Soltanto di una strage, quella di Peteano, si conosce il responsabile, ma perché è lui stesso, Vincenzo Vinciguerra, ad ammettere la propria colpa. Il 19 luglio 1984, dichiarerà al giudice Felice Casson: “Con l’attentato di Peteano, e con tutto quanto ne derivò, ebbi finalmente chiara consapevolezza che esisteva una vera e propria struttura occulta, capace di porsi come direzione strategica degli attentati e non, come in precedenza avevo pensato, una serie di rapporti umani, di affinità politiche. L’amicizia personale e il comune credo ideologico fra alcune persone inserite in apparati statali ed elementi di estrema destra non avrebbero mai potuto produrre livelli di copertura così estesi, e capaci di raggiungere i vertici dei servizi di informazione” […] Vincenzo Vinciguerra, lei è l’unico reo confesso – questo è il termine tecnico – di una strage. Se nell’84 non avesse preso l’iniziativa di parlare, il colpevole della strage di Peteano del 1972 forse non sarebbe qui a scontare l’ergastolo. In realtà, come va chiamata questa sua presunta confessione?
“Ci sono due punti importanti da chiarire: non c’è stata nessuna confessione. C’è stata un’assunzione di responsabilità, preannunciata in un interrogatorio ai magistrati di Bologna il 20 giugno 1984, che può e deve essere intesa come rivendicazione, eventualmente, dell’attentato; non atto di contrizione, come fa intendere il termine confessione. L’altro punto riguarda il termine di strage. Giuridicamente è strage qualsiasi fatto provochi la morte di più di due persone o comunque che ponga in pericolo l’incolumità di diverse persone. Su un piano morale, la strage è quella che colpisce indiscriminatamente obiettivi civili, falcia la popolazione civile, nelle banche, nelle stazioni ferroviarie, sui treni. Un obiettivo militare colpito nell’ottica di un attacco allo Stato non può essere messo sullo stesso livello dell’attentato di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, della stazione di Bologna” […]
In uno Stato di diritto, la parte che lei considera avversa non ha mai inteso partecipare a una guerra.
“Ma io dico di più. Dico una cosa diametralmente opposta alla sua. Dico che lo Stato ha dichiarato una guerra senza avvertire la popolazione e l’ha fatta, questa guerra; quindi i carabinieri di Peteano, lei ha ragione, non avevano colpe specifiche, su questo punto concordo, e proprio per questo non ho usato il termine rivendicazione, fino a oggi. Ma dire che non c’è stata una guerra, che non c’era una guerra, già nel 1972, è cosa inesatta”.
Guerra contro chi? Contro che cosa?
“Da parte mia guerra contro lo Stato, da parte dello Stato guerra contro questa nazione”.
Cioè lo Stato che fa la guerra a se stesso?
“Lo Stato strumentalizza oppositori, crea una situazione di scontro, destabilizza l’ordine pubblico al fine di stabilizzare l’ordine politico”.
Cominciamo dal principio. Lei apparteneva a Ordine Nuovo?
“Sì, ho iniziato la mia attività nel Movimento Sociale Italiano, poi sono passato a Ordine Nuovo”.
Ma voi non volevate un partito, volevate un fronte di guerra?
“Noi eravamo impegnati in una attività politica contro un sistema di partiti che non poteva trovare il nostro favore. Io non sono democratico, non ero democratico e rimango antidemocratico perché non credo alla democrazia, non credo che esista un regime democratico” […]
In quali circostanze maturò la decisione di compiere l’azione di Peteano?
“L’attentato di Peteano non matura in un giorno, nasce da una analisi, che inizia sul finire del 1969 e coinvolge l’esperienza mia personale in quella che è la valutazione del mondo neofascista. Dalla nostra azione e dall’analisi si arriva alla conclusione di uno scontro frontale con lo Stato. Peteano è stata un segnale” […]
Uccidendo dei carabinieri, che cosa contava di ottenere?
“Contavo di lanciare un segnale perché venisse meno questa strumentalizzazione che veniva fatta nel mondo neofascista da parte dei suoi dirigenti, i quali non potevano continuare a frequentare gli stati maggiori e i servizi di sicurezza e contemporaneamente proclamare la guerra al sistema e l’eredità della Germania nazionalsocialista” […]
È da soldato attirare tre vittime inconsapevoli in un tranello mortale?
“Ma questa non è la guerra classica. Questa è la guerra che i tecnici degli stati maggiori, compreso quello italiano, chiamano non-ortodossa. La guerra che ha per obiettivo le menti, le coscienze, i cuori e gli animi degli uomini, non i territori. La guerra non-ortodossa non risponde alle regole della guerra classica: e questo degli agguati, degli attentati, non è che un mezzo, uno dei tanti impiegati in questo tipo di guerra anche dai militari in uniforme ai quali, però, nessuno rimprovera l’adozione di certi metodi. Si rimprovera soltanto a coloro che non hanno un’uniforme visibile” […]
Lei allora dichiarò guerra a quello stesso Stato di fronte al quale, poi, per usare il suo stesso linguaggio, non confessa ma si assume delle responsabilità. Parrebbe esserci una incongruenza fra queste due cose e, in ogni caso, non rinuncio a farle queste domande: che cosa è successo nel frattempo? Poiché degli anni sono passati, in cui lei sarà pure cambiato in qualcosa! È cambiato lei o è cambiato lo Stato, sono cambiati gli scenari o le strategie? O è semplicemente un caso di coscienza e non è cambiato assolutamente nulla?
“Io non sono stato arrestato. Io mi sono costituito il 12 settembre 1979. anche questo si è prestato, poi, all’interpretazione di un atto di resa allo Stato e invece così non era. Ebbi modo di riflettere, pensavo già da tempo se dire la verità. E così decisi che era venuto il momento di contribuire al chiarimento, alla ricerca della verità su quella che era la strategia della tensione, la strategia delle stragi e del terrorismo, e mi assunsi la responsabilità di ciò che io avevo fatto. Non, quindi, in un’ottica di confessione”
Si è detto che lo Stato da lei combattuto avesse dei servitori cosiddetti deviati che conoscevano molte cose di voi, e di lei, prima e dopo Peteano.
“Questi servizi, ‘deviati’ tra virgolette, conoscono perfettamente il mondo neofascista. Su Peteano sono stati informati nei mesi seguenti all’attentato; non prima, prima non lo potevano né immaginare né prevedere. Quindi, non potevano nemmeno intervenire. Sono stati informati per via confidenziale nei mesi seguenti all’attentato con indicazione generiche e poi, nell’ottobre del 1972, hanno avuto in mano elementi concreti per poter provare la mia responsabilità nell’attentato di Peteano. Non lo hanno voluto fare, e non perché io ero un uomo da proteggere da parte di questi servizi, e tanto meno da parte dell’Arma dei carabinieri, ma perché il farlo contrastava con la strategia politica che stavano portando avanti”
È possibile che quei due servitori di due padroni, per così dire, l’abbiano strumentalizzata?
“No. Non vedo come potessero strumentalizzarmi. Si sono limitati l lasciarmi stare, a lasciarmi perdere, hanno continuato nella loro strategia che voleva che la violenza, in quel periodo, fosse esclusivamente di sinistra, e non anche di destra. Non hanno fatto nulla, in concreto, per strumentalizzarmi” […]
Ma lei si rende conto che il popolo, di fronte alla morte di quei tre carabinieri, ha detto ‘No’ a lei e a quanti la pensano come lei, se mi consente, e non è accaduto nulla e non c’è stata la sollevazione e lo Stato è rimasto quello che era?
“Ma il popolo non poteva dire di no perché non gli ho lanciato alcun messaggio. L’attentato di Peteano era un messaggio interno al mondo al quale appartenevo, non un messaggio diretto al popolo, che non poteva dire nulla, non poteva fare nulla perché al popolo è stata negata la verità. E oggi questa opinione pubblica a che cosa può dire no? Può prender atto che di fronte a un attentato che è costato la vita a tre carabinieri lo Stato nega la verità e chi ha compiuto l’attentato, invece, l’afferma. L’afferma prendendosi un ergastolo, facendosi un ergastolo, non rifiutandolo. Non chiedo nulla perché non ho nulla da chiedere a questo Stato, ma soltanto da dare quello che gli ho sempre dato: il disprezzo che merita”.
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da Sergio Zavoli, La notte della repubblica, supplemento a L'Unità del 17-19-22/01/1994 (3 volumi)







