Che cosa mi spingeva verso l’Arma? La passione per la polizia municipale. Al Comando dei vigili urbani di Genova mi avevano spiegato che la permanenza nei carabinieri sarebbe stata un titolo di merito nel concorso [per diventare vigile urbano]. Di qui la mia richiesta con la domanda d’ammissione al corso AUC di proseguire il servizio militare di leva nell’Arma, che all’epoca era integrata nell’Esercito e non ancora equiparata a Quarta Forza Armata. Nel gennaio del 1957 lasciavo Foligno per Roma, trasferito alla Scuola ufficiali dei carabinieri, che era situata nel quartiere di Trastevere, in un vecchio palazzo di via Garibaldi […] Alla fine del corso, nell’aprile del 957, arrivò la sospirata destinazione: Sardegna, comandante del plotone mortai da 81 m/m del 9° battaglione mobile, che aveva sede alla periferia di Cagliari […] Le elezioni del 1958 avevano confermato il ruolo guida della DC e dei partiti laici. E con il conseguente arretramento dell’estrema destra missina, il partito di governo e l’esecutivo (guidato in quel momento da Amintore Fanfani) avevano una ghiotta occasione di confermare all’interno e all’esterno la propria funzione di diga anticomunista. La questione altoatesina, letta come possibile preludio di un attacco da Est, attraverso il Brennero, era senza dubbio funzionale al governo e giustificava il passaggio degli apparati militari dalla condizione di pace allo stato di guerra. Di qui, posso ipotizzare, l’importanza di ricostituire il III Corpo d’Armata con sede a Milano, con una struttura logistica in cui era presente anche una compagnia di carabinieri motociclisti. Nei piani NATO, che prevedevano una manovra in ritirata dalla linea difensiva sull’Isonzo e un ripiegamento dal Brennero, l’unità avrebbe dovuto sostenere l’urto nemico ed attestare il fronte sul fiume Ticino, da una posizione ritenuta più sicura e difendibile. Nelle zone occupate dai “cosacchi”, invece, si sarebbe scatenata una guerra non ortodossa con la Gladio, l’esercito ombra che proprio in quegli anni si consolidava con l’interrazione di depositi clandestini di armi e di esplosivi, e il reclutamento di centinaia e centinaia di uomini di provata fede atlantica, equipaggiati e istruiti in campi militari per operare dietro le linee nemiche. Un altro elemento ci può essere d’aiuto per inquadrare il periodo storico e la spinta al riarmo: la politica militare dell’epoca rimpiangeva ancora l’equazione fascista “più divisioni – le famose otto milioni di baionette - uguale più potere”. E l’ideologia portante di quelle Forze Armate, mai epurate dopo il 25 Aprile 1945, era quella di generali e ammiragli che avevano fatto carriera nelle guerre di aggressione volute da Mussolini: alcuni notoriamente fascisti, tutti dichiaratamente fedeli all’atlantismo […] A 25 anni, col grado di tenente, venni destinato a Torino […] Avrei comandato un plotone e insegnato nei corsi di “tecniche di addestramento al combattimento”, “cultura generale” e “diritto processuale penale” presso la Scuola allievi sottufficiali dei carabinieri ospitata nel Castello reale di Moncalieri, che sovrasta la zona a Sud di Torino […] In teoria l’Arma degli anni Cinquanta e Sessanta – a livello di quadri intermedi e inferiori, per le gerarchie il discorso assume connotazioni diverse – si vendeva come impermeabile alla politica e ai richiami ideologici, o a quella che oggi si definisce società civile più in generale. Nei fatti era permeabilissima alle segnalazioni dei partiti governativi e collateralismi vari, dai comitati civici di Gedda alle parrocchie, alle scuole cattoliche, alle raccomandazioni dei politici locali, che fungevano da serbatoio per la selezione e il reclutamento della truppa […] Il 7 luglio 1962 fui comandato con il mio plotone di allievi sottufficiali – che veniva impiegato in servizi d’ordine pubblico solamente in casi eccezionali – in piazza Statuto a Torino, davanti alla sede della UIL, il sindacato che aveva firmato l’accordo con la FIAT[1]. Il giorno precedente il reparto era già stato impiegato dalle 6 del mattino fino a tarda serata. Un servizio pesante per gli uomini che non aveva minimamente influito sulle decisioni del Comando di assegnare un nuovo compito. Ad informarmi era stato il capitano d’ispezione che alle mie perplessità per la visibile stanchezza dei militari, mi spiegò che la situazione d’emergenza imponeva lo spiegamento di tutti i reparti a disposizione, con l’apporto anche di “personale in congedo che opera in abito civile, molto fidato”, fu la precisazione […] Agli inizi del 1964 si pose la necessità del mio trasferimento ad un Comando di Tenenza territoriale, passaggio obbligatorio per la promozione al grado di capitano […] Da Torino, dalla caserma di via Giolitti, fui trasferito nella primavera del 1964. dovevo presentarmi a Milano, alla Tenenza Sempione […] L’inserimento nella Tenenza correva su binari di assoluta normalità. Lo straordinario si presentò in tutta la sua segretezza in una riunione alla quale presi parte per la tutela dell’ordine pubblico. Dalle prime battute le disposizioni non mi sembravano granché fuori della norma. In caso d’allarme prevedevano come di routine il presidio di edifici strategici e zone di competenza territoriale. La sorpresa montò solo quando tra i compiti prioritari che mi venivano affidati vi era l’intervento armato presso la sede RAI di Corso Sempione 27. ingenuamente obiettai: “Signor capitano, all’interno abbiamo già un nostro presidio per la sicurezza degli impianti”. Nel medesimo istante in cui concludevo la frase, lui mi guardava già di sottecchi, limitandosi ad annuire e ad elencare gli ordini del Comando generale. Qualche settimana dopo il capitano mi convocò personalmente nel suo ufficio e con finta indifferenza riprese l’argomento: “Dimentica la RAI, occupati invece delle camere di sicurezza che vi sono all’aeroporto di Linate e rendile agibili”. Da quel repentino dirottamento compresi che non mi ritenevano affidabile, anche se non ne intuivo la ragione. Il perché l’avrei saputo anni dopo, quando sarebbe scoppiato il putiferio sulle sconcertanti intromissioni politiche del generale De Lorenzo[2] con le sue velleità golpiste […] Nel luglio 1964 le misure eccezionali apparivano perfettamente inserite in un piano di difesa simulato, inviato ai comandanti delle tre divisioni carabinieri, Pastrengo (dalla quale dipendevo), Podgora e Ogaden. Ciò che lo distingueva dalla simulazione erano i dettagli, dalla cattura dei cosiddetti “enucleandi” (dirigenti comunisti, socialisti e sindacalisti) da confinare in Sardegna all’occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra e delle redazioni dell’Unità, al controllo delle sedi RAI e delle prefetture, che erano appannaggio esclusivo delle prime linee gerarchiche dell’Arma […] Il “Piano Solo”, così denominato perché affidato unicamente ai carabinieri nella sua fase iniziale, sarebbe scattato se il nascente governo di centrosinistra, cui partecipava il PSI di Pietro Nenni, avesse adottato un programma progressista. Ma il 14 luglio 1964 i socialisti ridussero le loro pretese e De Lorenzo, circondato dai suoi generali, non diede mai ordine ai mezzi corazzati di lasciare le caserme[3] […] Nella sua apparente nudità il “Piano Solo” rifletteva l’esecuzione di una modalità difensiva che in linea di principio spetta a qualunque stato democratico. Sulla sua legalità e liceità si potrà anche discutere, ma non esiste una linea di demarcazione cristallina nella pianificazione e nella strategia difensiva di un Paese. L’illegalità consiste nell’uso diverso che se ne può fare rispetto al mandato previsto. Lo stesso “Piano Sigma” ci cui si è saputo anni dopo, cioè il richiamo di civili reclutati dall’ufficio REI diretto dal colonnello Rocca, rispondeva ad una procedura di cui erano comunque a conoscenza governo e ministro della Difesa. Lo scandalo e il pericolo, anche in questo caso, derivavano dall’impiego ipotizzato da generali infedeli con la complicità o l’acquiescenza del potere politico e la regia occulta degli alleati americani […] Dell’attentato del 12 dicembre 1969 a Milano[4] non ho mai saputo più di quanto leggessi abitualmente sui giornali. Dall’ottobre precedente, infatti, si era aperto un nuovo capitolo della mia vita professionale: la Scuola di guerra di Civitavecchia, un corso accademico triennale, requisito essenziale per accedere in futuro ai quadri ufficiali di Stato maggiore […] Durante le vacanze natalizie ero temporaneamente rientrato nei ranghi del Comando della Legione di Milano da cui formalmente dipendevo. E fu in quei giorni che incontrai casualmente il commissario Calabresi, con cui avevo condiviso centinaia di ore in servizio di ordine pubblico. Ricordo che lo incontrai mentre camminavo in via Fatebenefratelli, alle spalle di via Moscova, dove ha sede la caserma dei carabinieri, distante non più di un centinaio di metri in linea d’aria dalla Questura milanese […] Fu Calabresi ad aprire il dialogo sulla morte di Pinelli […] Poi parlammo di Rolandi, il tassista che aveva riconosciuto Pietro Valpreda come l’uomo che si era recato in taxi nei pressi della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Ed è qui che Calabresi mi interruppe, osservando che le indagini le avevano fatte i carabinieri… Era vero. Il racconto del tassista era stato verbalizzato in una caserma dell’Arma. Ma nessuno è mai riuscito a capire come quel riconoscimento discutibile fosse stato accettato senza riscontri e verifiche più attente. Negli anni successivi vi furono altre indagini che però si infransero contro un elemento oggettivo: Rolandi, minato da un tumore, era morto a poca distanza di tempo e di lui non rimaneva che quel verbale. Nient’altro […] Sulla fine di Pinelli ci sono le conclusioni di un magistrato onesto e specchiato come Gerardo D’Ambrosio, che ha stabilito con tutti i distingui del caso che quella tragica fine fu una disgrazia. Questo non risolve l’addebito morale che può essere girato agli inquirenti per il prolungato ed estenuante interrogatorio del ferroviere, ma la regia della pista anarchica non è certo opera di comprimari o seconde linee. Chi depistò le indagini è noto, come è noto l’humus culturale e politico reazionario e filo-atlantico attorno al quale si costruì la strategia della tensione: commissioni parlamentari, schiere di storici, sentenze della magistratura lo hanno delineato chiaramente e io non ho nulla di interessante da aggiungere […] Di Junio Valerio Borghese sapevo ben poco. Una visione più interna della sua complessa storia politica e militare l’avrei avuta soltanto negli anni Settanta consultando un fascicolo depositato presso la Divisione Pastrengo, che ne descriveva le traversie dal giorno dell’arresto a Milano nella primavera del 1945 all’intervento del servizio segreto americano per trasferirlo a Roma, a disposizione del Comando Alleato. Un’attenzione tutt’altro che casuale. Appunti, relazioni e documenti riservati dimostravano inequivocabilmente due aspetti di politica nazionale e internazionale tra loro correlati: i contatti tra il capo della X MAS e le forze angoloamericane erano antecedenti al 25 aprile 1945; Gran Bretagna e Stati Uniti, nella prospettiva di un fronte all’ingombrante presenza comunista in Italia, avevano stabilito e privilegiato rapporti sia con in capi militari della Repubblica di Salò, sia con i comandanti del movimento partigiano antagonisti alle forze di sinistra. Esattamente come avvenne in Germania, dove il nuovo servizio segreto si raggruppò ufficiosamente attorno a Reinhard Gehlen, un alto ufficiale dello Stato maggiore della Wermacht. Il sostegno degli Alleati a Borghese fu immediato. Il processo a suo carico che si svolse a Roma nei fatti e nella sentenza si tradusse in un’autentica farsa, sebbene testimonianze e prove concorressero a comprovare le sue gravi responsabilità nell’attività antipartigiana […] Era noto che negli anni Sessanta Borghese avesse mantenuto aperti i canali con gli industriali liguri, in particolare con quelli della Riviera di Levante (nel ’44 la X MAS aveva installato il suo quartier generale a La Spezia, già sede di servizio durante i primi anni di guerra dello stesso ufficiale), che gli erano grati per aver salvato il porto di Genova da distruzione certa durante la ritirata nazista. Verità o vanteria che fosse, Borghese si era guadagnato un credito e una reputazione vox populi su cui avrebbe fatto leva per garantire coperture e pingui finanziamenti al suo nascente movimento d’estrema destra. Spulciando tra le carte avevo notato che queste notizie affioravano “indisturbate” in superficie, e tali rimanevano nelle indagini dell’Arma di Milano. Mai ho trovato traccia di una sollecitazione a un supplemento d’inchiesta, come se l’imperativo per il Comando della Divisione Pastrengo, cui spettavano le indagini, fosse quello di minimizzare sui rapporti tra l’ex comandante repubblichino e i vertici delle Forze Armate o di altri corpi separati dello Stato […] La notizia dello stupro di Franca Rame, all’epoca schierata con i gruppi della sinistra extraparlamentare, fu accolta in caserma a Milano con una singolare euforia. Gli ufficiali più alti in grado si comportavano come se avessero messo a segno un’operazione importante. Ne ho parlato per la prima volta nel 1998 a un giornalista della Repubblica, quando divenne di dominio pubblico che il giudice Guido Salvini, titolare dell’inchiesta su Piazza Fontana, aveva acquisito nuovi elementi sulla complicità di alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo nelle violenze alla moglie di Dario Fo, sequestrata in via Nirone a Milano e poi stuprata da un gruppo di neofascisti […] Nel 1972 venni destinato allo Stato Maggiore della Pastrengo e nei primi sei mesi di permanenza allo Stato Maggiore fui destinato alla lettura di documenti, informazioni, analisi, sotto la supervisione di un tenente colonnello […] Il 17 maggio 1972 [omicidio Calabresi] morì un amico, un servitore leale dello Stato, un dirigente dell’ufficio politico dotato di un’elevata capacità di analisi e mai prono al potere, marito e padre esemplare. Chi lo ha ucciso? Alle sentenze che hanno indicato nomi e contesti precisi sono sempre rimasto titubante, se non freddo. Calabresi, me lo confidò direttamente, seguiva da tempo la pista di un traffico di armi dalla Svizzera. Quell’inchiesta approdò il 21 settembre 1972 all’arresto di Gianni Nardi, un pericoloso estremista nero, il cui nome compare negli elenchi della Gladio, insieme a quelli, tra gli altri, di Gianfranco Bertoli, Enzo Dantini, Marco Morin, Mario Pistolan, Enrico Zorzi, Luigi Zorzi, Marco Zorzi, Gianni Colombo, tutti personaggi appartenenti all’eversione di destra […] Negli anni successivi, nonostante l’arresto di Nardi, ufficialmente morto a Palma di Majorca il 10 settembre 1976, e il suo coinvolgimento nell’inchiesta sull’assassinio di Calabresi, quel prezioso materiale sull’eversione neofascista finì a macerare da qualche parte[5] […] Un perito della Procura di Brescia, incaricato nell’inchiesta sulla strage di piazza della Loggia, ha riportato in luce le carte dell’archivio del Nucleo Antiterrorismo della Questura di Milano. Negli appunti ricorrono una serie di nomi noti e meno noti, comunque tutti chiacchierati, tutti coinvolti nelle principali inchieste dell’epoca e tutti in stretto collegamento con i servizi segreti. Gli appunti sono da attribuirsi a una fonte confidenziale, tal Luigi Salatino, allora detenuto nel carcere di Brescia, che in una lettera al presidente del Tribunale di Roma accennava a un traffico internazionale di armi con centro operativo a Lugano […] Resto convinto che nel 1972 rabbia e rancore, sentimenti diffusi nell’estrema sinistra, non fossero una miscela incendiaria per vendicarsi di un funzionario di polizia. All’atto pratico che cosa ne avrebbe ricavato Lotta Continua sul piano politico? Nulla. L’omicidio sarebbe stato un vuoto a perdere per l’organizzazione, che non aveva suggestioni di pratica armata, e certo in concorrenza con quei gruppuscoli che teorizzavano l’uso delle armi […] È stata fatta un’interessante verifica sui modi e sui tempi delle fonti confidenziali che gli apparati dello Stato avevano all’interno dell’estremismo di sinistra e di Lotta Continua in particolare. E qui si riceve una prima sorpresa: più ci si avvicina alla data dell’assassinio del commissario Calabresi minore è la produzione delle fonti che s’inaridiscono fino a scomparire del tutto. L’informatore denominato “Como”, di “buon’internità” a Lotta Continua, cioè vicina all’apparato dirigente, “presenta un varco informativo che va dal 14 settembre 1971 al 13 giugno 1972. Tale varco comprende l’omicidio Calabresi. Dato il clima politico-sociale nel quale si verificò l’azione omicida, non era affatto azzardato supporre una matrice eversiva di sinistra e quindi implementare l’attività delle fonti di settore” […] Il 30 marzo 2001 il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Massimo Meroni, sollecitava il SISMI, il servizio segreto militare, “affinché fornisse l’identità della fonte “Como”, quella delle altre operative nello stesso settore e precisasse se la produzione “Como” a suo tempo trasmessa fosse integrale”. Il 15 maggio il SISMI rispondeva in ordine alle questioni sollevate: 1. la fonte “Como” era deceduta da 13 anni; 2. il giudice istruttore Salvini aveva acquisito l’intera raccolta; 3. dalla cartella indice del fascicolo in esame “emergeva chiaramente che nel periodo compreso tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972 la suddetta fonte non aveva prodotto informative”. L’ultima risposta è una palese stonatura. Considerati i tempi, era mai accettabile che i servizi segreti non reagissero dinanzi all’inaridimento di una fonte piazzata all’interno della galassia della sinistra extraparlamentare? Da approfonditi rilievi sulla cartella e sulla numerazione dei fogli, gli inquirenti hanno accertato la mancanza di 26 atti e la presenza sui documenti di diverse manoscritture, il che farebbe sospettare anche diverse manomissioni e un paio di errori di registrazione […] Non è verosimile il lungo sonno di “Como”, fonte antecedentemente allertata a più riprese e attentamente seguita dai suoi gestori […] Lo stesso ufficiale dei carabinieri chiamato a tracciare un’analisi dall’insieme degli elementi raccolti ha invitato i magistrati a non trascurare l’ipotesi che l’omicidio Calabresi, eseguito e organizzato per i giudici da Leonardo Marino, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, “sia stata una sofisticata operazione del tipo di quelle che gli inglesi definiscono “derivative”, in questo caso un “derivative assassination”, vale a dire un “omicidio preso da altri”, altrettanto noto e voluto da terzi soggetti, da non escludersi in collegamento e infiltrati tra i reali autori” […] Il 31 maggio 1972 nei pressi di Peteano, in Friuli, salta in aria una FIAT 500 imbottita di tritolo. Nell’esplosione muoiono tre carabinieri, richiamati sul posto da una telefonata anonima. Reo confesso della strage è un militante di Ordine Nuovo, Vincenzo Vinciguerra. Delle indagini è investita per giurisdizione la Divisione Pastrengo, ma l’indagine registra un andamento fotocopia di quella di piazza Fontana. Il copione si ripete: invece degli anarchici la sinistra extraparlamentare, gli ambienti vicini a Lotta Continua. Le indagini sono così sviate, mentre si moltiplicano indizi, elementi di accusa e voci che riconducono la responsabilità all’estremismo nero. Soltanto una catena eterodossa di comando, che portava ad escludere dalla gestione delle indagini quegli elementi che non appartenevano al gruppo di potere che si era coagulato al vertice della Pastrengo, poteva orchestrare un inquinamento delle prove di questa portata […] Alla Pastrengo erano tangibili le alleanze e i sodalizi trasversali che trascendevano dal contesto gerarchico istituzionale, ed esistevano in virtù dell’avallo concesso dal comandante, il generale Giovambattista Palumbo, da pochi mesi insediatosi al Comando divisionale […] In retrospettiva ebbi modo di comprendere che le ricerche sul triplice omicidio di Peteano avevano avuto un livello investigativo esclusivo, accessibile a pochi e fidati ufficiali. In quel “cenacolo” si costruivano le linee guida per depistare le indagini. Contemporaneamente si blandiva con tatto e garbo l’insistenza di quegli ufficiali zelanti e invadenti intenzionali a proseguire le ricerche. L’insabbiamento delle inchieste sui gruppi neofascisti era funzionale alla selezione di un gruppo di potere che si formava attorno a criteri di fedeltà del tutto arbitrari, centrati su aree di omertà e meno che mai corrispondenti all’interesse dello Stato. A quelli che non superavano il “test” erano riservati il boicottaggio, l’ostracismo e l’emarginazione dai posti chiave, ma in modo astuto, con tutte le cautele del caso, con stile sobrio e mai compromettente, ideale per soluzioni alternative e contrarie […] Alla fine del 1973 il generale Palumbo godeva di un potere pressoché incontrastato all’interno della Divisione Pastrengo, e presso il Comando Generale il suo prestigio era invidiabile. L’unica nube che avrebbe potuto offuscare il suo orizzonte era Carlo Alberto Dalla Chiesa, investito del comando della I Brigata carabinieri di Torino […]
Dalla Chiesa aveva apertamente criticato l’onnipotenza del comandante generale De Lorenzo, reo di aver influenzato la graduatoria degli aspiranti a colonnello in favore degli ufficiali dei carabinieri provenienti dal SIFAR. una critica mai digerita dal Comando Generale, che non aspettava di meglio per mettere in riga quel figlio d’arte, intelligente e colto (due lauree), pure decorato, ma troppo irriverente per la natura autoritaria di quei generali […] Appena insediatosi Dalla Chiesa cominciò a mandare in fibrillazione l’intera macchina burocratica dipendente dal Comando divisionale di Milano, incurante del risicato gruppo di collaboratori e del limitato raggio della Brigata medesima nella gestione del personale e del settore logistico […] All’interno dello Stato Maggiore della Divisione Pastrengo ricoprivo funzioni di ufficiale di collegamento con le strutture che ne dipendevano tra cui appunto la Brigata di Torino, che dall’arrivo di Dalla Chiesa aveva preso a distinguersi con un martellamento di richieste pressanti e quotidiane […] Dalla Chiesa pretendeva di svecchiare l’Arma, di modernizzarla per superare la stagnazione in cui versava da tempo. Da tutti pretendeva collaborazione […] La formazione del Nucleo Speciale fu un’intuizione geniale per superare una catena di comando ipocondriaca, che non rifletteva i mutamenti della società. All’epoca lo spazio che intercorreva tra l’unità di base e il Comando Generale era riempito da tenenze, compagnie, gruppi, legioni, brigate e divisioni. La struttura rigidamente gerarchizzata rispondeva all’esigenza primaria del controllo territoriale ma pagava prezzi e sprechi elevatissimi per garantirsi velocità operative modeste. Dalla Chiesa, che aveva compreso anzitempo tutto questo, aveva eletto a naturale laboratorio sperimentale le Legioni carabinieri di Torino, Alessandria e Genova […] Non è un caso che l’idea del Nucleo Speciale fu afferrata dallo Stato come una sorta di ciambella di salvataggio mentre il V governo Rumor, durante il sequestro del sostituto procuratore Mario Sossi, sembrava schiacciato tra l’incudine e il martello […] Tra i primi ad aprire il fuoco di sbarramento contro Dalla Chiesa fu proprio il suo superiore diretto, il generale Palumbo. Quando si trattò di esprimere un giudizio sulla costituzione del Nucleo Speciale, il comandante della Divisione Pastrengo non andò molto per il sottile. Di suo pugno scrisse la seguente nota, in calce alla lettera del Comando Generale: “Non serve a un cazzo”.
[1] Il 7 luglio 1962, in spregio agli accordi contrattuali firmati unicamente dalla UIL, è indetto uno sciopero degli operai della FIAT. Migliaia di manifestanti si diressero dai cancelli della fabbrica torinese alla sede cittadina del sindacato, in piazza Statuto. Ne seguirono tre giorni di duro corpo a corpo tra manifestanti e polizia che provocarono il fermo di un migliaio di persone e l’arresto di un centinaio di queste. Due terzi dei fermati erano immigrati dal Meridione. La reazione degli operai mise fine alla pratica degli accordi separati tra sindacati e FIAT. Nei giorni a seguire cronisti e commentatori della stampa parlarono di prezzolati provocatori reclutati per soffiare sul fuoco e innescare incidenti con le forze dell’ordine. Se vi furono, non andavano però cercati tra quei lavoratori la cui rabbia riportò in primo piano una Torino ben diversa da quella enfaticamente descritta un anno prima per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e del raggiungimento del milionesimo abitante. La città, capitale industriale del Paese, cresciuta di quasi mezzo milione di abitanti dal secondo dopoguerra, aveva visto stravolto dall’immigrazione il suo tessuto urbano insieme con certezze, abitudini e relazioni. Per migliaia di persone il quotidiano si trasformava in una durissima lotta per l’integrazione.
[2] Nell’estate del 1964 il generale Giovanni di Lorenzo, nel decodificare le preoccupazioni del presidente della Repubblica Antonio Segni per la sterzata a sinistra del nuovo governo, orchestrò il piano Solo. Nel corso del processo a carico di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, autori degli articoli giornalistici che avevano fatto scoppiare lo scandalo, fu provato in maniera inoppugnabile che il 26 giugno 1964 De Lorenzo aveva convocato a Roma, con fonogrammi urgentissimi e cifrati, i capi delle Divisioni Pastrengo, Podgora e Ogaden per importanti comunicazioni. Il 27 mattina questi ufficiali si erano riuniti in segreto nell’ufficio del generale con i capi del SIFAR [servizio segreto militare]: erano stati impartiti ordini in attesa del giorno X ed erano state distribuite le liste delle persone da arrestare.
[3] Giovanni De Lorenzo fu capo del SIFAR dal gennaio 1952 all’ottobre 1962. Subentrava al generale Ettore Musco che nel 1947 aveva fondato l’AIL (Armata Italiana per la Libertà) una formazione diretta da militari, sostenuta economicamente e militarmente dai servizi segreti americani, incaricati di vigilare su un’eventuale insurrezione comunista. Fedele servitore dell’atlantismo, tra le sue prime iniziative vi fu quella di sottoscrivere un patto segreto elaborato dalla CIA, denominato “Demagnatize”. Tra le principali finalità il piano prevedeva la riduzione dell’influenza comunista in Italia e in Francia e dei sindacati ad essi collegati. Nell’ottobre 1962 De Lorenzo veniva promosso comandante generale dei carabinieri, mentre al SIFAR si insediava il generale Viggiani, sostituito nel 1965 dal generale Allavena, entrambi uomini a lui legati. Nel febbraio 1966 veniva promosso capo di Stato maggiore dell’Esercito, carica da cui veniva destituito e sostituito con il generale Guido Vedovato nell’aprile del 1967, dinanzi alle prove raccolte dalla commissione d’inchiesta nominata dal ministro della Difesa Tremelloni, in merito alle deviazioni del SIFAR. Il 10 giugno 1967 il vice comandante dell’Arma, Giorgio Manes, trasmise al comandante generale Carlo Ciglieri la relazione sulla fuga di notizie avvenuta all’interno dell’Arma in relazione ai fatti denunciati dalla rivista l’Espresso. Manes scrisse: “Interferenze notate nel corso delle indagini. Non tutti gli ufficiali interrogati sono stati veritieri, come se fossero destinatari di pressioni… Alcune circostanze emerse: l’intervento di elementi del SIFAR che avevano provveduto a consegnare a comandi dell’Arma liste da compilare di persone da arrestare; e che tutto ciò era avvenuto all’insaputa degli organi di pubblica sicurezza, responsabili per legge dell’ordine pubblico”. Nei suoi diari, resi pubblici nel 1991, Manes descrisse il primo esempio di applicazione sul campo delle teorie della “guerra non ortodossa”: attentati, bombe, infiltrati, doppiogiochisti, fascisti e neonazisti assoldati dai servizi segreti per contrastare il terrorismo altoatesino. La lealtà di Manes fu ripagata con il più classico dei benserviti: rimosso da vice comandante dei carabinieri, fu sostituito con il generale Giovanni Celi, ex comandante della Divisione Ogaden e uomo di fiducia di De Lorenzo.
[4] Il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano alle 16.37 un ordigno composto da sette chili di tritolo esplode nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Il bilancio è di 17 morti e 88 feriti. A Roma, alle 16.45 una bomba esplode in un corridoio sotterraneo della sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Babila. 13 impiegati dell’istituto rimangono feriti, uno dei quali gravemente. Sempre a Roma, alle 17.16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, sul lato che si affaccia sui Fori Imperiali: nessuna vittima. Alle 17.24 un’altra esplosione, sempre sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, questa volta dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli: nessuna vittima. A Milano, ad un’ora imprecisata, un impiegato della Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala trova una borsa nera e la consegna alla direzione. La borsa contiene un’altra bomba che non esplode per un difetto di funzionamento del timer del congegno d’innesco. Alle 21.30 l’ordigno viene fatto esplodere dagli artificieri della polizia. Distruggendo quella bomba vengono cancellati eventuali indizi fondamentali. La polizia e la Divisione affari riservati del ministero dell’Interno retta dal questore Elvio Catenacci indirizzano strumentalmente le indagini contro gli anarchici. Con rapidità la macchina poliziesca si mise in moto con lucida precisione: Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico, venne trattenuto e interrogato per tre giorni in Questura, fino al tragico volo dal quarto piano di via Fatebenefratelli. La versione ufficiale parlò di suicidio. Lotta Continua sostenne invece la tesi dell’omicidio e da quel momento condusse una violenta campagna di stampa contro il commissario Calabresi, accusato di essere responsabile della morte di Pinelli. I quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Savino Lograno, presenti nella stanza dell’interrogatorio, furono indagati per omicidio colposo e in seguito per omicidio volontario. L’inchiesta della magistratura escluse l’omicidio, ma confermò che Pinelli fu vittima di “un arresto abusivo e violento”. Il giorno successivo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, avvenne il colpo di scena: forti della testimonianza del tassista Rolandi, gli inquirenti arrestavano Pietro Valpreda, anarchico ex ballerino appartenente al gruppo 22 Marzo, col sospetto di essere l’esecutore materiale della strage. Dopo tre anni di carcere Valpreda fu assolto già in primo grado di giudizio per insufficienza di prove.
Il 3 maggio 2005 la seconda sezione della Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in primo grado per la strage di piazza Fontana. Inoltre la Cassazione ha condannato le parti civili, tra le quali i familiari delle vittime, le Province di Milano e Lodi e il Comune di Milano, al pagamento delle spese processuali.
[5] L’Arma dei carabinieri ha inviato alle Procure della Repubblica di Milano e Brescia, tra la fine del 2000 e l’agosto del 2001 una voluminosa documentazione che ridisegna le responsabilità di personaggi vicini e contigui agli ambienti neofascisti nella strategia della tensione. Si tratta di un’indagine seguita dal maggiore Massimo Giraudo che riporta l’attenzione su personaggi ed episodi cui si era attribuito scarsa o nulla rilevanza in passato. Ad esempio, tra le testimonianze si cita quella di un confidente che nel 1974 afferma: “il commissario Calabresi si stava occupando di un traffico di armi tra la Jugoslavia e l’Italia; le armi venivano scaricate su cittadine del litorale adriatico fra le province di Rovigo e Ferrara, alle foci del Po; in questo traffico erano implicati anche esponenti fascisti, anzi più precisamente esponenti in quel tempo del MSI”. Nomi che ricorrono spesso accanto a quelli di Franco Freda e Giovanni Ventura nelle segnalazioni dell’epoca sulla cellula veneta di Ordine Nuovo, l’organizzazione di estrema destra strettamente in contatto con l’allora SID, il servizio segreto militare. Marco Sassano, giornalista e autore del libro La politica della strage, edito per i tipi della Marsilio nel 1972, riprendendo un passaggio del Bollettino di Controinformazione Democratica, scrive: “Domenica 14 maggio, tre giorni prima di cadere sotto i colpi del misterioso aggressore, Luigi Calabresi è stato visto a Trieste insieme con l’ex questore di Milano Marcello Guida, con il quale si è recato a far visita al conte Guarnieri. La domenica successiva all’indomani dei funerali del commissario, lo stesso Guida è tornato dal conte con il prefetto di Milano Libero Mazza. Del conte Guarnieri si parlò con una certa insistenza durante la lunga inchiesta sulla pista nera, senza però precisare con esattezza la natura dei suoi rapporti con i personaggi presi di mira dalle indagini. Quali motivi hanno indotto Calabresi e Guida prima, Guida e Mazza poi a recarsi a casa del conte Guarnieri? È strano che nessuno abbia fatto cenno a questo viaggio di Calabresi parlando delle sue ultime giornate di vita”. In un altro libro, Quattro storie degli anni di piombo, scritto da Pino Adriano e Giorgio Cingolani e pubblicato da Costa&Nolan, la parte dedicata alla morte del giornalista de l’Unità Mauro Brutto, ucciso da un’auto pirata nel novembre del 1978, riporta indirettamente al traffico d’armi su cui si era fiondato Calabresi. Il giornalista dell’Unità infatti nei suoi documentati articoli aveva rilanciato le tesi del commissario sui legami tra i boss internazionali del contrabbando e le organizzazioni eversive fasciste, attraverso cui si era risaliti ad individuare a Lugano, nel Canton Ticino, “la centrale che smista le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente”.
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da Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato. L'Arma, i piduisti, i golpisti, i brigatisti, le coperture eccellenti, gli anni di piombo nel racconto del generale Nicolò Bozzo, 2006 Fratelli Frilli Editori



