Il verdetto delle urne [elezioni regionali del 1975] è positivo [per il PSI]: 12%, quasi due punti percentuali in più rispetto al 10,4% del 1970. Definirlo un balzo in avanti sarebbe una forzatura, se si considera che le elezioni locali sono sempre state il terreno più favorevole al partito socialista; tuttavia, tanto basta per riaccendere nel PSI le più rosee speranze, complice anche il clima generale di euforia che si respira in tutta la sinistra. La straordinaria crescita del PCI, arrivato di colpo al 33,4%, a soli due punti di distanza dalla DC, calata dal 37,8% al 35,3%; la formazione di giunte rosse in tutte le più importanti città, da Milano a Torino, a Bologna, a Firenze e Napoli, antica roccaforte della conservazione; la quantità di sindaci socialisti e comunisti nei comuni grandi e piccoli della penisola danno l’impressione che l’ondata inarrestabile del rinnovamento sia destinata a sovvertire l’intero quadro politico nazionale. Lo scenario di un ricambio nella guida del paese, da trent’anni monopolio esclusivo della DC, acquista così contorni assai più concreti rispetto al quadro emerso nel 1974, dopo il successo del fronte divorzista. Adesso la somma dei voti del PCI e del PSI arriva al 45,4%, una percentuale mai raggiunta in tutta la storia della Repubblica, superiore addirittura al risultato del ’46 […] Per di più trascinare i repubblicani e i socialdemocratici in un progetto di alternativa al vecchio blocco quadripartito, guidato dalla DC, non sembra un’impresa disperata. Malgrado la chiusura ufficiale delle segreterie, in periferia i dirigenti del PRI e del PSDI si fanno coinvolgere nelle giunte rosse che, come sempre è avvenuto nel passato, potrebbero anticipare il cambiamento negli equilibri politici nazionali. In questo contesto, quel magico 51% evocato da Lombardi per dar corpo alla strategia dell’alternativa, non appare più un sogno utopico, ma una prospettiva realistica che offre ai socialisti un ruolo di gran lunga più entusiasmante rispetto a quello di mediatore o di semplice notaio di un accordo DC-PCI. Il PSI verrebbe investito del compito di fare da levatrice alla nascita di uno schieramento delle sinistre democratiche, socialiste e comuniste, che costringa la DC all’opposizione e introduca finalmente anche in Italia il meccanismo virtuoso dell’alternanza, il solo capace di ridare vitalità al sistema ormai esausto. Pur con le necessarie cautele, già all’indomani delle elezioni la parola alternativa è sulla bocca di tutti i dirigenti socialisti, De Martino compreso: anche se il ricambio non è dietro l’angolo, “perché non esiste una maggioranza di sinistra”, tuttavia la situazione italiana è così grave da richiedere “un’alternativa di carattere socialista”.
Parole ancora più nette pronuncia Nenni che difende Lombardi, attaccato direttamente da Berlinguer: “I comunisti pensano che l’alternativa sia una politica massimalista e intempestiva. Si sbagliano loro. L’alternativa è esattamente la strada obbligata. Che sciocchezza disputare sul fatto che si possa o non si possa governare con il 51%!”. L’obiettivo dell’alternativa obbliga però il PSI a “sviluppare un’azione il più possibile autonoma e non subordinata al alcuno per rafforzare l’influenza del nostro partito”, è costretto ad ammettere anche De Martino; in ogni caso, per realizzare la nuova politica “la forza del PDI deve aumentare, divenire più equilibrata nei confronti del PCI”. Parole che Nenni condivide in pieno; e non potrebbe essere altrimenti, se si considera che il vecchio leader aveva scelto di entrare al governo con la DC, proprio nella speranza di mettere fine all’egemonia dei comunisti nella sinistra […] Rassicurato dagli umori del partito, alla fine del dicembre 1975 De Martino, impaziente di arrivare a un nuovo confronto elettorale e sicuro di vincerlo dopo il successo delle regionali, firma l’atto di morte del centrosinistra. Alle proteste dei comunisti, preoccupati di un’altra tempestosa vigilia elettorale, il segretario del PSI risponde: “Perché, caro Berlinguer, ci vuoi obbligare a sostenere un governo che non ci piace e non piace neanche a te? Tu vuoi essere libero di sparare sul governo, però vuoi che il governo rimanga in vita e vuoi che siamo noi socialisti a tenerlo in piedi”. Gli avversari politici del compromesso storico, sia a sinistra sia a destra, colgono immediatamente quanto sia scomodo per il PCI questo inedito protagonismo socialista che sta trascinando il paese verso nuove elezioni. In difesa dei socialisti accusati di massimalismo dai comunisti scende Eugenio Scalfari […]
Una valanga di critiche si rovescia contro i socialisti […] Difficile negare quanto sia confusa l’identità del PSI [...] Nessun chiarimento riesce a marcare un rinnovamento del socialismo di tale portata da attirare nelle liste del PSI, alle imminenti elezioni politiche, i voti di quella “società adulta e largamente autogestita che sente l’esigenza di spostare l’asse della politica italiana verso una nuova aggregazione di forze”, come scrive Scalfari. A questi nuovi elettori “adulti” che si stanno spostando a sinistra, “senza al tempo stesso rinunciare ai connotati europei e liberali”, si rivolge il suo giornale, schierato al fianco dei socialisti in questa campagna elettorale. Dipinto da Scalfari come la forza più moderna nel panorama politico italiano, la più adatta “alla tutela degli interessi generali”, il PSI è convinto di ricavare immensi vantaggi dalla propaganda della “Repubblica”, che fin dalla sua prima apparizione ha riscosso un grande successo di pubblico […] Queste previsioni non allarmano i democristiani che, pur attenti a blandire l’ex alleato socialista “di cui è difficile disconoscere il valore essenziale” (Moro), non temono la sua concorrenza né lo riconoscono come terzo polo dello schieramento politico italiano. Per essere tale dovrebbe quanto meno avere la stessa forza di attrazione del PCI, sostiene il presidente del Consiglio Moro, per il quale votare le liste socialiste significherebbe solo disperdere suffragi in un momento cruciale per la vita dei cittadini e per la democrazia italiana, che solo la DC è in grado di garantire adesso come nel passato. Lo stesso allarme che manifesta anche Berlinguer, arrivando però alla conclusione opposta: solo la partecipazione del PCI al governo può tutelare gli italiani “dal rischio che il nostro paese possa andare a finire male, persino molto male. Questo è quello che ci manca e questo è quello che ci può salvare. Questo e solo questo ci può salvare” […] De Martino, che non può e non vuole irritare oltre misura Berlinguer, nella conferenza stampa televisiva alla vigilia del voto getta acqua sugli entusiasmi alternativisti dei suoi e ripiega sulla richiesta dell’ingresso dei comunisti nella maggioranza: “Pensiamo che sia nell’interesse del sistema democratico in Italia, in particolare nell’attuale momento, associare alla responsabilità della maggioranza governativa il PCI”. L’alternativa può essere rinviata; per il momento è più prudente rafforzarsi come terzo polo del sistema, inserendosi in una coalizione a tre che garantisca un tempo di maturazione per altri più ambiziosi progetti. D’altra parte il paese deve essere governato e la richiesta di un governo di ampia coalizione in cui ci sia la sinistra non è incoerente con la tesi dell’alternativa. Tanto più che, per realizzare un ricambio maggioranza-opposizione, va preliminarmente risolto il problema della legittimazione comunista. Il compromesso storico consente al PCI di trasformarsi da partito antisistema a partito di governo, di compiere cioè l’ultimo passo nel suo percorso di “revisionismo ideologico”, come scrive Scalfari. I socialisti sono dunque disposti ad accompagnare i comunisti in questa tappa finale che chiude per sempre la pagina di storia iniziata quando è scoppiata la guerra fredda […] Dopo tante illusioni e anche tanta confusione, non può stupire la vera e propria ondata di panico che si abbatte sul PSI il 21 giugno 1976 mentre è ancora in corso lo spoglio delle schede, così avare di voti per i socialisti. Il vicesegretario Giovanni Mosca non aspetta neppure l’esito finale degli scrutini per rassegnare pubblicamente le dimissioni […] La successiva dichiarazione di De Martino ha un tono tanto rassegnato da non riuscire a mascherare la profonda delusione: “C’è una linea di tendenza verso il bipolarismo che ha impedito il successo del PSI. La situazione si è aggravata e i fatti dimostrano che avevamo ragione quando avevamo proposto un governo senza preclusioni a sinistra” […] Un pur lieve spostamento dell’elettorato c’è stato; ma la DC ha mantenuto pressoché intatta la sua percentuale del 1972, riuscendo a recuperare la vistosa perdita alle regionali del 1975 ai danni soprattutto dell’estrema destra […] Il PCI arrivato al 34,4% mentre il PSI resta inchiodato al 9,6% del 1972. Non è solo l’esiguità del risultato ad angosciare i socialisti […] È la proporzione della crescita comunista a seminare sconforto, perché se alla fine degli anni Cinquanta il divario tra PCI e PSI era di 9 punti percentuali, adesso sono 25 i punti di vantaggio dei comunisti, un fossato incolmabile, una sorta di condanna a vita per il PSI al ruolo di partito minore, inevitabilmente subalterno, tanto più che l’ulteriore aumento dei voti comunisti palesa la capacità del PCI di attrarre nelle sue file anche i consensi di quel ceto medio progressista sul quale i socialisti avevano investito le loro speranze di riscatto […] La base socialista è in fermento; i quadri intermedi disorientati; i dirigenti non sanno più che dire e si lanciano accuse e recriminazioni gli uni contro gli altri. “Quanto sta avvenendo nel PSI ha una sua drammaticità che va rispettata”, scrive Scalfari alla vigilia del Comitato Centrale, convocato per la metà di luglio in ul albergo romano, il Midas […] Il tocco drammatico sta nel clima quasi ultimativo di questa resa dei conti interna, vissuta come se fosse in gioco la sopravvivenza stessa dei socialisti […] Nenni, De Martino, Mancini sono i responsabili della debacle del 1976 come di quella del 1968, quando il PSU è stato punito dagli elettori, con il risultato di distruggere in pochi mesi la faticosa tela della riunificazione con il PSDI, su cui Nenni aveva fondato le sue speranze di recuperare un po’ della forza perduta nel 1947 al momento della scissione. Dalla nascita della repubblica in poi, i vecchi leader hanno dilapidato l’intera eredità del socialismo italiano, senza lasciare nulla in dote alle nuove generazioni. Adesso devono farsi da parte […] L’uscita di scena del segretario De Martino è così rapida e tutta così interna al Palazzo la partita che si gioca nei quattro giorni convulsi al Midas Hotel da far parlare di una vera e propria congiura, anzi di un parricidio, perché i protagonisti del colpo di stato, Bettino Craxi, Claudio Signorile, Antonio Landolfi ed Enrico Manca, tutti intorno ai quarant’anni, sono i luogotenenti dei capi storici delle correnti che compongono il PSI, rispettivamente “figli” di Nenni, di Lombardi, di Mancini e di De Martino. Il loro improvviso arrivo sulla scena e le modalità sbrigative nell’azzeramento del vertice suscitano non poche diffidenze tra gli osservatori esterni al partito, anche perché i “congiurati” non sono personaggi molto noti al mondo dell’informazione e degli intellettuali di area socialista. Sono uomini dell’apparato e dei quadri intermedi che hanno compiuto le prime esperienze politiche nelle associazioni universitarie e nella federazione giovanile, poi nelle giunte di sinistra e di centrosinistra, o hanno ricoperto incarichi interni al partito fino ad approdare in Parlamento; tutt’altro curriculum rispetto a quello del vecchio Nenni, diventato segretaria a 35 anni nel pieno della bufera scatenata dal fascismo, o a quello di un Lombardi, cresciuto nella lotta clandestina […] “Il Manifesto” bolla Craxi col marchio infamante agli occhi dei suoi lettori di “Bettino l’americano”, ben visto da Henry Kissinger e prediletto da Indro Montanelli. Che il nuovo segretario socialista sia orientato sulla destra non è un mistero neppure per il Dipartimento di Stato americano […] Scalfari sostiene che “i socialisti hanno scelto con Craxi di puntare su una linea socialdemocratica seria che sarebbe superficiale ridicolizzare”. Tanto più che i modelli di riferimento per Craxi sono Willy Brandt e Olaf Palme assai più di Mitterrand; un orientamento che in Italia lo colloca nella scia della tradizione del socialismo riformista, da sempre fortemente radicato a Milano dove il neosegretario ha costituito una solida rete di alleanze con il sindaco Aldo Aniasi, vicino a Mancini, e con il cognato Paolo Pillitteri, che guida una frazione del PSDI. Non sono mancate le critiche, in primo luogo quelle dei lombardiani: “si parla di clientele, di patteggiamenti, di giochi di potere” […]
Non stupisce quindi l’asprezza del commento di Lombardi dopo la vittoria di Craxi al Midas: “L’elezione di Craxi è il fatto più negativo del recente comitato centrale socialista”; detto questo, il leader della sinistra socialista non appare particolarmente allarmato, perché “il nuovo segretario ha poteri estremamente limitati”. Lombardi non è il solo a dare questo giudizio, condiviso dagli altri grandi vecchi del PSI e dall’intero mondo dell’informazione che minimizzano la portata della svolta intervenuta nella vita del PSI e, soprattutto, sottovalutano i colonnelli e Craxi, appena promosso generale. Si accredita così la versione di una regia nella defenestrazione di De Martino da parte di Giacomo Mancini che ha fatto leva sui malumori dei giovani dirigenti per consumare una vendetta personale nei confronti di chi lo aveva spodestato nel 1972. del resto, all’indomani del voto, Mancini attacca la politica di De Martino che ha puntato sull’asse con il PCI, mentre la strategia vincente è quella di “un polo laico, democratico, libertario e riformista”. Una linea vicina alla destra del PSI e che va nella direzione di un ritorno al centrosinistra, tanto da accreditare le voci di un accordo tra Mancini e Andreotti […]
Malgrado le smentite di Mancini stesso, i giornali parlano di “un vero e proprio capolavoro di strategia politica” perché “Re Giacomo, come qualcuno lo ha battezzato, dietro le quinte ha manovrato per far largo ai giovani nella convinzione di poterli facilmente controllare e condizionare” […] In effetti Craxi è stato eletto da una maggioranza troppo eterogenea che difficilmente può trasformarsi in una forza compatta in suo sostegno […] Per di più da un’aggregazione così composita non ci si può aspettare un indirizzo politico nuovo e incisivo, considerando anche che il neosegretario è indebolito dalla presenza di una forte opposizione alla sua persona piuttosto che alla sua linea, tutta ancora da determinare […] I nuovi dirigenti sanno bene di essere sottoposti a un severo esame, senza possibili indulgenze, come dimostra all’indomani del Midas il Convegno sulla “questione socialista” organizzato dalla rivista teorica del PSI “Mondoperaio”. In un albergo romano, questa volta il Parco dei Principi, si riunisce il Gotha degli intellettuali socialisti, accorsi al capezzale del partito, perché – lo ha detto lo stesso Craxi appena eletto – “il PSI è molto malato. È malato nel sangue”. Sulla diagnosi sono tutti d’accordo: la leucemia che distrugge i globuli rosse nelle arterie del socialismo è la costante crescita comunista, diventata inarrestabile negli anni Settanta, grazie all’assorbimento di tutto il naturale elettorato del PSI […] Norberto Bobbio, invitato a introdurre i lavori, non ha dubbi: “nel nostro paese un forte partito socialista c’è, ma non è il partito socialista” […] Questa appare la logica conclusione di un percorso di avvicinamento del PCI alle posizioni del PSI, un percorso che i socialisti stessi hanno incoraggiato e auspicato per dare allo schieramento delle sinistre la forza necessaria ad assicurare un ricambio nel sistema. Berlinguer non ha certo alcun interesse a deviare da questa strada che gli regala un successo elettorale dietro l’altro, né il PSI è ormai in grado di fermarlo, neppure pretendendo prove su prove della completa democraticità del PCI […] Giuliano Amato si lascia sfuggire una frase ironica che però ben riassume gli umori del momento: “E allora che dobbiamo fare, iscriverci tutti al PCI?” […] Il gruppo dirigente salito al potere si compatta proprio sulla comune volontà di ribaltare gli equilibri esistenti tra le forze politiche, rivendicando al PSI uno spazio di crescita autonomo e indipendente a destra, ma soprattutto a sinistra dove la concorrenza del PCI in trent’anni ha più che dimezzato i consensi dei socialisti. Per quanto possa apparire velleitario l’obiettivo e arrogante l’ostentazione di sicurezza dei nuovi leader, il partito riceve una scossa rivitalizzante […] L’indiscussa egemonia dei comunisti sulla sinistra consente a Berlinguer di dettare le regole di un gioco che schiaccia il PSI nella morsa del compromesso storico tra i due grandi partiti e lo rende subalterno contemporaneamente ai comunisti e ai democristiani. Rigettata dal PCI l’alternativa di sinistra, proposta da Lombardi, i socialisti non sembrano avere molte strade davanti. Certo, si potrebbe ricomporre l’accordo con i cattolici, come una parte maggioritaria del partito auspica e la collocazione del neosegretario nella destra del PSI sembra confermare questa previsione […] Nella sua prima dichiarazione pubblica il neosegretario ha detto che “la battaglia con il PCI non la possiamo vincere con le armi ma solo con le idee”. Dopo anni e anni di “arrogante disinteresse per gli intellettuali”, come riconosce lo stesso De Martino nella sua autocritica, i colonnelli invertono la tendenza e si rivolgono direttamente al mondo della cultura in cerca di aiuto […] La difficoltà di stabilire vincoli permanenti con il partito discendeva, a giudizio di Bobbio, proprio da un rifiuto di principio al ruolo di intellettuali organici, perché nella cultura socialista si considerava l’essere organici e l’essere intellettuali come due cose incompatibili. Va però tenuto conto anche di quanto complessa sia la galassia laico-progressista i cui esponenti si sono accostati e allontanati in fasi alterne al PSI […] La stagione di gestazione del centrosinistra era stata un momento felice che aveva visto raggrupparsi intorno al PSI un nucleo importante di intellettuali, tra loro legati dal comune obiettivo della “pianificazione”. Un obiettivo che offriva agli uomini di cultura un ruolo specifico perché solo essi erano in grado di procedere a una elaborazione tecnica sofisticata, in contatto con la sfera politica, con le istituzioni e con la società. Il nuovo intellettuale, dunque, come “specialista”. Era la stessa evoluzione della società industriale a mettere in discussione il primato della politica, sempre più omologata alla gestione e all’amministrazione, compiti pratici che richiedevano proprio quelle soluzioni razionali e concrete ai problemi della quotidianità offerte dagli studiosi. Non a caso Giolitti, ministro del Bilancio nel primo governo Moro, si era circondato di politici intellettuali e di accademici […] E Mancini, ministro dei Lavori Pubblici, era un punto di riferimento di architetti e urbanisti provenienti dalle università. Anche al tormentato processo di riunificazione tra PSI e PSDI avevano partecipato gli intellettuali socialisti […] La sconfitta del PSU aveva chiuso la stagione pianificatoria […]Per di più, le voci dei programmatori erano finite soffocate dalla rivoluzione culturale del Sessantotto […] La vampata di ideologismi che si sviluppava in questo crogiuolo dove convivevano nuovo e vecchio, modernità e tradizione, spostava il cuore del dibattito culturale sui temi cari a un’altra tipologia di intellettuali di sinistra, “gli ideologi”, riuniti già nell’epoca pre-Sessantotto intorno a “Quaderni rossi”, “Quaderni piacentini”, “Giovane critica”. A cominciare dal linguaggio, la comunicazione tra i sostenitori del “Piano” e i gruppi intorno alle riviste appariva difficile, tanto più se si considera la distanza che li separava proprio sul concetto di “modernità”, esaltata dagli uni e dagli altri invece criticata fino a vederne l’anticamera dell’apocalisse prossima ventura, secondo una lettura in cui sono evidenti gli influssi della scuola di Francoforte. Questo rifiuto radicale dell’esistente portava “gli ideologi” a trovare una sponda politica più congeniale, o per meglio dire simbolica, nel PCI. Emarginati i “pianificatori” e perdute le simpatie degli “ideologi”, al PSI restava solo la sponda della cultura radicale che aveva un’antica eco nella tradizione socialista […] Negli anni Settanta il contributo di Bobbio cominciava a rivelarsi prezioso nel laboratorio di “Mondoperaio” dove si concentravano i chierici socialisti, legati però con vincoli sempre più tenui al partito di De Martino, indifferente al dibattito culturale su questo e su altri temi […] Un laboratorio animato da un autentico “brain trust” che con piglio modernizzante procede alla distruzione degli “idola” della cultura di sinistra egemonizzata dal PCI […] Bisognava dunque reinventare un partito, rifondare il socialismo italiano, perseguire lo stesso obiettivo di Mitterrand che stava resuscitando dalle ceneri il socialismo francese […] Gli intellettuali si fanno protagonisti dello scontro a sinistra, nella convinzione che un PSI dotato di nuova identità possa trasformarsi nel partito modernizzatore, capace di ridare al sistema la vitalità perduta nell’abbraccio soffocante della DC e del PCI. In un certo senso riemerge il mito della terza forza, laica, moderna, progressista, in grado di attirare a sé gli strati sociali più avanzati che si sono rivolti ai comunisti, senza rendersi conto del ritardo del PCI nella percezione dei cambiamenti sociali e culturali […] Con lo sguardo rivolto alle fasce emergenti della nuova Italia, gli intellettuali iniziano una riflessione che parte proprio dalla riscoperta del liberalismo, come aveva suggerito Bobbio […] La prospettiva di una casa comune con il PCI non appare particolarmente rosea, se non intervengono elementi di novità tali da allontanare il pericolo di venire assorbiti e in pratica cancellati nell’abbraccio con Berlinguer. Di sicuro, un elemento di novità sarebbe il rinnovamento della cultura politica comunista, rimasta ancorata al marxismo-leninismo, sia pure interpretato in chiave italiana. Questa chiave italiana, in gran parte costruita sul pensiero di Gramsci, è però rivendicata dall’intellighentia comunista come il tratto distintivo del PCI, come la sua specificità di partito comunista democratico e occidentale rispetto a tutti gli altri partiti comunisti dell’Est e dell’Ovest. I chierici di “Mondoperaio” non si fermano però neppure di fronte a Gramsci, anche se attaccare il fondatore del PCI significa una vera e propria dichiarazione di guerra, tanto più esplicita perché gli autori degli articoli sono in molti casi ex comunisti, tutti assai critici sull’effettivo approdo alla democrazia del PCI e sulla radice democratica del marxismo di Gramsci […] Craxi rinvia la sua prima uscita nelle Tribune politiche alla fine del gennaio 1977, dopo il varo del governo Andreotti delle astensioni che ha così occasione di criticare […] A questo pasticcio tutto italiano, come ironizzano gli osservatori stranieri, non ci sono però soluzioni alternative se non quella di una maggioranza governativa che comprenda il PCI; una soluzione obbligata anche a giudizio di Mancini, d’accordo con il neosegretario su una partecipazione del PCI a un governo di emergenza. È la prova, a giudizio della CIA, dell’impotenza dei socialisti […] Non è una condizione piacevole per Craxi che però non riesce a uscire da questa passività, tranne per alcuni spunti di polemica verso il PCI di cui, per altro, ha appena chiesto l’ingresso nel governo. La politica di austerità rivendicata da Berlinguer in un discorso all’Eliseo destinato a far rumore, viene liquidata da Craxi come il frutto di un “social-moralismo” che porta il segretario comunista a chiudere gli occhi di fronte ai cambiamenti intervenuti nella società italiana […] Sui profondi cambiamenti in atto nel paese stanno riflettendo i chierici di “Mondoperaio” il cui lavoro comincia dunque a essere utilizzato sul piano politico dal leader del PSI. La sensazione che le loro critiche stiano mettendo in difficoltà il PCI aumenta l’impegno degli intellettuali socialisti […] In sostanza si intende ridimensionare il ruolo delle organizzazioni politiche, ormai in evidente affanno, come rivela il distacco sempre maggiore della società civile che mostra segni di insofferenza verso il dominio della partitocrazia. È in atto, come scrive Giuliano Amato, un processo di disgregazione delle strutture di consenso tradizionali che hanno costruito e diffuso la democrazia in Italia, come dimostra proprio la crisi dei partiti, incapaci di rispondere alla domanda di rappresentanza di una società assai più eterogenea, stratificata e atomizzata di quella di trent’anni prima. Questo declino non può stupire, se si considera che il modello del partito di integrazione di massa, risalente al XIX secolo, era stato ridisegnato nel 1945 secondo i bisogni collettivi di una società ancora strutturata per grandi aggregati sociali omogenei. Questa società già nel 1976 sta scomparendo e, via via, nel decennio successivo, se ne perderanno anche le ultime tracce […] Di fronte a questa nuova realtà l’intera macchina dei partiti si inceppa in tutti i suoi gangli vitali: i luoghi di orientamento e di educazione politica e culturale – sezioni, parrocchie, scuole quadri ecc. – sono sempre più deserti; saltano i meccanismi di reclutamento dei militanti e di aggregazione del consenso, così come quelli di formazione e selezione di funzionari e dirigenti. La tendenza verso una progressiva disgregazione delle vecchie strutture organizzative attraverso le quali tradizionalmente si era costruita e diffusa la democrazia in Italia appare inarrestabile. A garantire ai vecchi partiti la presa sulla società non basta la loro incombente presenza nelle istituzioni che ha portato all’identificazione Stato-partitocrazia, assicurando alle forze politiche il ruolo di organi, a funzionamento corporativo, per la redistribuzione delle risorse economiche. Sul finire degli anni Settanta le critiche alla politica della spesa pubblica, degenerata nell’assistenzialismo di tipo clientelare, si moltiplicano ovunque di fronte alla crisi del Welfare State […] Rispetto al suo predecessore De Martino, detto “il professore”, il nuovo segretario non si ritiene un intellettuale, malgrado il suo sincero interesse per la storia. Ha però la capacità di cogliere e cavalcare le situazioni che giocano a suo favore, in primo luogo appunto il laboratorio di “Mondoperaio” dove si elaborano i temi per l’attacco contro i comunisti […] Sono gli intellettuali a legittimare giorno dopo giorno la distruzione del compromesso storico che è l’obiettivo al quale ha puntato Craxi fin dalla sua ascesa alla segreteria […] Non si può non rilevare una sorta di eterogenesi dei fini, per cui l’elaborazione degli intellettuali [che ha come fine l’alternativa alla DC] è destinata a dare identità e forza al progetto politico di Craxi che nel 1979 riaprirà il dialogo con la DC, un esito politico ben poco gradito alla maggioranza dei chierici, come dimostrerà anche la diaspora nelle loro file […] Accarezzati dal direttore di “Repubblica” quando i loro strali puntano a distruggere il compromesso storico per costruire l’alternativa, i chierici diventano scomodi se le loro munizioni vengono usate dalle forze anticomuniste per trascinare il PSI fuori dai confini della sinistra. Ci sono segnali allarmanti in questo senso – denuncia Scalfari – a cominciare dall’interesse nei confronti di Craxi del “Giornale” di Montanelli che riflette gli orientamenti degli ambienti imprenditoriali milanesi […] Si possono individuare altri sintomi di un distacco politico sempre più marcato del PSI dal PCI nel dialogo a distanza con i radicali […] All’indomani del rapimento di Aldo Moro, quando sul rilascio del presidente della DC si apre la partita tra falchi e colombe, le uscite pubbliche di Craxi, sempre accuratamente misurate, non impediscono il diffondersi nell’opinione pubblica della convinzione che il PSI si sia posto alla testa di uno schieramento antagonista alla linea della fermezza scelta dal PCI; uno schieramento connotato da un profondo umanitarismo ma non privo di giustificazionismi nei confronti di chi calpesta così sanguinosamente le regole della democrazia e il rispetto per la vita. Perché, se Craxi non assolve certo i terroristi, si mostra però indulgente verso l’area dei fiancheggiatori, così esasperati dallo stato di crisi del sistema politico da applaudire all’opera di distruzione delle BR. Il loro estremismo va respinto con fermezza ma la classe politica ha qualche responsabilità in questa situazione di degrado “che si è lasciata galleggiare per troppo tempo senza intervenire con mano ferma”. “Si sono accumulati inevitabilmente – continua Craxi – dei fattori esplosivi, sui quali certa forma di fanatismo che poi si esprime anche nel terrorismo, può avere una presa”. Tra le forze politiche maggiormente responsabili Craxi indica i comunisti […] La posizione socialista a favore della trattativa con i rapitori di Moro si fa più decisa quando, il 15 aprile 1978, viene diffuso l’ultimatum delle BR. La Direzione del PSI, all’unanimità, denuncia l’immobilismo del governo e alle parole seguono i fatti, perché i socialisti iniziano a muoversi autonomamente. La trattativa segreta con alcuni esponenti dell’area dell’autonomia che si sono proposti nel ruolo di mediatori tra il mondo politico e i terroristi, per giorni è portata avanti direttamente da Craxi e da Signorile, con il pieno sostegno dietro le quinte di Mancini. Il fallimento di questa iniziativa, destinata a venire immediatamente alla luce, non è però privo di conseguenze politiche, specie se si considera che l’uccisione del presidente della DC marca un netto spartiacque nella tormentata VII legislatura repubblicana. Tramontata la solidarietà nazionale, riprendono vigore sia nel PCI sia soprattutto nella DC i tanti avversari del compromesso storico. Davanti a Craxi si sta per spalancare un orizzonte politico che gli consente finalmente la libertà di manovra cui aspira; può insomma prendere il timone lasciato troppo a lungo nelle mani dei chierici.
______________________________________________________________________________
da Simona Colarizi, Mauro Gervasoni, La cruna dell'ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della repubblica, 2005 Editori Laterza

Commenti