Sono Benedetta, la figlia di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera assassinato il 28 maggio 1980 da un commando della Brigata 28 marzo. Nel volantino di rivendicazione scrissero che gli spararono perché era un cronista “intelligente”. Avevo solo tre anni e mezzo quando papà fu ucciso a qualche centinaio di metri da casa. Arrivai con mia madre proprio sul luogo dell’attentato, ma non conservo memoria esatta di quel che accadde. Il primo ricordo della mia vita è successivo all’omicidio, è il funerale: il corpo di papà nella bara. Mi dissero di salutarlo per l’ultima volta. “Dai l’ultimo bacio a papà” – questa frase mi si è stampata in mente […] Dell’attentato mi è stato raccontato solo successivamente: la mamma mi aveva portato a far la spesa con lei in un negozio vicino casa. Quando sentì le sirene e vide la folla che si accalcava su un lato della strada, pensò subito che fosse successo qualcosa a papà, purtroppo quel rischio era nell’aria da tempo. Mia madre corse, portandomi con sé. Arrivammo proprio accanto al cadavere. Mi ha raccontato che le dissi: “Mamma, adesso chiamiamo un dottore, così pulisce il sangue di papà” […] C’erano già state telefonate, minacce, lettere minatorie. La prima intimidazione risaliva a parecchi mesi prima. Il sostituto procuratore Gresti convocò mio padre per comunicargli che erano state trovate delle schede con alcuni nominativi in un covo in viale Lombardia a Milano. Uno di quei fogli riportava sinteticamente i suoi dati. Era il giorno 30 gennaio 1979. A quell’epoca mio padre aveva rilevato e denunciato l’inizio di una nuova stagione terroristica. Il 29 gennaio 1979 venne ucciso il giudice Alessandrini: il giorno dopo papà riportava sul Corriere un brano dell’ultima intervista del magistrato: “ Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società”. Annotava poi nel suo diario: “Per l’assassinio di Emilio Alessandrini non valgono più le regole di un anno fa, nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere (forse per autosuggestione) il giornalista che come carattere e come immagine è più vicino al povero Alessandrini”. Si sentiva molto vicino ad Alessandrini per la matrice culturale, per l’approccio alla ricerca della verità. Anche lui era uno di quelli che cercavano di comprendere. Fu esattamente ciò che gli venne imputato nel volantino di rivendicazione dove, oltre all’accusa canonica di “terrorista di Stato”, papà veniva descritto come il caposcuola di una “tendenza intelligente” del giornalismo che “alle rozzezze dei suoi colleghi ha contrapposto un’analisi di classe puntuale”. Nel loro linguaggio delirante, i terroristi inserirono passaggi come questo che, paradossalmente, sono un encomio per il lavoro di mio padre. E fu proprio per il suo lavoro che lo colpirono. Per la sua capacità di connettere, comprendere e analizzare i fenomeni, per la sua intelligenza, per la sua professionalità in un’epoca in cui era particolarmente difficile fare il mestiere di giornalista. Tanti suoi colleghi e amici ammisero di sentirsi costantemente sotto tiro. Ma fu papà a cadere sotto il fuoco dei terroristi. Il giorno prima dell’omicidio Alessandrini, turbato da una conversazione con il direttore Di Bella che, senza rivelare le proprie fonti, preannunciava che presto sarebbero ripresi gli attentati, scrisse: “Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più è di non aver trovato il tempo di scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa” […] Luca, mio fratello, ha vissuto la morte di papà a sette anni, in un momento in cui la consapevolezza è maggiore. Io, invece, ero ancora troppo piccola per capire […] Non ricordo la mia come un’infanzia normale. Avevo la sensazione persistente di una doppia vita in bianco e nero, di un mondo parallelo, plumbeo, soffocante, che non potevo condividere con nessuno. La vita di un bambino normalmente è cadenzata dalle tappe scolastiche, l’asilo, le elementari, le medie. La mia era scandita dal “caso Tobagi”. Nel 1983 il processo di primo grado, poi l’appello, e tutta una serie di avvenimenti legati alla morte di mio padre, una triste successione di anniversari di morte e commemorazioni pubbliche che mi angosciavano profondamente […] Il sentimento più devastante, soprattutto per mia madre, rimasta vedova con due bambini piccoli, era il profondo senso di solitudine unito a una fortissima pressione esterna. Cercavamo di andare avanti con la nostra vita, di non parlare dell’attentato, ma era praticamente impossibile con un processo in corso, con i giornalisti che telefonavano a casa, con la gente che continuava a farci domande. Con gli anni ho capito che la morte di mio padre non poteva essere un fatto personale, una vicenda privata. Era un assassinio politico […] Crescendo, mi sentivo sempre più inquieta, insoddisfatta, non riuscivo a capire fino in fondo cosa fosse successo, e soprattutto perché, mi rendevo conto di avere difficoltà nel cercare di spiegare agli altri ciò che era accaduto. I conoscenti, gli amici – dal liceo in poi – mi chiedevano spesso chiarimenti, che io non sapevo dare neppure a me stessa, sull’assassinio di mio padre, sul terrorismo. Cercavo una risposta in tutti i discorsi che avevano riempito la stampa per anni. Decine e decine di articoli su mandanti nascosti, informative, minacce, su un delitto annunciato. Polemiche a cui io non trovavo una spiegazione convincente […] Il passaggio fondamentale per la maturazione della mia consapevolezza è stato cominciare a leggere i quaderni di mio padre. Sapevano che esistevano, li avevo già aperti, sfogliati. Ero cresciuta tra i libri di papà, nel suo studio e in mezzo alle sue cose […] Mia madre ha conservato tutto. Sentivo che la nostra casa aveva questa triste caratteristica: era rimasta bloccata, come congelata, a quel momento di morte […] Nel 2002, mentre stavo per laurearmi, ho cominciato a leggere uno dei quaderni di mio padre, decidendo, con quel gesto simbolico, di diventare parte attiva nella ricerca, di prendere in mano la sua storia, di cercare sistematicamente di ricostruire tutta la vicenda […] Mio padre scriveva sempre, continuamente. Aveva dei quaderni di lavoro, di tutti i tipi, dimensioni e colori, rilegati e non, scelti con cura: erano un suo vezzo. Uno dei quaderni, in particolare, il suo diario personale degli ultimi anni, fu oggetto di un episodio molto sgradevole poco dopo la sua morte, quando iniziò la polemica sui andanti nascosti dell’attentato. L’allora direttore del Corriere, Franco Di Bella, sospettava che i nomi dei colpevoli si potessero trovare in quel quaderno. Gli inquirenti cercarono di acquisirlo, ma mia madre, che di certo non voleva rischiare che quel quaderno sparisse, fosse manomesso o sepolto in qualche archivio, numerò tutte le pagine con la sua penna verde, portò agli inquirenti il quaderno e lo fece fotocopiare in sua presenza. Dopodiché lo tenne in una cassetta di sicurezza per molto tempo. Grazie alla sua prudenza, a distanza di tanti anni ho iniziato a leggerlo, ed è stata un’esperienza bellissima e devastante insieme […] L’uomo che ero abituata a conoscere era una figura pubblica, ingessata nella retorica dei martiri, degli eroi, non una persona vera, ma una sorta di icona perfetta e astratta di giornalista esemplare. Un’immagine molto fredda che non corrispondeva al padre in carne e ossa che scriveva in quel diario. Ritrovavo la sua vitalità, la vivacità intellettuale, lo slancio, la cultura e l’intelligenza velocissima. A trentatre anni già affermato inviato speciale, saggista e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. Papà si era laureato in Storia alla Facoltà di Lettere e filosofia, con una tesi sui sindacati in Italia nel decennio 1945-55, e aveva sempre continuato a fare ricerca sulla storia e il ruolo delle organizzazioni sindacali, scrisse saggi sul periodo delle squadracce fasciste e sull’attentato a Togliatti nel 1948 […] Poi le pagine, man mano che proseguivo nella lettura, hanno iniziato a scurirsi. Papà parlava delle minacce ricevute, scriveva di aver paura: “Che cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare ad ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi a ogni moto che ti si affianca, l’altra mattina, 30 gennaio, è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo ventiquattrore lasciata da un terrorista in viale Lombardia, provo una sensazione di angoscia, questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò di scrivere dei brigatisti”. Mio padre non era un martire né un eroe, era solo un uomo di talento, intelligente e preparato, che voleva fare al meglio il suo lavoro, nonostante le minacce, le intimidazioni, la paura, l’amarezza di fronte a un mondo lacerato da una violenza insensata. Per tutta la sua vita ha creduto nella possibilità di agire nella società per migliorarla, con “l’umile passo dopo passo”, l’impegno costante, il metodo e l’analisi approfondita, e si è impegnato tenacemente in questo senso […] Mio padre aveva una profonda passione civile, unita a una straordinaria vitalità e intelligenza. Anche politica. Cattolico. Socialista. Non craxiano. Aveva cominciato all’Avanti. Da giovanissimo aveva preso la tessera socialista, in seguito non si era più iscritto perché pensava che un giornalista, pur conservando le proprie idee e i propri convincimenti politici, dovesse procedere con il massimo del rigore e dell’imparzialità […] Molti lo aggredirono per le sue idee socialiste e riformiste, anche all’interno del Corriere della Sera. “Riformista” era un insulto in quegli anni. Gli avevano affibbiato la feroce etichetta di “Craxi driver”. Mi hanno raccontato che un tazebao che lo attaccava era ancora appeso nella redazione del Corriere quando lo hanno ucciso. Tuta quell’aggressività verbale faceva parte del clima esasperato di quegli anni. Mio padre aveva nemici acerrimi anche all’interno del comitato di redazione che era dominato dalla componente comunista di Rinnovamento, una delle correnti del sindacato dei giornalisti […] All’interno del sindacato dei giornalisti mio padre era tra i fondatori di Stampa democratica. Nel 1978 si erano alleati con quella che era considerata la corrente di destra e, insieme, avevano ottenuto la presidenza e la maggioranza del sindacato dei giornalisti lombardi, battendo Rinnovamento. Stampa democratica portava avanti un programma non ideologico incentrato sulle problematiche concrete della professione giornalistica. Mio padre avvertiva come un grande limite il fatto che la professione fosse viziata e deformata dalla posizione ideologica. Partecipando a una tavola rotonda parlò di come il giornalista corra il rischio di credere che sia democratico solo il giornale che dice ciò che gli piace, cercando una sorta di rispecchiamento. Quanti giornalisti scrivevano avendo già una tesi in testa senza lasciare spazio al confronto, alla ricerca e all’analisi dei fatti. Nei suoi appunti riportava delle annotazioni molto taglienti e amare sia rispetto a quello che succedeva al Corriere della Sera, sia rispetto al mondo della politica italiana. Annotò con rabbia e amarezza l’episodio relativo a un’intervista anonima a Bettino Craxi, allora segretario nazionale del PSI, pubblicata dal Corriere: un’autointervista consegnata dagli editori direttamente al direttore del giornale, in cui il segretario rispondeva a domande di comodo che si era posto da solo. “È vergognoso”, scrisse […] Lui ha analizzato, prima di altri, in maniera accurata e approfondita, la complessità del fenomeno terroristico. Nel 1970, a soli ventitre anni, ha scritto il primo libro sul movimento studentesco e i marxisti-leninisti in Italia. Ha conosciuto e intervistato i giovani che ne facevano parte. È andato a Bologna a Radio Alice e a Radio Canale 98 di Milano. Ha lavorato sul terreno dell’analisi della realtà sociale degli anni Settanta, cercando di rappresentare la complessità dell’impegno politico, indagando la provenienza sociale e la matrice culturale di chi compiva la scelta della lotta armata. Resta la sgradevole sensazione che per molti mio padre sia stato più utile da morto che da vivo. È diventato un’icona da deporre sull’altare dei santi martiri sia del Corriere della Sera che del PSI. Purtroppo per anni si sono aggirati gli avvoltoi a spartirsi le spoglie del cadavere. La sua immagine è stata usata sui manifesti elettorali, alle cerimonie di rappresentanza. Accadeva addirittura che per lo stesso anniversario vi fossero manifestazioni commemorative di diversa matrice, socialista o liberale, o cattolica. È diventato un simbolo da utilizzare a seconda della stagione e della convenienza elettorale. Anche le polemiche sul suo omicidio hanno seguito delle stagioni ben precise, a seconda di chi si volesse attaccare […] Ricordo che riemerse la questione di un’informativa dei carabinieri datata dicembre 1979 che anticipava di qualche mese, perfino nei dettagli, il delitto Tobagi. La fonte era Rocco Ricciardi, detto il Postino, legato alle Formazioni Comuniste Combattenti. Dopo il suo arresto, aveva scelto di collaborare, in una stagione in cui non era stato ancora formalizzato il ruolo di collaboratore di giustizia. Aveva raccontato cose agghiaccianti su un piano per assassinare il giornalista Tobagi nella zona Solari, dove abitava. Dettagli che poi si rivelarono sorprendentemente veri. Ricciardi aveva raccontato anche che verso la fine del 1978 o del 1979 le FCC avevano esaminato anche un progetto di rapimento e che a occuparsene era stata Caterina Rosenzweig. L’informativa comparve solo dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado […] Ho potuto avere copia del documento. Non so con certezza a che scopo quell’informativa saltò fuori proprio allora, se per danneggiare qualcuno o per gettare un’ombra pesante sui carabinieri. Non so dire con certezza chi e perché la fece ritrovare. Certo è che quell’informativa non era stata portata al processo ed era stata sottovalutata dalle forze dell’ordine, forse colpevolmente. Questo è un dato di fatto. A parziale scusante si può dire che negli anni Settanta molta gente veniva costantemente minacciata e a molte informazioni non veniva dato il giusto peso. Ma è anche vero che tanti fatti, anche dolorosi della storia del nostro Paese, venivano lasciati accadere, come dice Giorgio Galli. Ma il vero “caso Tobagi” si sviluppò nel periodo successivo alla sua morte, durante il processo, che permise di decapitare il movimento dell’Autonomia a Milano. Dal dibattimento emerse che l’intera responsabilità della progettazione e dell’esecuzione dell’omicidio era imputabile alla Brigata 28 marzo, una formazione di giovanissimi. Gli esecutori materiali furono Marco Barbone e Mario Marano, mentre Caterina Rosenzweig fu completamente scagionata. Strano, perché la Rosenzweig oltre a essere la fidanzata di Marco Barbone era una militante delle FCC e in precedenza era stata anche coinvolta in un attentato dinamitardo. Ma le stranezze non finirono: fu scartata anche l’ipotesi che gli assassini avessero contatti con terzi da cui avevano ricevuto informazioni su mio padre. Quel processo si era basato in gran parte sulle dichiarazioni di Barbone, il quale era stato catturato pochi mesi dopo l’attentato, a settembre, e aveva subito iniziato a collaborare, chiamando in causa l’intera Autonomia milanese. Grazie al superpentito Marco Barbone, il processo Tobagi si era trasformato anche in un processo contro l’Autonomia milanese, con più di centocinquanta imputati. Un mostro giuridico, un maxiprocesso celebrato nell’aula bunker appena inaugurata accanto a San Vittore, una specie di calderone in cui erano confluite vicende ed esperienze disomogenee, Rosso, le Formazioni Comuniste Combattenti, la Brigata 28 marzo, ferimenti, rapine, e attraverso il quale si chiuse una stagione di violenza politica a Milano. Mi ha colpito moltissimo leggere tra le carte di quel processo alcune testimonianze di imputati appartenenti al multiforme arcipelago di Rosso e dell’Autonomia. Alcuni di loro non avevano mai commesso atti di violenza politica, credevano solo in un’idea. Altri invece erano degli irriducibili. Poi i pentiti che avevano deciso di parlare, in seguito a una crisi personale o magari solo dopo aver ottenuto la garanzia dell’immunità per sé o per qualcun altro. Un processo con più di centocinquanta imputati è una galassia complessa, rappresenta una dimensione umana contraddittoria e variegata, in cui si trova di tutto. Restano, ancor oggi, dubbi sulle dichiarazioni di Barbone. Alcuni colleghi di mio padre hanno sostenuto in aula, sulla base di una rigorosa analisi testuale del volantino di rivendicazione, che egli non potesse conoscere tanti dettagli, informazioni precise sul conto di mio padre e sull’ambiente del Corriere della Sera, e che un lessico così propriamente giornalistico come quello usato in alcuni passaggi non potesse appartenergli. Barbone ha sempre sostenuto di non essere mai andato al Corriere della Sera. Ma un suo complice nell’assassinio, Francesco Giordano, l’unico della formazione che non ha collaborato con la giustizia ed è rimasto in carcere per tutta la durata della sua pena, ha raccontato in aula di aver accompagnato Barbone fino a via Solforino, la sede del giornale, e di averlo visto entrare. Se è stata data tanta importanza alle dichiarazioni di Barbone è perché in realtà la sua testimonianza è servita a passare un bel colpo di spugna sulla lotta armata milanese, soprattutto sul vivaio di quei terroristi figli della classe alto-borghese, i ragazzi appartenenti al salotto buono di Milano che giocavano a fare la rivoluzione. Come Barbone stesso, giovane figlio di un direttore editoriale, la cui fidanzata Caterina Rosenzweig collaborava con vari giornali, gente che aveva quindi modo di entrare e uscire con estrema facilità dal Corriere della Sera. O come Paolo Morandini, un altro componente della Brigata 28 marzo, figlio del noto critico cinematografico. Nel processo ci sono state inesattezze, trascuratezze, troppi aspetti a dir poco discutibili. Barbone e Morandini, nonostante le gravi lacune nella loro ricostruzione dei fatti, hanno avuto il massimo dei benefici di legge, per cui, dopo la carcerazione preventiva sono stati rimessi in libertà […] Vedere gli assassini di mio padre in libertà, dal punto di vista emotivo è stato devastante. Marco Barbone ha recentemente rilasciato un’intervista in televisione. Poco dopo il processo si era sposato e reinserito nella società. I filmati dei suoi interventi trasmettono un’impressione di artificiosità, sempre troppo plateale nelle sue scelte, incluso un celebrato ritorno alla fede cattolica e l’avvicinamento a Comunione e Liberazione […] Morandini invece è andato alla deriva. Sono venuta a sapere per caso che se n’era andato a Cuba e aveva avuto ancora guai con la giustizia. Mario Marano conduce vita ritirata. So che è a Milano. Decise di collaborare solo al processo d’appello. Prima, aveva addirittura contraddetto la ricostruzione dell’omicidio fornita da Barbone, poi, nel secondo grado di giustizia, si è allineato ed è uscito di galera anche lui. Nei Demoni, Dostoevskij mostra come l’autore di un omicidio o di un delitto politico possa rivelarsi una persona piccola, meschina, limitata e superficiale. Profondamente disturbante. È la sensazione che ho avuto di fronte agli assassini di mio padre, sono persone assolutamente incommensurabili con l’enormità del loro gesto.
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da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, 2006 Rizzoli

se interessa, il suo blog è
www.lastorianascosta.com
Scritto da: chiara | 27 agosto 2007 a 15:04
chiara, grazie milleuno più. adoro questo tipo di cortesie.
Scritto da: kristan | 27 agosto 2007 a 19:19