Il quadro di riferimento generale trova le sue
premesse nell’armistizio dell’8 settembre 1943: subito dopo l’annuncio
radiofonico registrato dal maresciallo Badoglio (“il governo italiano… ha
chiesto un armistizio al generale Eisenhower. La richiesta è stata accolta…”),
i comandi militari tedeschi mettono in atto il piano “Achse” elaborato nelle
settimane precedenti e modulato in fasi successive: l’occupazione militare del
territorio, con la neutralizzazione dei soldati del Regio esercito e il loro
trasferimento in Germania per impiegarli come manodopera al servizio del Reich,
la liberazione di Mussolini, che il governo Badoglio tiene prigioniero a Campo
Imperatore, nel massiccio del Gran Sasso; la restaurazione del fascismo, a cui
affidare il compito di mascherare il regime occupazionale con una parvenza di
governo legale. Le decisioni germaniche non sono state né facili, né prive di
contrasti: i comandanti militari, Rommel e Keitel in testa, avrebbero preferito
occupare direttamente il territorio italiano, mentre Goebbels era esitante
sull’opportunità di una mediazione politica che avrebbe permesso all’Italia di
riorganizzare un simulacro di Stato legittimo e costretto la Germania ad
assumere comunque degli obblighi nei suoi confronti; Himmler si era invece
espresso favorevolmente per la mancanza di truppe di polizia sufficienti a
governare la penisola con la sola forza. Nel confronto tra le diverse posizioni
erano prevalse le considerazioni di carattere politico, fatte proprie da
Hitler: la restaurazione del fascismo (per la quale era indispensabile la
liberazione di Mussolini, il solo in grado di garantire credibilità a un
governo provvisorio) avrebbe avuto un forte impatto emotivo sull’opinione
pubblica tedesca e contribuito al mantenimento dell’ordine interno in Italia,
assicurando copertura alle truppe germaniche impegnate a fronteggiare
l’avanzata delle armate angloamericane. Realizzata la prima fase del piano “Achse”
senza incontrare resistenze significative e occupato un Paese in pieno
disfacimento istituzionale e morale, il 12 settembre scatta l’”operazione
Eiche”, progettata dal generale Kurt Student: mentre una colonna guidata dal
maggiore Hans Mors occupa la funicolare ai piedi del Gran Sasso, un centinaio
di uomini aviotrasportati, comandati dal colonnello Otto Skorzeny, raggiungono
con gli alianti Campo Imperatore, dove liberano Mussolini senza essere
contrastati dai carabinieri di guardia e lo trasferiscono prima al campo di
Pratica di Mare, quindi a Vienna e di lì a Monaco di Baviera. La terza fase del
piano, la creazione di uno Stato fascista, risulta la più complessa. Le
modalità per definire ruoli e strutture della Repubblica di Salò vengono
concordate nei giorni successivi alla liberazione del Duce sotto la
supervisione tedesca, tra la Baviera (dove Mussolini si stabilisce) e Berlino,
in un intrecciarsi di consultazioni frenetiche, di ambizioni conflittuali tra i
gerarchi, di ricerche affannose di funzionari disponibili. I problemi da
affrontare sono di diverso genere. In primo luogo, si tratta di definire il
carattere, gli ambiti e i tempi della nuova formazione statale, che deve
concordemente nascere in contrapposizione al passato e alla monarchia “traditrice”,
ma che Hitler intende a sovranità limitata, come una struttura amministrativa
italiana al servizio tedesco, mentre Mussolini vuole che gli siano assicurati
margini significativi di autonomia. In secondo luogo va definita la questione
delle forze armate che i tedeschi vogliono circoscrivere alla formazione di
reparti di Milizia per la tutela dell’ordine interno, mentre il Duce aspira
alla ricostituzione di un vero esercito da schierare al fronte a fianco della
Wehrmacht. Infine il fascismo deve trovare la classe dirigente del nuovo Stato,
attingendo tra i pochi ex funzionari regi disposti a correre i rischi
dell’avventura e tra i quadri del regime dispersi dopo il 25 luglio. Di fronte
a questi nodi complessi, Mussolini e i gerarchi che si ritrovano in Germania
denunciano i limiti della propria condizione. Il Duce, che in poche ore è
passato dalla prigionia e dall’isolamento alla prospettiva di tornare alla
guida di uno Stato, ignora l’effettiva situazione nella penisola e il destino
dei reparti italiani dopo l’8 settembre: alternando stanchezza e velleità, il
suo procedere oscilla tra il progetto ambizioso di rifondare il fascismo “dal
basso” per rifondare lo Stato e quello, più modesto ma più realistico, di
restaurare lo Stato per restaurare il fascismo. Tra le due ipotesi si inserisce
la contraddizione di un’emergenza nella quale le ragioni della guerra tedesca
sono più forti delle intese politiche e subordinano i programmi alle esigenze
militari ed economiche del Reich: Mussolini discute con gli interlocutori
germanici nelle vesti di capo carismatico di un governo provvisorio, ma con
un’autorità e una legittimazione legate alle forze della Wehrmacht, che lo ha
liberato dal Gran Sasso e ha occupato il territorio di futura sovranità.
Attorno al Duce si muovono personaggi di profilo politico modesto, che il 25
luglio non hanno saputo mobilitare il partito e che ora rivendicano posti di
responsabilità: Roberto Farinacci vuole il ministero degli Interni, Alessandro
Pavolini la segreteria del partito, Giovanni Preziosi intende consumare le
proprie vendette personali contro Pavolini, Guido Buffarini Guidi (liberato
quasi contemporaneamente al Duce e partito subito per Monaco) reclama a sua
volta gli Interni; sullo sfondo rimane Galeazzo Ciano, inviso ai tedeschi e in
attesa di provvedimenti per la posizione assunta durante la drammatica riunione
del Gran Consiglio nella notte del 24/25 luglio. A queste indeterminatezze e
rivalità si contrappone il rigido controllo dei tedeschi, che partecipano
all’elaborazione dei progetti con i loro massimi dirigenti: von Ribbentrop,
Goebbels, Himmler, lo stesso Hitler si incontrano a più riprese con il Duce,
mentre l’ambasciatore a Roma, Rudolf von Rahn, si sposta dall’Italia alla
Germania per seguire l’operazione in tutti i suoi aspetti. Entro questo quadro
operativo i problemi sul tappeto restano irrisolti e la vicenda si sviluppa
senza un filo organico, spinta dalla fretta tedesca di giungere a una
conclusione rapida assai più che dal contributo italiano a determinarne i contenuti.
Mussolini stesso, di cui prima della liberazione Goebbels ha temuto il
possibile ruolo (“se il Duce si mettesse a capo di una nuova Italia fascista
dovremmo indubbiamente tenere conto anche di lui in molte cose nelle quali
possiamo ora agire senza costrizione”), si rivela debole e invecchiato,
incapace di una proposta operativa di spessore: “Dobbiamo cominciare a poco a
poco” scrive ancora Goebbels “a fare una croce su Mussolini dal punto di vista
politico. Non è più quello di un tempo e non si può contare su di lui come
fattore politico, specie perché non ha più autorità”. Le prime notizie
ufficiali vengono comunicate via radio il 15 settembre, quando la nuova agenzia
di stampa romana annuncia che “Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione
del fascismo in Italia”. Seguono vari ordini del giorno, con i quali vengono
gettate le fondamenta del nuovo corso: “La nomina di Pavolini a segretario
‘provvisorio’ del partito, che da quel momento assume il nome di Partito
Fascista Repubblicano; l’ordine a tutte le autorità militari, politiche,
amministrative e scolastiche che sono state destituite dal ‘governo della
capitolazione’ di riprendere i loro posti e le loro funzioni; l’istruzione a
tutte le organizzazioni del partito perché appoggino attivamente l’esercito
germanico, diano un’immediata assistenza morale e materiale al popolo e
riesaminino la posizione di tutti i membri del partito circa il loro contegno
al momento del colpo di stato e della capitolazione. Da ultimo viene proclamata
la ricostituzione della Milizia fascista. Con altre due ordinanze si annuncia
la nomina di Renato Ricci a comandante della Milizia e Mussolini dichiara gli
ufficiali delle forze armate liberi dal giuramento prestato al re”. Nei giorni
successivi i contorni e le ambiguità della restaurazione fascista si materializzano ulteriormente. Pavolini e
Buffarini Guidi (il quale, per le pressioni di Himmler ha ottenuto la
designazione al ministero degli Interni) vanno a Roma per ricostituire il
partito e cercare di coinvolgere i vecchi camerati nel progetto; l’ambasciatore
Rahn e il colonnello delle SS Friedrich Dollmann si adoperano a trovare
funzionari disponibili alla responsabilità della futura amministrazione
repubblicana; Ricci riapre il reclutamento nella Milizia. I risultati sono però
scoraggianti perché l’atmosfera di Roma è di diffidente apatia, mentre il resto
d’Italia è ancora sotto il trauma dell’armistizio e del disarmo (“lamentevoli
incertezze e incoerenze degli elementi fascisti” telegrafa Rahn a Berlino. “Molti
seguaci del Duce presi in considerazione per posti ministeriali sono ancora
esitanti”), ma la macchina è ormai avviata e non c’è più tempo per valutarne il
percorso: l’immediata proclamazione del nuovo governo fascista repubblicano
diventa, anzi, il mezzo per sollecitare i dubbiosi e far procedere
l’operazione. Il 18 settembre Mussolini pronuncia un discorso alla radio da
Monaco annunciando le linee generali del suo programma, in un intrecciarsi di
propositi guerrieri di riscatto e di riforme sociali da fascismo della prima
ora: “Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale sociale nel senso più
alto della parola, sarà cioè fascista, risalendo così alle nostre origini.
Nell’attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i
nostri postulati sono i seguenti: riprendere le armi a fianco della Germania,
del Giappone e degli altri alleati; preparare senza indugi la riorganizzazione
delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia; eliminare i
traditori, in particolare quelli che sino alle ore 21.30 del 25 luglio
militavano, talora da parecchi anni, nel Partito e sono passati nelle file del
nemico; annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro finalmente il
soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”.
Attorno a questa
base programmatica la mattina del 23 viene completata la lista dei ministri,
composta in prevalenza da elementi neofascisti e tecnici poco convinti, l’unica
personalità di prestigio è il generale Rodolfo Graziani, persuaso dall’ambasciatore
Rahn ad accettare il ministero della Difesa nazionale, un nome che evoca
memorie coloniali e che puà autorevolmente contrapporsi a quello di Badoglio.
Gli Esteri restano scoperti per mancanza di candidati: l’unico diplomatico di
rango superiore che si schieri a fianco di Mussolini, Filippo Anfuso, viene
inviato come ambasciatore a Berlino, che d’altronde rappresenta la sola sede
reale di rapporti internazionali. Alle 12.05 dello stesso giorno viene dato
l’annuncio della costituzione del nuovo governo e poco dopo Mussolini si
trasferisce da Monaco a Forlì dove ad attenderlo ci sono Rahn e il comandante
delle SS nell’Italia occupata, Karl Wolff. La sede del nuovo governo non è
stata ancora comunicata al Duce, ma i tedeschi hanno già chiarito che non sarà Roma: la città capitolina
sarebbe la capitale ovvia nella logica della restaurazione dello Stato, ma non
nella prospettiva di subalternità della nuova Italia al potere tedesco […] I
tedeschi sparpagliano il nuovo governo fascista tra i laghi del Nord (a Gargnano
del Garda la residenza del Duce nella villa Feltrinelli; a Bogliaco la
presidenza del Consiglio; a Maderno gli Interni e la segreteria del partito, a
Salò gli Esteri; a Cremona la Difesa; a Padova l’Educazione nazionale; a
Treviso l’Agricoltura; a Verona le Corporazioni e l’Economia; a Brescia la
Giustizia - nel primo periodo la Cultura popolare viene sistemata in un vecchio
treno reale fermo su un binario morto vicino a Salò). La futura Repubblica
sociale nasce così senza che ne siano definiti la natura e i rapporti con
l’amministrazione militare tedesca, tra improvvisazioni e forzature che ne
marcano pesantemente i tratti sin dall’origine: “una penosa tragicommedia”,
come l’avrebbe definita il console tedesco a Napoli, o, più analiticamente, “il
preludio a un penoso rabberciamento, con forze limitate e demoralizzate, di un
nuovo Stato, strappato dalle sue vecchie radici e in un’atmosfera di disfatta
nazionale”. Mussolini stesso ne è consapevole e il 26, in un colloquio con
Rahn, lascia trapelare il suo scetticismo: “Nonostante l’ottimismo che simula
in presenza dei colleghi, il Duce si è sentito in dovere di dirmi che la prima
impressione avuta è che l’Italia si trovi in uno stato di caos, come un ubriaco
che abbia perso completamente l’orientamento”. Che l’insediamento di
un’autorità statale italiana sia da considerarsi una misura puramente
funzionale, da incoraggiarsi e sostenere nei limiti in cui possa facilitare
l’opera di controllo dei tedeschi, è d’altra parte evidente nei provvedimenti
adottati dalla Wehrmacht dopo l’8 settembre nell’Italia occupata: mentre
Mussolini costituisce il suo governo, i comandi militari germanici procedono
infatti ad articolare il regime di occupazione nella penisola. Il 12 settembre
Kesselring, comandante delle truppe tedesche nell’Italia centromeridionale,
dirama un’ordinanza in cui dichiara “il territorio italiano dell’Italia a me
sottoposto ‘territorio di guerra’”; subordina alle sue direttive “le autorità e
le organizzazioni civili italiane”; vieta la corrispondenza privata; minaccia
giudizi sommari e fucilazioni per “gli organizzatori di scioperi, di sabotaggi
e per i franco-tiratori”; esorta alla calma e alla disciplina. L’alternanza di
ordini e di intimidazioni e gli appelli alla ripresa della normalità si ripetono
nei bandi pubblicati dai comandi periferici […] raccomandando a “ognuno di
restare al proprio posto di lavoro” […] assicurando che “nessuno deve temere
nulla se ritorna al proprio posto di lavoro e vi svolge la sua attività
abituale” […] garantendo di “mantenere le attuali razioni di viveri e le
attuali paghe” e minacciando “severe contromisure nel caso la popolazione
dovesse commettere atti ostili”. Il senso complessivo di questi bandi è
riassunto in un appello di Rommel, dal luglio precedente comandante delle
armate dislocate nel Nord Italia: “Italiani! Le forze armate germaniche hanno
occupato il territorio italiano. Esse difendono non solo il suolo italiano ma
cercano di tutelare i diritti della popolazione contro coloro che tentano di
disturbare la tranquillità e il lavoro di questo Paese. Chi dunque tenta di
disturbare la quiete e l’ordine del Paese, chi tenta di sollevare movimenti
comunisti e anarchici contro la sicurezza del popolo italiano è un nemico della
sua patria. Esso incorrerà nelle pene stabilite dalle leggi severissime del
trasgredire la legge e cerca in seguito di sollevare movimenti e ribellione
incorrerà in tutta la severità della legge militare germanica” […] Quanto a
Roma, dopo l’8 settembre vi è un’autorità italiana costituita dal comando della
Città Aperta, creato nell’agosto precedente dal governo Badoglio a seguito
della sua dichiarazione unilaterale del carattere di “città aperta” della
capitale, diretta a risparmiarle i bombardamenti alleati. Il suo responsabile,
genero del re, consente inizialmente a cooperare con gli occupanti germanici in
cambio del mantenimento di un autonomo controllo della città, ma dopo qualche
giorno le truppe del feldmaresciallo Kesselring esautorano l’autorità italiana
trasformando il comando in un organismo di collaborazione a essi completamente
subordinato. Il progetto della Germania nazista di satellizzazione economica e
politica della penisola si manifesta così sin dai primi provvedimenti iniziali
adottati nell’Italia occupata disegnano sul territorio diverse realtà
politico-amministrative il cui denominatore comune è la subalternità
all’occupazione e alle sue esigenze belliche. Di questo progetto la Repubblica
di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, come
lo stesso Mussolini riconosce, tra complicità e rassegnazione, in un colloquio
con Rahn […] Il 14 novembre 1943, due mesi dopo la costituzione convulsa della
Repubblica sociale, si riuniscono a Verona i delegati delle organizzazioni del
Partito fascista repubblicano per ascoltare il rapporto del segretario
nazionale Alessandro Pavolini: è la prima riunione generale del partito dopo la
sua ricostituzione […] In termini numerici, i delegati rappresentano circa
250.000 iscritti, un numero molto maggiore rispetto a coloro che, alla stessa
data, combattono nelle formazioni partigiane; in termini qualitativi si tratta
però di un’assemblea composita, lo spaccato di un movimento che procede senza
una linea precisa, tra inquietudini, radicalizzazioni e rivalse. Molti delegati
erano vecchi fascisti, privati dei profitti degli uffici e delle cariche in
successive epurazioni regionali, fatte dal segretario del partito in tempi
recenti. Vi erano anche dei giovani e avviliti gruppi di militanti, passati
attraverso le scuole del partito e specialmente le organizzazioni
universitarie. Fu un confuso dibattito tra generazioni, tra sopravvissuti a un
disastro, amareggiati e umiliati per il passato e incerti per un futuro ora
minacciato dalla guerra civile. La situazione aveva una sua triste ironia. I
veterani delle squadre d’azione erano stati gli agenti provocatori della guerra
civile nei mesi che avevano preceduto la marcia su Roma. Ora, nella particolare
situazione del Nord, erano a loro volta assediati, sgomenti e perplessi per
quell’atmosfera e per una realtà così estranea alla loro mentalità, che li
faceva apparire come i superstiti vinti di un movimento una volta superbo. I
lavori dell’assemblea procedono in un clima di confusione (“una bolgia vera e
propria” avrebbe commentato lo stesso Mussolini “con molte chiacchiere confuse
e poche idee chiare”), tra appelli nostalgici per il ritorno allo squadrismo
delle origini, invettive contro Ciano e i traditori del 25 luglio, propositi
contrastanti sulla struttura della nuova repubblica e progetti improvvisati di
socializzazione. La riunione, che Pavolini ha aperto con un richiamo
preoccupato al pericolo del ribellismo partigiano, si conclude con
l’approvazione frettolosa di un manifesto articolato in diciotto punti,
preventivamente predisposto dallo stesso segretario e approvato da Mussolini.
Carta programmatica dello Stato neofascista, il documento si richiama alle
premesse antiplutocratiche e socialisteggianti del primo fascismo, annunciando
una prossima assemblea costituente in cui verranno gettate le basi per una
riforma sociale “squisitamente umana e assolutamente italiana, riallacciatesi
cioè alle secolari tradizioni del nostro umanesimo e del mazzinianesimo nella
sua essenza spirituale e risolvendo in modo totale e definitivo la necessità e
le aspirazioni della classe lavoratrice”. Il momento più significativo della
riunione è costituito tuttavia dall’annuncio dell’assassinio del federale di
Ferrara Iginio Ghisellini (attribuito agli antifascisti e in realtà perpetrato
dai suoi stessi camerati per contrasti interni). Alla notizia i delegati
reagiscono infiammandosi di rabbia e rivendicando un’immediata spedizione
punitiva: squadre d’azione partono subito da Verona e da Padova dirette in
Romagna e a Ferrara massacrano diciassette antifascisti, segnando una svolta
decisiva nell’atteggiamento della Repubblica di Salò verso gli oppositori. Se
nelle settimane immediatamente successive all’armistizio ci sono state spinte
alla conciliazione ampiamente propagandate dalla stampa, la spedizione punitiva
di Ferrara chiude ogni prospettiva agli accordi […] Il terreno della guerra
civile è l’unico in grado di garantire un denominatore comune a gruppi privi di
coesione e di controllo: la mancanza di prestigio da parte del potere centrale,
che del regime di Salò costituisce il tratto essenziale, crea inevitabilmente
un clima di rivalità personali e di intrighi che contrappongono l’uno all’altro
Pavolini, Graziani, Buffarini Guidi, Ricci […] In questo quadro l’esaltazione
dell’aggressività in funzione antipartigiana, contro i nemici e contro i
traditori, soddisfa all’esigenza di un fronte comune sul quale tutte le anime
del risorto fascismo possono convergere […] Nella coscienza popolare la
costituzione dello Stato di Salò viene percepita in forma contraddittoria. Dopo
l’emergenza dell’armistizio, quando l’occupazione germanica e la continuazione
della guerra si sono trasformate in dati permanenti e l’effervescenza morale
dei primi giorni è sfumata, la ricostituzione di un’autorità statale nel Nord
ha rappresentato una forma di garanzia. Per i dubbiosi, per gli attendisti, per
i timorosi, per la “zona grigia” che non vuole impegnarsi in prima persona e
preferisce astenersi da una scelta di campo radicale, il ristabilirsi di un
riferimento istituzionale costituisce un elemento di rassicurazione e un alibi
di apparente neutralità. Se è vero che la Repubblica sociale si presenta in
termini di rottura con lo Stato monarchico tradizionale, è altrettanto vero che
i prefetti, i carabinieri, i funzionari rappresentano comunque la continuità di
un apparato statale, di un’autorità costituita cui delegare l’organizzazione
della vita collettiva […] Il processo di consenso non procede da un’adesione
psicologica: dopo vent’anni di capillare spoliticizzazione, perseguita dietro
l’apparente mobilitazione di regime, non è pensabile ripoliticizzare a proprio
vantaggio grandi masse di popolo in una situazione di disperata emergenza, la
quale aveva ingigantito la profonda e diffusa stanchezza provocata dalla
guerra. L’accettazione di Salò risponde più semplicemente a un’elementare
esigenza di garanzia istituzionale […] In contrasto con questo elemento di
consenso ci sono tuttavia i dubbi che circondano il riproporsi dei fascisti in
quanto tali, i timori per il conseguente protrarsi dell’impegno militare, le
riserve suscitate da atteggiamenti di esibizione della forza che contraddicono
il bisogno di normalità da cui la RSI può trarre legittimazione. Tra gli stessi
quadri del regime non c’è unanimità nell’aderire al nuovo partito […] Ad
iscriversi al nuovo partito sono elementi compositi, molti dei quali trovano
una motivazione comune nell’ansia di sfruttare l’occasione di rivincita offerta
dall’occupazione militare tedesca […] Le motivazioni psicologiche, prima ancora
che politiche, determinano atteggiamenti di rottura e di contrapposizione con
quanto rappresenta il “passato” e il “tradimento” e da qui discende immediata
la dimensione di guerra civile entro la quale i fascisti di Salò operano […] La
contraddittorietà dell’immagine della Repubblica sociale e la mancanza di
autonomia rispetto alle forze d’occupazione germaniche si intrecciano con le
debolezze interne nel nuovo apparato statale. La questione nella quale questi
limiti traspaiono più evidenti è la ricostituzione di una forza armata […] Sin
dall’inizio si contrappongono due opposte prospettive: le forze armate della
repubblica sono milizie di partito o esercito nazionale? Sono formazioni
volontarie o forze armate di leva fondate sulla coscrizione obbligatoria?
Inizialmente Mussolini sembra propendere per un apparato di forza fondato
sull’adesione volontaria al fascismo […] Il Consiglio dei ministri affida a
Renato Ricci, il più deciso sostenitore del carattere politico del nuovo
esercito, il compito di costituire la Milizia volontaria per la difesa
nazionale, intesa come nucleo centrale delle forze armate di Salò.
A questa
tesi si oppone il maresciallo Graziani, il quale intende costituire un esercito
a base nazionale, apolitico, del quale dovrebbero far parte, oltre alla Milizia,
un numero limitato di divisioni da reclutare parte su base volontaria tra i
militari catturati e internati in Germania dopo l’8 settembre, parte con una
regolare chiamata alle armi delle classi 1923-4-5. La Milizia risponde
all’obiettivo di disporre di una forza armata politicamente affidabile da
impiegare nei servizi di sicurezza e di polizia per sgravare le truppe della
Wehrmacht dall’onere di mantenere l’ordine interno; l’esercito di Graziani
risponde invece all’ambizione di riacquistare un ruolo militare nell’alleanza e
di riscattare agli occhi dei tedeschi il tradimento del maresciallo Badoglio.
Le argomentazioni di Graziani seducono il Duce ma si scontrano con la freddezza
delle autorità militari germaniche, scettiche sia sulla reale combattività di uomini
reclutati fra le cosiddette “Badogliotruppen”, sia sull’affidabilità di
un’Italia nuovamente dotata di una forza armata, sia sulle interferenze che
questi reparti potrebbero avere nella conduzione delle operazioni […] Il
risultato di queste prospettive divergenti è una mediazione confusa che porta
alla dispersione delle forze in una molteplicità di apparati non coordinati tra
di loro. La Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) di Renato Ricci è la prima
forza ad essere organizzata e nasce nel novembre 1943 dall’aggregazione di tre
diverse componenti, la risorta Milizia, i carabinieri e la polizia dell’Africa
Orientale. Quest’ultima è la componente numericamente più modesta di stanza a
Roma, che non avrà mai impiego al di fuori della capitale; i carabinieri
rappresentano il nucleo militarmente meglio strutturato; i legionari volontari
infine sono più numerosi […] Complessivamente la GNR conta circa 140.000
effettivi; ad essi vengono assegnati compiti di polizia che vanno dalle
indagini sui reati politici alle operazioni militari antiguerriglia, affidate
alla sovrintendenza dei comandi tedeschi
[…] Un decreto del 30 giugno 1944 stabilisce che la struttura politico-militare
del Partito si trasformi in organismo di tipo prettamente militare e
costituisca il Corpo ausiliario delle squadre d’azione delle Camicie nere.
Pavolini in realtà ha organizzato sin dall’autunno precedente squadre federali
di polizia contraddistinte dalla camicia nera […]
La propaganda che circonda la
fondazione e la vita delle Brigate Nere esalta l’impazienza e la brama della
battaglia contro il bolscevismo, sull’onda del ricordo delle lontane lotte del
primo dopoguerra, ne giustifica indisciplina ed eccessi in nome del furore
esuberante dell’ideale, insiste sul rifiuto di ogni inquadramento formale che
penalizzi lo slancio dei singoli. Esemplare in questo senso il caso della
Legione autonoma “Ettore Mutti” di Milano (Ettore Mutti, già segretario
nazionale del PNF, più volte medaglia d’oro e asso dell’aviazione venne ucciso
dalla polizia di Badoglio nell’agosto 1943 ed eretto perciò a martire del
fascismo), paradigmatica perché erige a proprio modello un comportamento
irregolare e violento […] L’aggressività verbale e comportamentale fa delle
Brigate Nere le formazioni più caratteristiche della Repubblica di Salò, ma non
vale a qualificarle sul piano militare: Graziani le guarda con il tradizionale
disprezzo dell’ufficiale di carriera verso le milizie politiche, i comandi
tedeschi le considerano improvvisate e inconsistenti […] Le difficoltà logistiche
e l’impreparazione fisica e tattica dei brigatisti sembrerebbero in realtà
essere prove palesi dell’impossibilità di reggere a un compito militare, ma
essi pretendono che la passione politica li sorregga comunque e che con
l’entusiasmo si sopperisca ad ogni esigenza. Ne derivano azioni sanguinose che
non sono inquadrate in un disegno tattico ma che scaturiscono
dall’esasperazione delle individualità e dall’impazienza dell’agire a qualunque
costo. Un reparto a sé è costituito dagli uomini del principe Junio Valerio
Borghese: questi, che godeva già di ampia autonomia prima del 25 luglio per il
prestigio acquistato con i suoi raid spettacolari nei porti di Alessandria e
Gibilterra, viene sorpreso dall’armistizio nella base navale di La Spezia con i
circa 1.300 effettivi della X MAS: in seguito ad accordi con l’ammiraglio
Dönitz, responsabile della marina da guerra tedesca, il principe Borghese
recluta altri 4.000 marinai per operazioni di terra, dando alle formazioni
l’antico nome di “San Marco”. Questo reparto, che costituisce a tutti gli
effetti un esercito personale gestito dal comandante senza nessun coordinamento
con le altre forze armate della RSI, esemplifica le caratteristiche proposte a
modello per la struttura militare volontaria fascista repubblicana.
L’individualismo eroico, che si richiama alle tradizioni di imprese disperate
nelle roccaforti nemiche proprie dei mezzi antisommergibili, costituisce il retroterra ideale, come spiegherà lo
stesso Borghese nel dopoguerra: “Tutti quei volontari si spogliavano di ogni
interesse terreno ed erano animati esclusivamente dall’impegno di conseguire un
contatto puramente spirituale, mettere in luce e in bellezza lo spirito di
combattività dell’italiano che sapeva morire combattendo contro il nemico”. Su
questa base ideale Borghese costruisce un modello organizzativo alternativo a
quello dell’esercito regolare. A partire dall’istituzione del rancio e della
mensa unica per ufficiale e marò per arrivare alla decisione di non concedere
altre promozioni se non quelle conquistate sul campo, ogni formalismo
burocratico è destinato ad essere abolito dando per la prima volta forma alla
ribellione e al rifiuto della prassi dell’esercito tradizionale. Lo scopo di
questo rinnovamento di stile e di rituali è quello di segnare una rottura
definitiva con l’esercito regio affinché la nuova forza armata possa
intervenire a fianco degli alleati tedeschi vergine di ogni collusione, monda
di ogni legame sostanziale o formale con le istituzione del tradimento e della
vergogna […] Militarmente guidata dal principe con fermezza e personalità,
rispettata dai comandi tedeschi per la credibilità e le relazioni personali del
comandante, la Decima MAS si dedica ad una guerra quasi privata contro i
partigiani in diverse aree del Nord Italia. Certamente essa costituisce
l’esperimento meglio riuscito di quel volontarismo indisciplinato e pittoresco
di Salò, nutrito di velleità, di illusioni e di rabbia […] C’è un ulteriore
corpo a base volontaria, i reparti delle SS italiane, inizialmente circa 9.000
uomini reclutati dai tedeschi tra i soldati italiani fatti prigionieri dopo l’8
settembre e trasferiti in Germania nei campi di internamento: si tratta di
reparti voluti da Himmler e destinati ad operare nella lotta antipartigiana
sotto la direzione tedesca senza nessun rapporto con il governo di Mussolini
[…] A differenza delle altre forze armate di Salò le SS italiane sono truppe
dotate di buon equipaggiamento e coordinate nei loro interventi dagli indirizzi
strategici dei comandi tedeschi, ma hanno scarsa motivazione e vivono con
disorientamento le modalità di impiego […] A spiegare questa proliferazione di
formazioni, di corpi, di brigate vi sono due ragioni di fondo. La prima è che
nella Repubblica sociale ciascun corpo intende la propria funzione militare
come quella di una banda, struttura irregolare, per definizione fondata sul
volontarismo e su un ideale eroico e individualista. La seconda è legata alle
lotte per il potere interne alla RSI malgovernate da un Mussolini che è ormai
ostaggio degli avvenimenti […] La subalternità del governo di Salò e la sua
mancanza di margini di autonomia sono evidenti non solo nelle difficoltà
incontrate nella creazione di reparti armati, o nella mancata difesa della
sovranità nelle zone operative della Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige,
ma soprattutto nell’incapacità di proteggere l’economia nazionale dallo
sfruttamento massiccio e le popolazioni civili dalle rappresaglie
indiscriminate. Di questa condizione di totale subalternità Mussolini e i suoi
collaboratori sono d’altra parte pienamente consapevoli, come dimostrano
concordemente tutte le testimonianze: il governo di Salò è una funzione, dove
le tradizionali rivalità tra i capi fascisti, non più controllate dal carisma
del Duce, danno luogo a sovrapposizioni e confusione anche ai livelli più bassi
dell’amministrazione e dove l’intrecciarsi di velleità e frustrazioni determina
azioni spesso sconsiderate […] Proprio da questo quadro di condizionamenti e di
fragilità deriva la responsabilità storica della Repubblica sociale. Lungi
dall’essere riscattata dalle rivendicazioni di autonomia, essa risulta infatti
aggravata per la circostanza stessa che si prestava ad offrire ai tedeschi
l’espediente di fatto e lo strumento propagandistico per attenuare le loro
responsabilità. La creazione di un governo collaborazionista offre all’esercito
di occupazione germanico l’alibi di una copertura istituzionale, garantendogli
una struttura amministrativa poco efficiente ma politicamente affidabile cui
delegare di volta in volta compiti di propaganda, di controllo, di repressione
interna, di delazione. Da questa realtà discendono inevitabilmente i contorni
di guerra civile che lo scontro assume, contrapponendo le forze resistenziali
non solo all’antagonista militare tedesco, ma anche a un apparato statale che
di quell’antagonista è emanazione e che opera in sua funzione […] Dopo
l’armistizio dell’8 settembre, con l’occupazione tedesca di due terzi della
penisola, la creazione della RSI e l’inizio della lotta partigiana, la
situazione in Italia assume connotazioni drammaticamente complesse. Sino ad
allora gli italiani hanno combattuto una guerra rovinosa che ha comportato
gravi perdite ai fronti, pesanti bombardamenti all’interno e una paurosa crisi
sociale ed economica ma che ha conservato i tratti canonici di una guerra tra
Stati, con le forze armate nazionali come protagoniste principali: dopo l’8
settembre e sino all’aprile del 1945 gli italiani vivono invece un’atmosfera in
cui la guerra di liberazione contro l’occupante si intreccia con la guerra di
classe e la guerra civile. I combattenti non hanno necessariamente la
riconoscibilità dei soldati indivisa e lo scontro armato esplode dovunque […]
Il 1943-45 è innanzitutto una stagione di guerra patriottica contro il nemico
occupante. Il tedesco rappresenta il nemico più ovvio e immediato e, almeno per
certi aspetti, il più unificante, come il movimento partigiano percepisce sin
dal primo momento: è certo di grande rilievo che nella coscienza dei resistenti
la guerra contro l’esercito germanico non abbia bisogno di legittimazioni
estrinseche che si rifacciano a criteri di legalità incarnati nelle istituzioni
del vecchio Stato. Per gli uni il tedesco è un mero invasore, per gli altri il
tradizionale nemico del Risorgimento, per altri ancora l’eterno “barbaro
teutonico”, per altri, infine, il nazista responsabile di una stagione
imperdonabile di violenza. Un’interpretazione può naturalmente sfumare
nell’altra o sovrapporvisi ma la lotta contro il tedesco assicura un denominatore
comune al movimento partigiano sul quale convergono posizioni politicamente
distanti: il militante comunista della cellula di fabbrica, l’antifascista di
formazione liberaldemocratica, l’ufficiale di provata fede monarchica trovano qui un terreno di incontro e di
impegno e la guerra assume un carattere patriottico che per molti costituisce
una scoperta […] In secondo luogo il 1943-45 è una guerra di classe,
espressione più corretta di quella tradizionale di “lotta di classe” perché lo
scontro sociale si intreccia strettamente alla guerra e in molti aspetti viene
combattuto con le armi. Gli scioperi nelle fabbriche e, più in generale, le
agitazioni dei lavoratori costituiscono un aspetto significativo
dell’esperienza resistenziale, in evidente rapporto con la lotta armata e con
accentuazioni che talora giungono all’identificazione del nemico della nazione
con il nemico di classe. La guerra di classe non è tuttavia fenomeno univoco:
si può assumere che per un proletario militante nella Resistenza l’ideale
sarebbe stato trovarsi di fronte ad un padrone che fosse anche fascista e
sfacciatamente servo dell’invasore tedesco, ma la realtà è più articolata, con
posizioni padronali che spaziano dal collaborazionismo aperto con gli
occupanti, all’apparente neutralismo, al sostegno strumentale del movimento
partigiano, all’impegno sincero e talvolta diretto nella Resistenza. A loro
volta, nelle posizioni operaie trovano spazio sia atteggiamenti semplicemente
rivendicativi, sia la memoria di antichi comportamenti eversivi, sia il mito
dell’URSS e di Stalin come liberatore degli oppressi, sia una radicata
tradizione internazionalista. In concreto, all’interno delle stesse coscienze
ed esperienze operaie, la guerra di classe talora coincide con la guerra
patriottica, talora si dissocia, in un quadro di complessità che non è
riconducibile a schematizzazioni. In terzo luogo, il 1943-45 è una lunga e
feroce guerra civile ed è questa la definizione più controversa: da parte
resistenziale essa è stata rifiutata perché presunto argomento di
legittimazione del fascismo di Salò e riassorbita in quella di “lotta di
liberazione” o “guerra patriottica”, con la liquidazione dei fascisti a puri
collaborazionisti; all’opposto i reduci della RSI l’hanno strumentalizzata per
distrarre il giudizio storico dalle ragioni ideali del conflitto dirottandolo
sul terreno della lotta in sé e per sé, e per stabilire in questo modo
un’equiparazione morale tra i contendenti. Al di là delle interpretazioni di
parte il 1943-5 è guerra civile nel senso storicamente accreditato di lotta
armata tra forze di uno stesso Paese, comunque organizzate e numericamente
significative […] Il sovrapporsi e l’intersecarsi di questi piani differenti,
che non possono essere isolati l’uno dall’altro e che spesso convivono nella
stessa coscienza dei combattenti, determinano difficili problemi interpretativi. La questione non si pone
per l’intreccio fra guerra di classe e guerra civile perché una guerra di
classe o una rivoluzione, sviluppandosi all’interno di una stessa compagine
sociale, sono sempre “anche” guerra civile in quanto suscitano inevitabilmente
la controrivoluzione. Lenin aveva talmente chiaro il nesso tra i due aspetti
che in molti scritti definisce la rivoluzione “la guerra civile del
proletariato contro la borghesia”. Il problema interpretativo sorge invece per
le correlazioni tra guerra di liberazione e guerra civile, rispetto alle quali
non solo nel caso italiano, ma nel panorama complessivo della seconda guerra
mondiale, è difficile indicare una precisa demarcazione concettuale. Nessun
dubbio sul fatto che all’origine del movimento partigiano ci sia una
prospettiva nazionalpatriottica: ma la guerra di liberazione spesso accompagna
e involge una guerra civile. Non è essa stessa una guerra civile perché è combattuta
contro un esercito straniero d’occupazione. Ma è ad essa saldamente associata
quando una potenza straniera è presente sul territorio nazionale anche o
esclusivamente in forza di una solidarietà ideologico-politica con un partito –
nel senso più ampio del termine – che nell’ambito di un Paese occupato si
oppone ad un altro. La guerra di liberazione dell’Italia occupata dai tedeschi
durante il secondo conflitto mondiale si intrecciava così a una guerra civile
perché l’esercito germanico era presente sul suolo nazionale, non solo nel
quadro di operazioni belliche che si svolgevano su un più ampio scacchiere e
perseguivano gli interessi esclusivi della Germania, ma anche come forza
solidale con i fascisti italiani della RSI in guerra con la Resistenza […] Il
vuoto istituzionale creato dall’8 settembre caratterizza il contesto in cui gli
italiani furono chiamati a scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la
vita potesse chiamarli. Il campo del possibile, ordinariamente ristretto alle
opposizioni tradizionali fra consenso e dissenso, si dilata a giro d’orizzonte
intrecciando strategie di lotta e strategie di sopravvivenza: scelta di
libertà, di opposizione, di militanza; oppure scelta di garanzia, di ordine, di
continuità; oppure ancora scelta di evasione, scelta di necessità, scelta di
rottura: il tutto entro un quadro di eccezionalità che per paradosso uguaglia
le condizioni dei singoli ed esalta le potenzialità morali e culturali di
ognuno. In questa atmosfera drammatica e convulsa si diffonde un senso profondo
di tradimento, una rabbia sorda contro i responsabili: per ragioni diverse e
talora opposte tutti si sentono traditi e tutti lanciano accuse di tradimento.
Le persone che ne sono tacciate con la massima convergenza di giudizi sono
Vittorio Emanuele III e Badoglio, che appaiono traditori ai tedeschi, ai
fascisti, a larga parte dei resistenti, ai soldati internati in Germania. Ma
l’accusa di tradimento investe tutti coloro che fanno una scelta diversa dalla
propria. Traditore è il repubblichino che solidarizza con l’occupante, che
contrasta lo sforzo per creare una nuova Italia, che si oppone alla
ricostruzione di un più profondo sistema di umana solidarietà; all’opposto,
traditore è il ribelle che volge le armi contro l’alleato di ieri, che misconosce
il sacrificio dei caduti in guerra rinnegando gli ideali della Patria e
dell’Onore, che non affronta lo scontro in campo aperto; e ancora, traditore è
chi sta nella zona grigia dell’astensione, chi non scende in campo, chi cerca
di ritagliarsi uno spazio defilato e anonimo di sopravvivenza quotidiana […]
Il
dato comune di tutte le guerre civili è l’esasperazione della violenza. Non si
tratta di un problema numerico e neppure di legittimità della violenza. Si
tratta, invece, di un’atmosfera di violenza che attraversa in profondità
l’intero corpo sociale, contagiandolo in tutte le sue componenti e portandolo
ad assuefarsi ad uno scenario di morte. Il primo elemento di una guerra civile
è infatti la rottura del monopolio statale della violenza e lo scontro fra i
contendenti per imporre su tutto il territorio il proprio monopolio,
alternativo o sostitutivo rispetto a quello dell’altra parte […] In un quadro
dove l’esercizio della forza sfugge al controllo dello Stato per trasferirsi ai
singoli individui, la soglia della violenza viene automaticamente ad elevarsi
mentre sfumano le regole entro le quali essa è ordinariamente esercitata: ogni
cittadino può trovarsi con un fucile in mano o nella necessità di imbracciarlo
perché minacciato, ognuno può diventare combattente […]
La violenza della
guerra regolare si trincera dietro l’alibi morale dell’ordine ricevuto: si
spara perché queste sono le disposizioni dei comandi, si va all’attacco perché
questo è l’ordine del capitano o del tenente. La violenza della guerra civile
entra invece nelle coscienze individuali, si parcellizza in un’infinità di
gesti singoli, spesso costringe alla scelta anche le persone più refrattarie. È
una violenza assai più coinvolgente sul piano psicologico e assai più
ravvicinata sul piano spaziale […] Il secondo elemento della guerra civile è la
non riconoscibilità del nemico. Visibili sono gli uomini in divisa, le Brigate
Nere, la X MAS, le divisioni del maresciallo Graziani; meno visibili ma
comunque individuabili sono i partigiani, armati anche se non irreggimentati.
Ma dove sono, e chi sono, le spie, gli informatori, i complici del nemico, i
traditori? Possono essere tutti e nessuno, annidarsi all’interno del proprio
reparto o della propria banda, oppure tra la popolazione più innocua dei paesi;
possono essere coloro che apparentemente non si schierano e cercano di
ritagliarsi uno spazio di anonimato in attesa di allinearsi con il vincitore;
oppure possono essere gli opportunisti senza bandiera e senza morale, pronti a
vendere le informazioni secondo convenienza […] È l’effetto “quinta colonna”
che presiede le più efferate operazioni di “limpieza” nel corso della guerra
civile spagnola, che produce la legge dei sospetti durante il Terrore, che
scatena a volte o potenzia le attitudini alla persecuzione; ancora, è
l’aggressività che ispira i rastrellamenti nazifascismi, dove l’accusa di
complicità con il ribellismo giustifica ogni genere di violenza nei confronti
dei civili; ed è la durezza che si esprime da parte resistenziale nei confronti
delle presunte spie, eliminate a volte per colpe approssimativamente stabilite
perché, come scrive un documento partigiano friulano, “l’eliminazione delle
spie è più importante degli atti di sabotaggio”. Il terzo elemento di una
guerra civile è il suo carattere totale: permane una maggioranza di individui
non schierati, che cercano di ricavarsi uno spazio di renitenza alla lotta, ma
è proprio in quest’area che le minoranze attive devono alimentare le proprie
forze […] La violenza esercitata dal movimento partigiano consiste
nell’esposizione del territorio alla repressione della controguerriglia, ma
generalmente non assume forme di costrizione diretta, se si escludono le
requisizioni di generi alimentari pagati con buoni esigibili a vittoria
ottenuta. All’opposto, le bande devono legittimarsi agli occhi della
popolazione civile in mezzo alla quale operano per poter sopravvivere e devono
reprimere coloro che eventualmente si macchiano di atti di usurpazione: il
fatto che esse ricevano dai civili la protezione necessaria a mantenersi in
armi nella clandestinità sino alla conclusione del conflitto, dimostra che il
rapporto si stabilisce su basi corrette, pur con le contraddizioni tipiche di
una situazione di emergenza. L’atteggiamento del fascismo repubblicano invece
si contraddistingue per la costrizione esercitata in primo luogo con la
chiamata alle armi, che nella condizione di precaria legittimità della guerra
civile viene avvertita come un’estrema violenza, tanto da provocare l’effetto
di alimentare le forze avverse […] In secondo luogo la violenza viene
esercitata attraverso rastrellamenti e rappresaglie contro una popolazione
considerata nemica nella sua globalità. Agli occhi dei fascisti di Salò gli
italiani sono in larga parte dei traditori, uomini che hanno riempito le piazze
nelle adunate oceaniche del Ventennio, che hanno osannato Mussolini come Duce
invitto, e che poi gli hanno voltato le spalle nel momento della difficoltà per
schierarsi con i vincitori: dunque essi sono degli uomini indegni che non meritano
né tolleranza né pietà […] Nel momento stesso in cui inizia, la guerra civile
ha un esito segnato: le armate angloamericano sono ormai saldamente stabilite
nell’Italia meridionale, l’Armata Rossa preme sui confini dell’Europa
orientale, la Germania è in arretramento su tutti i fronti. Lo scontro può
durare ancora qualche mese (come pensano i più ottimisti) o due anni (come
effettivamente accadrà), ma chi saranno i vincitori e chi i vinti è già
scritto. Di questo destino storico, molti dei fascisti che aderiscono alla RSI
sono consapevoli e da questa consapevolezza scaturisce l’esasperazione dei
comportamenti […] Nella coscienza di molti militanti della RSI il valore della
lotta si esaurisce nella lotta stessa perché non esistono prospettive credibili
di successo. Il nesso tra questa condizione psicologica e l’esasperazione della
violenza è evidente […] Il senso di isolamento, l’angoscia di una causa senza
futuro, la debolezza manifesta generano un’avversione indiscriminata verso
tutto ciò che è altro da sé. Su questo piano la violenza della RSI si incrocia
con l’altro elemento caratterizzante del periodo 1943-45 in Italia, la presenza
occupazionale detesta e gli eccidi nazisti. Di alcune stragi, in particolare
quelle compiute a ridosso del fronte, autori materiali sono i reparti tedeschi
incalzati dall’offensiva angloamericana, ma in tutti gli altri casi sono
direttamente coinvolte le formazioni armate della Repubblica sociale. La lotta
contro il movimento partigiano nelle retrovie è infatti affidata a squadre
della polizia e delle SS dipendenti dall’appoggio di unità fasciste italiane.
Tutte le azioni di controguerriglia si svolgono attorno ad un nucleo centrale
germanico che ne assume la direzione, come avrebbe dichiarato lo stesso
comandante della X MAS, il principe Junio Valerio Borghese, nel processo a suo
carico celebrato dopo la guerra: “Nella Repubblica sociale italiana il
comandante germanico Karl Wolff era responsabile delle operazioni per il
mantenimento dell’ordine pubblico. Noi, per poter impiegare i reparti in
operazioni belliche, dovevamo ottenere l’autorizzazione del comando tedesco, e
lo stesso dicasi per i rastrellamenti e le azioni antipartigiane, le quali
venivano esclusivamente ordinate dal predetto comando tedesco”. Ma a condurre le
operazioni, sotto il comando tedesco e in cooperazione con le truppe
germaniche, sono i brigatisti neri, i militi della Guardia Nazionale
Repubblicana o della X MAS, le SS italiane, i soldati delle divisioni
dipendenti dal maresciallo Graziani. In questo quadro operativo generale la
distinzione di responsabilità tra tedeschi e fascisti, che risulta complessa
persino in sede di ricerca storica, si annulla nella percezione dei
contemporanei. Per la popolazione dei territori occupati, la violenza subita
riconduce ad una responsabilità collettiva: responsabili i tedeschi,
responsabile Mussolini che ha voluto la guerra, responsabile il fascismo di
Salò alleato della Germania, responsabili i repubblichini. La brutalità della
repressione è la norma occupazionale, il clima di intimidazione e di minaccia
attraversa il Paese senza risparmiare nessuno […] Le ombre nere che
attraversano l’Italia nel 1943-45 si proiettano sul “sangue dei vinti”, che
viene sparso dopo il 25 aprile 1945. È una stagione breve e furiosa di rabbia
che coinvolge grandi città e piccoli
paesi del Centronord dove l’uscita dalla guerra e dal fascismo implica forme di
rottura drammatiche. Le due storie si rimandano l’un l’altra: il lutto e la
vendetta, la ferocia subita e la vergogna inflitta, l’umiliazione e la colpa. E
sullo sfondo una consuetudine con la morte e la sofferenza veicolata da due
anni di guerra civile. Oggi la storiografia non può più proporre un volume
sulle stragi commesse da tedeschi e fascisti nel 1943-45 fermandosi al 25
aprile, alla fuga e all’esecuzione di Mussolini, alla ritirata della Wehrmacht,
all’arrivo degli Alleati. Le guerre non finiscono con la sconfitta dei nemici:
quando i conflitti comportano occupazioni straniere e collaborazionismi interni
e assumono i tratti della guerra civile, la guerra prosegue nella pace […]
Correlare i due momenti non significa giustificare il dopo con il prima, nella
storia la successione cronologica dei fatti non serve ad assolvere e neppure,
all’opposto, a condannare. Più semplicemente, significa comprendere il contesto
nel quale i fatti si sviluppano […] La rabbia e il dolore non bastano da soli a
scatenare una reazione collettiva capace di trasformarsi nel “sangue dei
vinti”: il capro espiatorio deve materializzarsi in una o più persone identificabili
come tali, deve corrispondere a quelle che René Girare definisce “accuse
stereotipate” e deve essere l’effetto di una “selezione vittimaria”.
All’interno di “uno stato di profonda crisi del corpo sociale” quale si
manifesta alla fine del conflitto, personaggi grandi e piccoli assurgono a
paradigmi delle “ombre nere” e sono oggetto di una violenza che ha pretese di
totalità e nella quale confluiscono la disperazione rabbiosa della madre, il
dolore indignato delle vedove, il risentimento di ci è stato ostaggio, il
rancore dell’ex prigioniero che ha subito torture. Piazzale Loreto è l’emblema
sinistro della resa dei conti della primavera 1945, sia per ciò che avviene sia
per il contesto ambientale nel quale si inserisce. Poco dopo le tre di notte di
domenica 29 aprile entra in Milano insorta il camion del colonnello Walter
Audisio “Valerio” e sul selciato del piazzale, dove otto mesi prima i legionari
della “Muti” hanno fucilato quindici antifascisti lasciandoli esposti sino a
sera, scarica i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, uccisi il
pomeriggio precedente a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; accanto a loro i
corpi di Alessandro Pavolini, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma e degli altri
diciotto gerarchi fascisti fucilati a Dongo. I corpi rimangono per terra
addossato uno all’altro, nel buio di una città dove le prime avanguardie
americane sono entrate già da qualche ora ma dove la normalizzazione alleata è
ancora lontana da venire. Nulla di casuale nella scelta dell’esposizione: storicamente
l’ostentazione dei corpi dei condannati ha un valore sanzionatorio che
glorifica il vincitore e visualizza l’esito di un conflitto. Ma Mussolini è
stato fucilato in fretta e senza spettatori, in uno spazio anonimo e appartato:
se l’esecuzione ha risolto la pendenza individuale ha però lasciato irrisolta
la forma sociale della messa a morte. Dunque, esposizione del cadavere perché
tutti possano constatare che il nemico è morto davvero e che la sua stagione è
conclusa.
E nulla di casuale nella scelta del luogo là dove l’eccidio ha offeso
più profondamente la coscienza resistenziale, là, per contrappasso, avviene
l’esibizione del tirannicidio. Le premesse si coniugano bene con l’atmosfera di
Milano, una città che ha vissuto fino in fondo l’agonia della RSI, lunghi mesi
di rarefatta follia, tra l’ebbrezza di un potere effimero e il presagio della
fine. L’insurrezione è iniziata quattro giorni prima, scontri nelle strade,
spari attorno agli stabilimenti, attacchi alle caserme, negozi con le saracinesche
abbassate e tram fermi. Si sono visti camion partigiani muoversi con uomini
distesi sul cassonetto e i fucili spianati; autocarri di SS tedesche correre
come impazziti sventagliando colpi di mitraglia; automobili cariche di fascisti
cercare forsennatamente una via di scampo; pattuglie armate appostarsi agli
angoli delle vie, sui cornicioni delle case, sui tetti. E si sono visti i
morti: cadaveri sui selciati, alcuni coperti con un telo, altri abbandonati
senza riguardo, chiazze di sangue sui muri e per terra. La guerra è entrata in
tutti i quartieri e ogni milanese ne è diventato insieme spettatore e
protagonista. Il milanese dei giorni insurrezionali ha smarrito la cognizione
della normalità e vive un’emergenza in cui tutto è possibile e tutto sembra impossibile.
La notizia che Mussolini è morto e il suo corpo giace a piazzale Loreto fa il
giro dei quartieri prima che Radio Milano Libera ne informi la cittadinanza.
Appena albeggia, la gente comincia ad affluire: ci sono uomini, donne,
partigiani armati, una folla numerosa che aumenta di momento in momento, operai
e borghesi, giovani ed anziani, volti scavati dalla penuria della guerra e
corpi ben nutriti dalla speculazione del mercato nero. I primi arrivati si
assiepano attorno ai cadaveri, tra stordimento ed eccitazione, guardano con
occhi attoniti i potenti di ieri, si chinano per constatare ancor più da
vicino; chi arriva quando la piazza è già gremita sale sulle camionette ferme
per vedere meglio oppure si fa largo a spintoni per raggiungere le prime file
[…] Il picchetto partigiano che fa il servizio d’ordine attorno ai cadaveri si
sforza di mantenere la folla a distanza ma è costretto ad indietreggiare sempre
più pressato dalla calca. E in quella folla sempre più numerosa e
incontenibile, che forse senza averne piena coscienza va a fare i conti con il
proprio passato, la curiosità si converte in esasperazione. È una metamorfosi
imprevedibile, rapida, radicale. Prima sono imprecazioni che si levano dagli
animi più eccitati, insulti al Duce e alla sua amante, irrisioni
all’onnipotenza finita. Poi è la violenza sui cadaveri: chi li colpisce a
calci, chi li oltraggia con sputi e orina, chi li frusta, chi li copre di
fango. Il corpo di Mussolini è il più bersagliato, tra furore e scherno: una
signora che ha perso cinque figli uccisi da un bombardamento estrae una pistola
dalla borsetta e gli spara cinque colpi; un altro gli mette in mano un
gagliardetto fascista tronco; altri ancora uno scettro da burla; c’è persino
chi cerca di infilargli in bocca un topo morto […]
A metà mattinata il servizio
d’ordine partigiano decide di sottrarre i corpi allo scempio e di esporli alla
vista; è un’esposizione macabra ma evita che la pressione della folla diventi
travolgente. Uno dopo l’altro i cadaveri sono trascinati al vicino distributore
di benzina ed appesi al traliccio, con i piedi in aria e la testa in giù,
secondo il rituale d’infamia delle esecuzioni medievali. Seduti sul traliccio,
con i fucili ben esposti, alcuni partigiani sanzionano scenograficamente la
vittoria sul regime.
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da Gianni Oliva, L'ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, 2007 Mondadori

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