: si svolgono i funerali nella
Basilica di San Petronio. Soltanto i famigliari di otto vittime accettano la
cerimonia di Stato.
9 settembre 1980: Valerio e Cristiano Fioravanti,
con Francesca Mambro, Stefano Soderini e Giorgio Vale uccidono Francesco
Mangiameli, leader siciliano di Terza Posizione.
13 gennaio 1981: le forze dell’ordine trovano sul
treno Milano-Taranto, in sosta alla stazione di Bologna, varie armi ed
esplosivi. Un passaggio chiave nel depistaggio “Terrore sui treni”.
5 febbraio 1981: Valerio Fioravanti viene arrestato
dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri nei pressi del canale Scaricatore,
alle porte di Padova.
17 marzo 1981: viene scoperta, nel corso di
un’inchiesta guidata da Gherardo Colombo e Giuliano Turone, una lista di 962
iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 con a capo il Venerabile Licio
Gelli.
11 aprile 1981: il delinquente comune Massimo
Sparti racconta le confidenze fattegli il 4 agosto 1980 a Roma da Valerio
Fioravanti riguardo alla strage di Bologna e alle sue responsabilità.
5 marzo 1982: Francesca Mambro viene arrestata dopo
essere rimasta ferita durante una rapina. Alessandro Caravilani, uno studente
che passa di lì per caso, viene ucciso per errore durante la sparatoria.
19 gennaio 1987: si apre il processo di primo grado
davanti alla Corte di Assise di Bologna per la strage della stazione. La
sentenza viene emessa l’11 luglio 1988. Francesca Mambro, Valerio Fioravanti,
Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo.
Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci vengono
condannati a 10 anni per depistaggio. Per banda armata vengono condannati
Valerio Fioravanti (15 anni), Francesca Mambro (12), Sergio Picciafuoco (12),
Massimiliano Fachini (12), Paolo Signorelli (12), Roberto Rinani (6), Egidio
Giuliani (13), Gilberto Cavallini (16).
25 ottobre 1989: inizia il processo di secondo
grado davanti alla Corte d’Assise di Appello di Bologna. La sentenza viene
emessa il 18 luglio 1990: tutti i
neofascisti imputati per la strage della stazione vengono assolti. Per
depistaggio sono condannati Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Per banda
armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Egidio Giuliani
e Gilberto Cavallini.
12 febbraio 1992: le Sezioni unite penali della
Corte di Cassazione emettono la sentenza di terzo grado dopo il ricorso
proposto dalle parti civili e dalla Procura generale. Viene disposto un nuovo
processo per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e
Sergio Picciafuoco per strage e banda armata. Per Licio Gelli e Francesco
Pazienza ci sarà un nuovo giudizio per calunnia aggravata, e per i vertici del
SISMI viene chiesta una nuova valutazione dell’aspetto eversivo della loro
azione depistatoria.
11 ottobre 1993: inizia il nuovo processo di
secondo grado. La sentenza viene emessa il 16 maggio 1994 dalla prima Corte di
Assise di Appello di Bologna. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio
Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo. Per depistaggio vengono
condannati Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro
Musumeci. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro,
Sergio Picciafuoco, Gilberto Cavallini e Egidio Giuliani.
23 novembre 1995: arriva la sentenza di quinto
grado, emessa dalla Corte Suprema di Cassazione – Sezioni unite penali. Valerio
Fioravanti e Francesca Mambro sono condannati all’ergastolo. Per depistaggio
vengono condannati Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10), Giuseppe
Belmonte (7 anni e 11 mesi) e Pietro Musumeci (8 anni e 5 mesi). Per banda
armata vengono condannati Valerio Fioravanti (16 anni), Francesca Mambro (15),
Gilberto Cavallini (12), Egidio Giuliani (8). Il caso di Sergio Picciafuoco
viene spostato a Firenze per essere al centro di un nuovo processo.
18 luglio 1996: la Corte di Appello di Firenze
assolve Sergio Picciafuoco.
15 aprile 1997: la Corte suprema di Cassazione
solleva definitivamente Sergio Picciafuoco da tutte le accuse.
30 gennaio 2000: Luigi Ciavardini, diciassettenne
all’epoca della strage, viene assolto dal Tribunale dei minorenni di Bologna
per la strage di Bologna e condannato a 3 anni e 6 mesi per banda armata.
9 marzo 2002: Luigi Ciavardini viene condannato a
30 anni per la strage dalla Corte di Appello di Bologna (sezione per i
minorenni), che conferma la condanna per banda armata.
17 dicembre 203: la Corte suprema di Cassazione
annulla la condanna per strage a Luigi Ciavardini.
13 dicembre 2004: la Corte di Appello di Bologna
conferma la condanna a Luigi Ciavardini.
11 aprile 2007: la seconda sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Luigi Ciavardini per la strage di Bologna.
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da Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, 2007 Rizzoli

