Con una certa superficialità Corrado Simioni è stato spesso identificato con l’improbabile immagine del “grande vecchio” delle BR: più realisticamente, la Commissione Stragi l’ha qualificato come “figura enigmatica”. Scriverà su La Repubblica del 31 maggio 1999 Giorgio Bocca: “Mi toccò di andare a Chamonix per incontrare uno dei pretesi ‘grandi vecchi’, il professor Simioni del Superclan, che non era come si può pensare una specie di Spectre, ma un gruppo di giovani intellettuali ‘superclandestino’ che aveva saputo da alcuni esperti di informatica che il capitalismo sarebbe crollato nel 1973 e si preparava a sotterrarlo nel più assoluto segreto. Il tutto avveniva a Parigi, dove aveva aperto una scuola di lingue, la Hyperion. Il luogo dell’incontro era degno di un grande vecchio, nella casa di legno di Balmat, il leggendario scalatore del Monte Bianco. Il professor Simioni era amico degli eredi del giro dell’Abbé Pierre. Mi parve di capire che Simioni e i suoi ringraziassero il cielo di essere espatriati in tempo e di non essere entrati nella catena infernale del terrorismo”. Nato a Venezia nel 1934, dalla fine degli anni Cinquanta Corrado Simioni milita nella corrente autonomista del PSI in stretto contatto con Bettino Craxi e Silvano Larini, ma nel ’65 viene espulso dal partito con la non meglio precisata accusa di “condotta immorale”. Trasferitosi a Monaco di Baviera, collabora con Radio Europa Libera – che con le sue frequenze riesce a inondare di informazioni democratiche i Paesi d’oltre cortina. Sempre a Monaco frequenta un corso di teologia. Nel ’67 lo ritroviamo a Milano, dove lavora alla Mondatori collaborando però anche con l’USIS (United States Information Service), un’istituzione culturale americana, e non solo, vista la sua fornitura di intelligence alla CIA. Nel 1970, dopo la rottura con Curcio [entrambi figurano tra i fondatori del CPM, il collettivo politico metropolitano all’interno del quale si formò il nucleo primigenio delle Brigate Rosse], Simioni fonda il Superlcan, criticando l’avventurismo delle nascenti BR. Ma anche lui è soggetto a critiche, anzi, a veri e propri sospetti: per Lotta Continua è un confidente della polizia, per Avanguardia Operaia del SID. Poi per un decennio di Simioni si perdono le tracce, finché in un’intervista Bettino Craxi dichiara: “forse il grande vecchio delle BR è qualcuno che ha fatto l’università in mezzo a noi”. Nell’82 il leader socialista invierà una lettera a Simioni a Parigi, in cui dichiarerà di non aver mai fatto il suo nome in quell’intervista. Questa la risposta di Simioni: “Bettino l’ho conosciuto negli anni Sessanta. Forse, ma questa è solo la mia ipotesi, ha voluto cautelarsi. Quando in Italia si è cominciato a parlare del trio Berio-Simioni-Mulinaris, Craxi può aver pensato che gli conveniva attaccarmi. Per evitare di essere attaccato lui”. A questo punto Simioni, che per il generale Dalla Chiesa era “un’intelligenza a monte delle Brigate Rosse”, scompare nuovamente. “Corrado Simioni, che io ho conosciuto benissimo – dirà Alberto Franceschini nel marzo del 1999 nel corso della 50° seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia – ha una storia politica di questo tipo: innanzitutto era nel Partito socialista insieme a Craxi e avevano circa la stessa età. Faceva parte della corrente autonomista del Partito Socialista milanese da cui fu espulso nel 1963 per indegnità morale (riferisco dati che mi sono stati raccontati proprio da lui, per cui andrebbero tutti verificati). Io gli chiesi se per essere espulso dal partito aveva per caso rubato la cassa, ma egli mi rispose che si trattava di una questione di donne; tra lui e Craxi c’era una concorrenza per donne, poi non so se questo corrisponde a verità. Sta di fatto che negli anni 1964-65 Simioni scomparve dall’Italia e si recò a Monaco, in un istituto di cui non ricordo il nome, per studiare teologia e latino. Infatti mi resi conto della sua preparazione e gli chiesi se per caso aveva studiato da prete, e lui mi rispose di aver studiato teologia a Monaco. Me ne parlò come di un fatto di interesse culturale, intellettuale, niente di strano. Poi ricomparve in Italia col movimento studentesco del 1968. Comincia a gironzolare all’interno del movimento, proponendo ai vari leader e agli studenti un quotidiano del movimento, per il quale diceva di avere i soldi e gli strumenti. Questo era il suo progetto. Diceva di essere un giornalista della Mondatori: sono notizie che andrebbero verificate. Lo conosco bene perché poi fondò insieme a Curcio il Collettivo Politico Metropolitano. Io a quei tempi ero a Reggio, ero uscito dalla FGCI e dal Partito Comunista e avevamo fondato un collettivo nella nostra città. Entrammo in contatto con questo Collettivo Politico Metropolitano e lo conobbi attraverso il CUB della Pirelli. Poi però i rapporti si deteriorarono velocissimamente. Con lui già si parlava di lotta armata: era uno di quelli che spingeva di più verso la lotta armata, tant’è che l’occasione della rottura tra Curcio e me da una parte, e lui e il suo gruppo dall’altra avviene nel settembre 1970, di fronte ad alcune sue proposte che ritenevamo assolutamente avventuriste, come si diceva allora, totalmente demenziali, diremmo oggi. La prima proposta che fece all’inizio di settembre fu di uccidere il principe Junio Valerio Borghese, invitato a un comizio in piazza a Trento da Avanguardia Nazionale. Diceva di aver già preparato tutto: aveva i cecchini e si doveva andare lì a ucciderlo. Siamo nel settembre 1970. il fatto veramente inquietante era che la colpa dell’assassinio di Borghese doveva ricadere su Lotta Continua, che andava formandosi allora. Aveva una teoria del ‘tanto peggio tanto meglio’: l’unica via rivoluzionaria era la lotta armata e questi gruppi semilegali costituivano un freno. Bisognava fare l’attentato e sbarazzare il campo da Lotta Continua che si stava formando. La proposta gli venne rifiutata. La seconda proposta era connessa al viaggio di Nixon in Italia alla fine di settembre. Ci propose di uccidere due ufficiali della NATO a Napoli: diceva di avere preparato tutto, anche se poi non si capiva mai chi fossero queste persone che, dietro di lui, avevano preparato tutto. noi non dovevamo farlo: dovevamo essere d’accordo con lui a gestire le operazioni in un certo modo. Rifiutammo anche questa proposta e decidemmo di bruciare la macchina di un capo reparto della Siemens. Dicevamo che le sue proposte erano follie, che bisognava partire dalle fabbriche e così decidemmo l’azione contro il capo della Siemens. Su questo ci fu una rottura tra noi e lui e il suo gruppo. Noi chiamavamo questo gruppo ”Superclan”, nel senso di superclandestino. Loro comunque operarono in Italia fino al 1973-1974, poi sciolsero questa organizzazione e se ne andarono a Parigi dove aprirono l’Hyperion. Successivamente, quando sono venute fuori queste cose su di lui, Simioni concesse una intervista all’Espresso al giornalista Scialoja, l’unica intervista che ha fatto, alla fine degli anni Ottanta, rimi anni Novanta. Nell’intervista lui risponde dando un quadro di sé assolutamente irreale: dice di essere sempre stato un pacifista, un intellettuale, di non aver avuto nulla a che fare con Curcio e Franceschini che erano due terroristi. Una ricostruzione al contrario: potete credermi o non credermi, ma io lo conosco e tutto quello che lui dice nell’intervista è falso. Ma la cosa inquietante dell’articolo, che vi inviterei a cercare, è che esso appare corredato da un’unica foto nella quale si vede Papa Giovanni Paolo II, l’Abbé Pierre, e tra i due Simioni. Il messaggio era chiaro. Il punto è che in questo gruppo certamente ci sono altri personaggi interessanti che forse tutti voi, i magistrati, hanno sottovalutato. Duccio Berio era il braccio destro di Simioni: suo padre era un famoso medico milanese, ebreo, a suo dire legato ai servizi israeliani. Ho quasi la certezza che il canale attraverso il quale fummo contattati passava per questa persona. C’era poi una francese, del giro di Mani Tese, Françoise Tuscher, che era la nipote dell’Abbé Pierre. Quest’ultimo era un personaggio importantissimo in Francia nell’attività di volontariato, che aveva fatto la resistenza insieme a De Gaulle, era uno dei suoi uomini di fiducia sin dalla partenza dall’Algeria. Inoltre Duccio Berio era il genero di Malagugini: sua moglie, Silvia Malagugini, era la figlia di Alberto Malagugini, uno dei boss della giustizia nel Partito Comunista. Un ultimo dettaglio sulla storia dell’Hyperion, che forse può essere inquietante: nel dicembre 1973 facemmo il sequestro Amerio, che era un dirigente del personale della FIAT di Torino: fu il primo sequestro rilevante, perché durò tutta una settimana; prima c’era stato quello di Macchiarini, durato soltanto alcune ore. Noi gestimmo tutto il sequestro contro il compromesso storico. Apparve su Rinascita un articolo di Berlinguer che lanciava il compromesso storico e noi interpretammo il contratto FIAT di quell’epoca come la prima verifica di questa possibile strategia di compromesso storico. Pochi mesi dopo la fine del sequestro, nel gennaio 1974, attraverso Piero Morlacchi, che era un compagno di Milano, clandestino, legato al PCI, che aveva due fratelli che lavoravano all’Unità, uno come giornalista e l’altro come tipografo, ci contattarono dicendoci di consegnarci ai magistrati perché ormai le cose si facevano pesanti e ci sarebbero stati arresti in massa. Quindi io e Morlacchi dovevamo consegnarci. Questa informazione ci veniva dal PCI, ovviamente; poiché noi due eravamo considerati compagni di fiducia e affidabili, mentre gli altri non si sapeva chi fossero, ci proposero di consegnarci (anche perché è ovvio che il nostro arresto poteva coinvolgere il PCI per la nostra storia personale) ai magistrati, in particolare a Di Vincenzo, e di nominare come avvocato Alberto Malagugini, che quindi doveva essere il tramite di questa operazione. Noi ci rifiutammo di consegnarci, mentre i componenti del Superclan si consegnarono: Simioni e gli altri andarono dal magistrato, fecero non so quali dichiarazioni, chiusero tutti i loro conti con l’Italia, e se ne andarono a Parigi. Queste cose le so con certezza. Ovviamente, noi vedevamo questi dell’Hyperion, che allora non si chiamava così e che noi chiamavamo Superclan, come il fumo negli occhi. Noi ritenevamo Simioni e gli altri di quel giro come dei provocatori nel vero senso della parola, però non sapevamo al servizio di chi. Potevano benissimo essere al servizio del KGB, come anche della CIA. Per come l’ho conosciuto, Simioni più che altro era un avventuriero”. Così invece Renato Curcio parla di Simioni: “Tutto cominciò da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arrivò con l’intenzione di conquistarsi una posizione egemonica all’interno dell’agonizzante Sinistra Proletaria: pronunciò un intervento particolarmente duro e sostenne che il servizio d’ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riuscì, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: senza avvertire nessuno propose ai responsabili del servizio, alle nostre ‘zie rosse’ (le donne dell’organizzazione) delle azioni illegali e degli attentati inconcepibili per un’organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e praticamente aperta a tutti. Tra l’altro si rivolse a Margherita Cagol per chiederle di piazzare una valigetta di esplosivo sulla porta del consolato USA di Milano. A quel punto Margherita, Franceschini e io ci trovammo d’accordo nel giudicare le sue idee avventate e pericolose. Decidemmo così di isolarlo assieme ai compagni che gli erano più vicini: Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle BR e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l’automobile di Pellegrini. Simioni radunò un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Françoise Tusher, nipote del celebre Abbé Pierre: si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C’erano però degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, superclandestina, che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati una volta superata la caotica situazione di transizione in cui ci trovavamo”. Secondo le rivelazioni di molti pentiti, il Superclan nacque con la velleitaria pretesa di egemonizzare e coordinare le varie organizzazioni terroristiche. Fra gli episodi raccontati c’è quello riguardante un attentato dinamitardo contro la sede dell’ambasciata statunitense di Atene […] il piano prevedeva la presenza di una donna e Simioni si rivolse a Maria Elena Angeloni, che perse la vita a causa di un difetto dell’ordigno esplosivo. Sarebbe stata proprio questa la causa della definitiva rottura tra Curcio e Simioni, come ha confermato Alfredo Buonavita alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Terrorismo in Italia. Commissione che fra l’altro chiese a più riprese alle autorità di polizia e ai servizi che svolgessero serie indagini sull’istituto parigino di Simioni, senza però otenere nulla a causa della mancata collaborazione sei servizi francesi. E questo, forse perché un‘irruzione della polizia francese nei locali dell’Hyperion su richiesta della magistratura padovana, non portò ad alcun risultato (va però ricordato che una fuga di notizie pubblicata dal Corriere della Sera preannunciò quell’irruzione). Altre notizie sull’Hyperion sono state fornite dal pentito Michele Galati, secondo il quale l’istituto fu creato con lo scopo di dare protezione a vari latitanti oltre che per stabilire collegamenti con organizzazioni quali l’IRA, l’ETA e l’OLP. L’Hyperion sarebbe quindi diventato un canale di collegamento tra le BR e alcuni settori minoritari dell’OLP per la fornitura di armi. Caratteristiche, queste confermate da un altro pentito, Antonio Savasta, che, pur affermando di non aver conosciuto personalmente né l’istituto né i militanti che lo frequentavano, era a conoscenza del fatto che della rete messa in piedi dall’Hyperion si erano serviti numerosi brigatisti costretti a espatriare. Savasta conferma inoltre un altro punto messo in luca da Galati, e cioè che i contatti fra le BR e l’istituto di Simioni erano gestiti in prima persona da Mario Moretti, che si recava a Parigi accompagnato spesso da Anna Laura Traghetti […] Sostiene Moretti: “non sopportavo il modo di fare di Simioni. Cominciavamo appena a fare qualcosa di concreto oltre le chiacchiere, non c’era ancora un progetto definito, ma una cosa io e i compagni della mia stessa formazione avevamo chiara in testa: sarebbe stato un disastro se si fosse andati a qualcosa di men che controllabile. Simioni era l’opposto. Aveva la mania della segretezza, un po’ millantatore e un po’ suggestionato dai romanzi di spionaggio. Ma ci voleva altro che dar qualche nome della guerriglia latino-americana per coinvolgerci in avventure non trasparenti. Un dissidio sul metodo era più che sufficiente per dare un taglio netto, almeno per me. Se accetti dei livelli di segretezza, accetti una gerarchia. Con Simioni avevamo chiuso fin dal CPM, non lo vedemmo più e apprendemmo dai giornali che era finito a Parigi. Avevamo in Francia dei compagni espatriati alcuni anni prima, che erano in grado di collegarci con tutti i movimenti rivoluzionari di una certa consistenza. A Parigi c’erano più o meno tutti e si arrivava attraverso canali riservati, ma non segretissimi. Avevamo un credito che ci consentiva di incontrare chi volevamo. Mi mossi su Parigi dall’inverno del 1978 al 1981. ma fu un compito al quale mi dedicai saltuariamente. Sapevo fin troppo bene qual era il nostro stato reale, grande capacità operativa ma anche grandi difficoltà politiche. Con i rapporti internazionali non ne avremmo risolto neppure una. Mi fermavo a Parigi non più di un giorno o due, come se facessi una riunione d’un’altra colonna. Prendevo l’aereo la mattina presto a Roma e tornavo con un altro aereo la sera a Milano. Se penso che ero tra i brigatisti più ricercati e passavo quattro volte in un giorno i controlli di frontiera, dev’essere vero che ero matto, come mi dissero una volta i palestinesi”.
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da Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, 2007 Newton Compton Editori



