Gamberini[1], su suggerimento di Ascarelli[2], decise di utilizzare al massimo le qualità organizzative di Licio Gelli in un anno, il 1966, nel quale il sistema politico italiano appariva del tutto stabile […] La tensione a livello internazionale – caratterizzata, nel 1966, solo dalla guerra in Vietnam e dalla Rivoluzione culturale in Cina – si accentua già a partire dal 1967, mentre il nostro sistema politico sarà a partire dal 1968. Nell’aprile 1967 i colonnelli greci attuano un colpo di stato per impedire un successo elettorale non dei comunisti, ma del “partito di centro” di Georgios Papandreu, protagonista, insieme agli inglesi, della repressione contro i comunisti nel 1944, ma in seguito spostatosi su posizioni relativamente progressiste. In giugno Israele reagisce alla mossa egiziana che blocca il Mar Rosso con una guerra lampo (detta dei Sei Giorni) contro Egitto, Siria e Giordania, conquistando tutta Gerusalemme e attestandosi sul canale di Suez. Gli Stati arabi provocano una crisi nei rifornimenti di petrolio contro l’Occidente, che sostiene Israele. Alla fine dell’anno l’uccisione di Che Guevara in Bolivia attenua le preoccupazioni degli Stati Uniti per la guerriglia in America Latina; ma all’inizio del ’68 la guerra in Vietnam subisce una svolta negativa per gli USA con l’offensiva del TET che determina, per qualche tempo, il controllo di Hué da parte dei nordvietnamiti e l’attacco dell’ambasciata americana a Saigon. In primavera esplode il maggio parigino, l’anno dopo De Gaulle è sconfitto in un referendum. I primi anni ’70 sono sotto il segno di eventi destabilizzanti: un fronte popolare è vittorioso in Cile (presidente Allende) sino al colpo di stato del settembre 1973, contemporaneo alla quarta guerra arabo-israeliana. Nel marzo 1976 avviene il colpo di stato dei militari argentini (tra i quali Gelli ha molti amici). Cuba rimane una spina nel fianco per gli Stati Uniti sino al 1979, con la presenza di una brigata russa. Mentre a Washington ci si preoccupa per il “dopo Tito” e per il “dopo Franco”, nel 1974 i militari portoghesi rovesciano la dittatura post-salazariana, suscitando preoccupazioni per la collocazione internazionale del Portogallo. L’area mediterraneo-mediorientale è in ebollizione, mentre russi e cubani sostengono movimenti di liberazione in Africa, dove Angola, Mozambico, Etiopia paiono spostarsi verso l’area di influenza sovietica e potrebbe vacillare il bastione sudafricano. È in tale contesto che, in Italia, dall’autunno studentesco del ’68 e poi soprattutto dall’”autunno caldo” sindacale del 1969, si verifica uno spostamento a sinistra in termini di comportamenti collettivi: dalle scuole, alle fabbriche, alle piazze. Di questo e della situazione italiana si preoccupano gli Stati Uniti (Dipartimento di Stato, CIA, vertici militari e i vari servizi italiani a essi collegati). Si elaborano progetti diversi, dalla direttiva Westmoreland al piano “Demagnatize”: iniziative non coordinate, talvolta in concorrenza o in competizione, talaltra ignorate dai vari soggetti coinvolti. Ciò accade proprio per il piano “Demagnatize”, del quale il generale Inzerilli[3] dice: “Non si tratta assolutamente di una Gladio bis, come pensa qualcuno e scrivono i giornali, ma di un’organizzazione completamente diversa, che avrebbe dovuto essere collegata a un altro reparto, l’ufficio D dei servizi. Come capo di Stato Maggiore avevo cercato dappertutto il piano, che prevedeva l’utilizzo di ogni azione possibile per evitare in Francia, ma soprattutto in Italia, l’avvento al potere del Partito comunista. Non lo trovai mai, perché questo piano, per volontà degli americani che lo prepararono, non doveva essere visionato da estranei, tantomeno dai governi alleati coinvolti. A fil di logica è possibile che uno dei risvolti del piano sia stato svelato dal giudice Salvini”. In realtà, invece di un piano organico funzionò uno stillicidio di iniziative, che portò a stragi come quella di Piazza Fontana, che alla Commissione stragi, il 6 giugno 1995, il più stretto collaboratore di Moro, Corrado Guerzoni, collocò in un’interpretazione che definì “dei cerchi concentrici”. Dice Guerzoni: “Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare. Non è l’onorevole X che dice ai servizi segreti di andare l’indomani mattina a Piazza Fontana a mettere la bomba. Al livello più alto si dice che il paese va alla deriva, che i comunisti finiranno per avere il potere. Al cerchio successivo si dice: guarda che sono preoccupati. Che cosa possiamo fare? Dobbiamo influire sulla stampa. Così si va avanti sino all’ultimo livello, quello che dice: ho capito, e succede quello che deve succedere. Ognuno non ha mai la responsabilità diretta. Se lei [rivolto al segretario della Commissione, l’onorevole Baresi di Forza Italia] va a dire a questo ipotetico onorevole che lui la causa di Piazza Fontana, le risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici”. Quello che va ricostruito è il contesto politico di questo insieme di progetti e di iniziative. L’obiettivo non è il colpo di stato, ma la stabilizzazione imperniata sulla DC. Il modello non è Santiago 1973 (il golpe del generale Pinochet in Cile) ma Parigi 1968 (la riscossa elettorale gollista dopo il “maggio francese”): non la repressione militare, quindi, ma un plebiscito stabilizzatore. È per questo progetto che lavora Gelli, con l’avallo esplicito o implicito dei vertici massonici. Una soluzione reazionaria, ma non eversiva. Ma la DC, logorata e divisa, non riesce a imboccare risolutamente questa strada per tutto il decennio dal 1968 al 1978. da qui il prolungarsi di una crisi che accresce il potere di Gelli. Questi, infatti, dopo la citata investitura del 1966 rafforza la P2 in due direzioni: verso l’affarismo speculativo, che il prolungarsi dell’incertezza politica favorisce e del quale “inizia” i rappresentanti; e verso gli ambienti militari, che la medesima incertezza politica e i progetti e le iniziative per porvi fine nel senso indicato trasformano in possibili protagonisti con alti ufficiali a loro volta “iniziati”. La cronologia chiarisce il contesto: fine 1969, la strage di Piazza Fontana; nella primavera, le prime elezioni regionali per sfruttare la preoccupazione dell’opinione pubblica moderata, alla quale la DC propone il progetto “centrista” del “preambolo Forlani” (segretario del partito), che dovrebbe imporre al PSI di rompere le intese locali con il PCI per rimanere in un centrosinistra di fatto “centrista”. Il PSI rifiuta, il preambolo rimane lettera morta; e allora a fine anno si ha un colpo d’avvertimento, il cosiddetto “golpe Borghese”, l’operazione “Tora Tora”. La definizione di “colpo d’avvertimento” alla DC implica che l’occupazione dell’armeria e del garage del Ministero degli Interni nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 e la mobilitazione di pochi reparti militari e di gruppi armati di destra non furono e non potevano essere l’avvio di un colpo di stato, che nessuna persona di buon senso poteva pensare guidato da un reduce di Salò, che ne avrebbe dato la notizia in Tv […] È impensabile, nell’Italia del 1970, un colpo di stato guidato dal comandante della X MAS. È invece pensabile un colpo d’avvertimento alla DC, nell’ambito di una strategia volta a farne il perno di una stabilizzazione che evitasse (come avvenne) che il PCI potesse partecipare al governo […] Gelli è certamente un protagonista, ma non perché il 7 dicembre avrebbe dovuto catturare Saragat entrando con un commando al Quirinale, bensì perché tesse la trama, inganna i congiurati e alla fine blocca tutto (il suo ruolo rimarrà a lungo ignorato, perché il generale Maletti, su ordine di Andreotti, lo omette nelle informazioni trasmesse alla magistratura). Uno dei testimoni chiave davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, Paolo Aleardi, militante di destra e collaboratore di Alfredo De Felice (uno dei capi della congiura, attraverso il quale aveva conosciuto Gelli) dichiara: “A un certo punto ci fu una sorta di contrordine che De Felice attribuiva a Gelli e sul quale si fecero anche delle considerazioni, nel senso che a quel punto si riteneva che il golpe fosse stato usato da Gelli come arma di ricatto”. Secondo altri congiurati, “Gelli il golpe non lo riteneva indispensabile, mentre forse poteva usare il fantasma di una svolta autoritaria per ottenere maggior prestigio, maggior credito” […] I fatti furono effettivamente gravissimi. Insurrezione armata vi fu. I comandi NATO ne erano a conoscenza. Non fu un complotto di pensionati. Ma non fu neanche un progetto di colpo di stato. Se i vertici militari vi avessero pensato, l’avrebbero gestito in proprio, non ne avrebbero affidato l’esecuzione a un ex ufficiale di Salò, il meno adatto di tutti a dire alla Tv, come pensava: “Lo Stato avrà una sola bandiera: il nostro glorioso tricolore”, e: “La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo politico e morale ha cessato di esistere”. Questo linguaggio del vecchio fascismo aveva il consenso di un italiano su venti, mentre quasi la metà dei cittadini votava a sinistra. In realtà, Borghese e i suoi vennero illusi dalla regia di Gelli, che bloccò l’iniziativa quando più gli parve opportuno, pensando che la DC avrebbe capito il “colpo d’avvertimento”, raccogliendosi attorno ad Andreotti (che protesse Gelli) o a Fanfani, per una svolta in senso conservatore e anticomunista. La DC non è in grado di seguire questa strada. A marzo, mentre Paese Sera dà notizia del cosiddetto “golpe Borghese”, il ministro dell’Interno Restivo spiega alla Camera quanto è successo, ma in questa primavera del 1971 al quadro si aggiungono due fattori: l’inizio della lotta armata di sinistra e lo spostamento a destra di parte dell’elettorato democristiano. Il 25 gennaio le BR incendiano gli autocarri della Pirelli sulla pista di Lainate. Il 26 marzo il gruppo XXII Ottobre uccide a Genova un portavalori durante una rapina. Il 7 giugno il MSI ottiene un grande successo nelle elezioni locali a Roma e in Sicilia, togliendo voti alla DC: è la reazione dei settori moderati al perdurante clima di agitazione nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze. Andreotti parla di “voti in libera uscita” che la DC deve recuperare, lo slogan “Legge e ordine”, che aveva portato Nixon alla vittoria negli Stati Uniti (novembre 1968), diviene quello della “maggioranza silenziosa” e di parte della stessa DC, che coglie l’occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica per tentare una svolta moderata. Fanfani sarebbe l’uomo indicato, è il candidato ufficiale del partito; il presidente uscente, Saragat, lo definisce “candidato del centrodestra”, ma settori democristiani temono lo stile autoritario che introdurrebbe al Quirinale. Alcuni franchi tiratori lo bloccano, e alla fine di estenuanti sedute dei grandi elettori emergono le contrapposte candidature di Moro e di Leone. Quest’ultimo alla fine si afferma grazie ai voti decisivi del MSI, “entrato discriminato e uscito determinante”, come ebbe a dire, deplorando il fatto, Carlo Donat-Cattin. L’elezione di Leone (al quale Gelli presenterà ufficialmente nel 1975 il suo “Schema R”, che, variamente rielaborato, diverrà il suggestivo piano di “rinascita democratica”), avvenuta con i voti missini, pone fine all’impostazione detta dell’arco costituzionale (intesa tra tutti i partiti con esclusione del MSI); e pone fine anche alla coalizione di centrosinistra. Il PSI esce dalla maggioranza, la DC accenna a una svolta a destra e adotta per le elezioni anticipate (le prime della storia repubblicana, dopo che Leone, appena eletto, ha sciolto le camere, indice di una situazione in movimento) lo slogan di Fanfani “Avanti al centro”. Caratterizzata dalla morte di Feltrinelli e dallo smantellamento delle basi dei suoi GAP (Gruppi di Azione Partigiana) e delle BR, la campagna elettorale si conclude effettivamente con un successo del “centro” (DC, PLI, PRI, PSDI), che per l’ultima volta nella storia della Prima Repubblica conquista la maggioranza dei consensi (52%) con il MSI al massimo storico. La formazione di un governo Andreotti-Malagodi (il leader liberale vicepresidente del Consiglio e ministro del Tesoro) dovrebbe consolidare la svolta moderata, ma ancora una volta le oscillazioni e i contrasti interni alla DC non permettono che la situazione si stabilizzi. Mentre la speculazione si abbatte sulla lira (che esce dallo SME, il “serpente” monetario europeo) e cresce l’inflazione, il partito di maggioranza relativa si preoccupa per il fatto di avere all’opposizione tutta la sinistra, in un clima di perduranti agitazioni e di quello che viene definito “pansindacalismo”. Andreotti e Fanfani sono sempre in competizione per la leadership del partito (Moro è ora emarginato). Mentre il primo è spostato sulla destra, il secondo escogita un piano che gli pare brillante: ricostruire il centrosinistra con il PSI, per non ricompattare all’opposizione tutta la sinistra e per cercare una “concertazione” con i sindacati, ma nel contempo preparare uno scontro frontale (il modello francese del plebiscito) per sconfiggere tutta la sinistra, socialisti compresi. È il progetto che si tradurrà nella campagna antidivorzista del 1974, ma che intanto comporta un recupero del PSI, che Fanfani gestisce tornando alla segreteria del partito (mentre si forma il quarto governo Rumor).
È in questo contesto che si colloca il ruolo della Massoneria, di fatto gestita da Gelli, come risulta dal seguente episodio: “Nella cruciale primavera del 1973 Licio Gelli convoca nella sua residenza privata di Villa Wanda, ad Arezzo, un gruppo di importanti affiliati alla Loggia segreta: il generale Giovanbattista Palumbo (comandante della divisione carabinieri di Milano), il colonnello dei carabinieri Antonio Calabrese, il generale Franco Picchiotti (comandante della divisione carabinieri di Roma), il generale Luigi Bittoni (comandante della brigata carabinieri di Firenze), il colonnello dei carabinieri Pietro Musumeci e il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, Carmelo Spagnuolo. Secondo il generale Palumbo, durante la riunione Gelli disse che ‘la situazione era molto incerta, che la Massoneria era contraria a qualsiasi dittatura, quindi dovevamo appoggiare il governo di centro con i mezzi che avevamo a disposizione’. Nel corso dell’incontro il procuratore Spagnuolo arriva a candidarsi alla guida di un governo forte d’emergenza[4]”. Il fatto che un privato cittadino potesse convocare alti ufficiali dell’Arma viene ritenuta una prova della potenza della P2 […] I noti rapporti tra Gelli e Andreotti rendono attendibile il suo proposito di far sostenere il governo di centro in una “situazione molto incerta” […] La posizione di Spagnuolo riflette la nota megalomania del personaggio, che non si vede da chi potesse essere candidato alla guida di un governo forte […] Qualche dato: la lotta armata di sinistra è disarticolata nella primavera del ’72. alla vigilia della festa della Repubblica avviene la strage di Peteano, che non si cerca di attribuire alla sinistra, ma se mai alla destra, già in settembre, e mentre Andreotti, al governo, intende recuperare i voti “in libera uscita” anche presentando il MSI come protettore di terroristi e preparando delle scissioni (come avverrà con Democrazia Nazionale). Dal 1973 il quadro cambia, le BR possono riprendere fiato, con epicentro a Torino, dove a dicembre sequestrano il capo del personale FIAT Auto, cavalier Amerio, inserendosi con successo in una vertenza sindacale in atto: è la premessa di un rilancio che si manifesterà clamorosamente l’anno dopo con il sequestro Sossi. Il rilancio e il sequestro sono in perfetta sintonia con la campagna referendaria di Fanfani, che spera di trasformare il 12 maggio in un plebiscito antidivorzista per sconfiggere tutta la sinistra. I servizi favoriscono questo disegno agevolando quella che le BR definiscono “operazione Girasole”. Al momento appare perfetta, ma risulterà poi alquanto improvvisata nelle narrazioni di Alberto Franceschini, che guida il commando che gestisce il sequestro. La villetta di Tortona dove è recluso Sossi è tenuta sotto osservazione; un alto ufficiale del SID dirà poi che il suo capo, generale Miceli, progettava di rapire l’avvocato Giambattista Lazagna – medaglia d’argento della resistenza e dirigente dell’ANPI – e ucciderlo durante un’irruzione nella villetta, in un finto conflitto a fuoco, per dimostrare i legami tra sinistra legale e terrorismo rosso. Era un progetto arrischiato, non se ne fece nulla; parve sufficiente, per aiutare Fanfani, presentare all’opinione pubblica moderata le BR come fortissime e minacciose, tali da poter essere combattute solo da un governo forte, che il leader della DC avrebbe potuto costituire dopo la vittoria referendaria: c’era ancora in Parlamento una maggioranza centrista (quella del 1972), che avrebbe anche potuto aprire la strada a elezioni anticipate, secondo il modello francese del 1968. Ma Fanfani fu nettamente sconfitto, i servizi erano disorientati quanto la DC e a questo punto, in una situazione che permaneva destabilizzata, si inserì un nuovo elemento: il 28 maggio il Corriere della Sera pubblicò un’intervista a Sossi, liberato senza condizioni (le BR si erano accontentate del successo propagandistico) che descriveva l’organizzazione armata come superefficiente e informatissima; ma lo stesso giorno una bomba scoppiò a Brescia, provocando sei morti e decine di feriti, durante una manifestazione antifascista. I responsabili di questa strage, come di quella successiva, all’inizio di agosto, su un treno alla stazione di S. Benedetto Val di Sambro, non sono mai stati individuati. Credo che entrambe possano essere ragionevolmente attribuite alla mafia, per il ruolo da essa svolto nelle vicende italiane […] Si tratta, ancora una volta, di destabilizzare al fine di stabilizzare, non già con colpi di stato, ma per ottenere dalla DC una svolta a destra. Ma poiché non vi è un unico progetto e ci si trova di fronte a iniziative diverse, i vari soggetti agiscono secondo una propria logica. Così, mentre i servizi avevano agevolato il partito armato, la mafia imbocca la via dello stragismo, che verrà attribuito al terrorismo nero, in un’ottica di minaccia degli “opposti estremismi” contro i quali invocare – si è detto – “legge e ordine”, anche se il Nixon del successo di sei anni prima sta ora per ritirarsi sotto il peso dello scandalo Watergate. Ma questa situazione non sposta l’opinione pubblica verso destra, bensì verso sinistra, anche per l’evidenza di altri fattori, come la corruzione che si va diffondendo e che offusca l’immagine soprattutto dei partiti di governo (la primavera del 1974 è anche quella dei “pretori d’assalto” che fanno luce sul primo scandalo dei petroli). Così, quando Fanfani tenta la rivincita con le elezioni regionali del 1975, che imposta sulla necessità del ritorno all’ordine, il PCI ottiene un grande successo, presentandosi come il “partito dalle mani pulite”. Il segretario della DC viene sostituito da Zaccagnini, in un partito sempre più disorientato e nel quale riemerge la figura di Moro, alla guida di un governo bicolori col PRI ma sempre nell’ambito del centrosinistra, le cui controversie sul problema dell’aborto conducono al altre elezioni anticipate nel 1976. Queste fanno venir meno proprio quella possibile maggioranza di centro che era stata l’obiettivo delle operazioni eversive del precedente biennio. È in questo quadro politico generale che occorre collocare la posizione della Massoneria in un contesto nel quale, sotto il profilo delle trame, l’accento si sposta dal supposto stragismo di destra al partito armato della sinistra, in un succedersi di mosse e contromosse circa le quali occorre tener presenti alcune date: l’arresto di Curcio e Franceschini (settembre 1974), la morte di Margherita “Mara” Cagol alla vigilia delle elezioni del 1975 e il primo omicidio programmato, quello del procuratore Coco a Genova, alla vigilia di quelle del 1976. È in questa fase che si può individuare un disegno comune dei servizi, sempre al fine di evitare una presenza del PCI al governo, tanto più ipotizzabile dopo le elezioni del 1976: quello di lasciar operare il partito armato per determinare una situazione di emergenza che finalmente possa indurre la DC a bloccare la spinta a sinistra. I vertici della Massoneria condividevano questo disegno. Il fatto che al vertice dei riorganizzati servizi (SISMI e SISDE) vi fossero appartenenti alla P2 ha potuto far pensare che non solo il progetto fosse condiviso, ma che addirittura fosse gestito dalla Massoneria in quanto tale […] Va ancora una volta sottolineata la situazione di stallo nel sistema politico dopo le elezioni del 1976 (il governo Andreotti della “non sfiducia”), al quale corrisponde una recrudescenza di comportamenti collettivi ribelli, il movimento del 1977 […] Sono tutti fattori da tenere presenti – dal funzionamento del sistema politico ai comportamenti collettivi – per non ridurre la storia italiana di questi decenni a un succedersi di trame eversive, a una sorta di colpo di stato permanente, magari progettato sin dal celebre convegno della cultura di destra all’hotel Parco dei Principi (3 maggio 1965). Tra il giugno 1976 (elezioni e governo Andreotti) e il marzo 1978 (sequestro Moro) diversi fattori influenzano, quindi, una situazione nella quale il filo della presente narrazione è costituito dalla tolleranza dei servizi verso le iniziative del partito armato, utili a presentare condizioni di instabilità da fronteggiare con un governo d’emergenza imperniato su una DC in grado di rifiutare ogni collaborazione con il PCI (disegno che si realizzerà con il congresso DC del febbraio 1980). In questo contesto la posizione della Massoneria è così presentata dal suo più autorevole studioso[5]: “Renzo de Felice nel 1978 scrisse che ‘la Massoneria aveva in gran parte perduto il peso politico esercitato in passato, giacché il controllo del potere era passato ai partiti’. Nello stesso tempo il Gran Maestro del Grande Oriente, Lino Salvini, propalava tuttavia che l’Ordine aveva all’obbedienza da cento a centocinquanta parlamentari e lasciò immaginare che essi erano solo la punta del gigantesco iceberg liberomuratorio: coagulo di Fratelli sempre più numerosi e potenti. In rotta verso quale meta? Sospinti da correnti esogene o secondo un proprio piano di viaggio? E con quali obiettivi? Erano ormai in molti a domandarselo in Italia, anche perché allarmati dal poco che filtrava da inchieste in corso a proposito di vicende dai risvolti assai oscuri in margine alle quali, sia pure in modo confuso, era balzata fuori la sigla della Massoneria, senza alcun distinguo tra diverse Obbedienze né tra Supremi Consigli che si contendevano la sovranità sulla giurisdizione italiana e gareggiavano per ottenere riconoscimenti esteri, soprattutto da parte delle due Giurisdizioni degli Stati Uniti […]. I Corpi scozzesisti avevano un ruolo di primo piano per assicurare i riconoscimenti d’amicizia da parte delle Comunioni massoniche d’oltre Atlantico, di cui il Grande Oriente d’Italia aveva sommamente bisogno in una stagione che vedeva molti Fratelli di spicco – o ritenuti tali – inquisiti con le accuse più disparate. Tra l’altro veniva dato rilievo al fatto che il Procuratore Generale della Repubblica, Carmelo Spagnuolo, l’ambasciatore Edgardo Sogno, l’ex segretario del PSDI, Flavio Orlandi e altri illustri Fratelli, avevano rilasciato attestazioni a favore di Michele Sindona, arrestato negli Stati Uniti e la cui estradizione in Italia veniva caldamente sconsigliata, giacché – dicevano profeticamente i suoi mallevadori – il bancarottiere vi avrebbe corso pericolo di vita […]. Sogno si convinse che attraverso Sindona si intendeva colpire quanti si prodigavano senza riserve in una lotta frontale per impedire l’ingresso del PCI nel governo. Altro firmatario pro-Sindona fu Licio Gelli. Il 15 aprile 1977, da Lino Salvini, Gelli aveva avuto la delega ai “rapporti con i Fratelli inaffiliati, ossia con i Fratelli che non risultino iscritti ai ruoli né delle Logge, come membri attivi, né del Grande Oriente, come membri affiliati”. Il Gran Maestro precisò anzi: “Per effetto di tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e sollecitando quelle realtà che Tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria”. Ben inteso, la P2 figurava nella lista delle Logge regolari distribuite all’interno del circuito delle Comunioni riconosciute dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Gli iniziati giuravano “di non professare principi che osteggino quelli propugnati dalla Libera Muratoria”, ricevevano una tessera firmata dal Maestro Venerabile e dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia ed erano preventivamente dispensati dagli obblighi previsti per gli affiliati alle Logge ordinarie (frequenza dei lavori)”. Tra questi dispensati vi erano i maggiori responsabili degli appena riorganizzati servizi di sicurezza. E questa era la posizione dei vertici della Massoneria alla vigilia del sequestro Moro. La situazione politica era caratterizzata dal massimo di avvicinamento del PCI al governo, oggetto di preoccupazione al vertice dei servizi. Informati che le BR progettavano una grande operazione in concomitanza col processo ai capi storici in corso a Torino, i servizi la lasciarono compiere, sempre con l’obiettivo di dare la sensazione di una destabilizzazione da bloccare.
[1] Giordano Gamberini Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, si definisce filosofo spiritualista. È un pastore. Qualche pubblicazione gli attribuisce particolari rapporti con la CIA, ma non ho trovato conferme di questa valutazione. Il suo obiettivo principale è quello di ottenere l’ambito riconoscimento della Massoneria inglese, atteso per 110 anni e infine conseguito nel 1972.
[2] Roberto Ascarelli, Gran Maestro aggiunto di Palazzo Giustiniani, condivise la scelta di Gelli per “qualificare” la Massoneria italiana, onde accrescerne il prestigio.
[3] Paolo Inzerilli, generale, già ufficiale degli alpini, dal 1974 è stato trasferito ai servizi come direttore, sino al 1980, della sezione che gestiva l’organizzazione Gladio. Dal 1980 al 1986 è stato direttore della VII divisione del SISMI e, come tale, supervisore dell’organizzazione Gladio. Dall’ottobre 1989 al novembre 1991 è stato capo di Stato Maggiore del SISMI.
[4] La fonte è la relazione della Commissione parlamentare sulla P2, p. 17.
[5] Alfonso A. Mola, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 2001, pp. 760-763.
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da Giorgio Galli, La venerabile trama, 2007 Lindau

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Scritto da: pino | 31 luglio 2007 a 13:32
grazie per la segnalazione Pino
Scritto da: the educated monkey | 31 luglio 2007 a 14:16