« febbraio 2007 | Principale | aprile 2007 »
Scritto da ProfessorGonzo nella invariante biologico e potere politico | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Profondamente misogino e autoritario, il fondatore della FIAT [Giovanni Agnelli] aveva conservato un forte attaccamento alla disciplina e al rigore degli anni trascorsi all’Accademia Militare di Modena e alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo. E Giovanni I aveva motivo di essersi irrigidito. La nipote Susanna ricorda di averlo visto versare lacrime alle esequie dell’unico figlio maschio, Edoardo. Di ritorno da Forte dei Marmi, dopo un ammaraggio perfetto su un mare liscio come l’olio nel golfo di Genova, l’idrovolante con a bordo Edoardo Agnelli urta un tronco d’albero che lo fa ribaltare. Scagliato in mare, Edoardo viene colpito alla nuca [e decapitato] da un’elica […] Giunto all’ospedale di Genova, il vecchio Senatore si raccoglierà per dieci minuti di fronte alle spoglie del figlio prima di risalire in auto per Torino […] Nato il 13 agosto 1866 a Villar Perosa, un piccolo comune agricolo arroccato sui fianchi della Val Chisone, dove si è trasferito il padre dopo aver fatto fortuna con l’allevamento dei bachi da seta, Giovanni I viene spedito alla prestigiosa Scuola di Cavalleria di Pinerolo. Ma si stanca presto della vita di guarnigione. A 26 anni, il giovane tenente di cavalleria si stabilisce nella casa avita sulle colline del paese, che il padre ha riscattato dal marchese Turinetti di Priero […] A 30 anni, nel 1896, Giovanni Agnelli si installa definitivamente a Torino, affidando le terre di Villar Perosa a un fattore. Ben presto, dopo la creazione della FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) il primo di luglio del 1899, l’azienda diventa il suo universo esclusivo. All’epoca Antonio Gramsci lo descrive come “il più audace e tenace dei capitani d’industria italiani, un ‘eroe’ del capitalismo” […] Con la scoperta dell’automobile, l’ex tenente di cavalleria si sente presto investito di una missione da compiere. Nel centro storico della FIAT è ancora appeso il quadro commemorativo della fondazione dell’azienda, nata come hobby di aristocratici piemontesi. Vediamo il conte Emanuele di Bricherasio, grande ammiratore dell’opera di Karl Marx, il conte Roberto Biscaretti di Ruffia, appassionato di pittura, musica ed escursioni in montagna, l’avvocato Cesare Goria-Gatti, fanatico di gare sportive, e, solo in seconda fila, l’ex ufficiale di cavalleria, discreto e sorridente, i baffi fini piegati verso l’alto […] Seppur principale animatore dell’iniziativa, non fu Giovanni Agnelli a investire più fondi in origine. Quando nasce la FIAT, con un capitale di ottocentomila lire, la quota del trentatreenne Giovanni Agnelli non supera le 150 azioni per un totale di trentamila lire. Solo alla fine del 1902, quando sarà nominato amministratore delegato con tutti i poteri in mano, consacrerà all’impresa la maggior parte del suo patrimonio. Nel 1901 la produzione della FIAT è di 73 automobili, per balzare poi a 1149 esemplari nel 1906, anno della sua quotazione in Borsa. Com’è riuscito Giovanni I, nel giro di qualche anno, a diventare primo azionista del gruppo, attraverso una serie di operazioni finanziarie, aumenti di capitale e frazionamenti di titoli? La risposta degli storici non è di limpidezza assoluta. Di tutti i soci lui fu senza dubbio il più visionario, e anche il più abile manovratore. Ed è sempre lui, il fondatore della dinastia Agnelli, a trovarsi padrone incontrastato dopo un crollo del titolo FIAT in Borsa e una grave crisi finanziaria, nel 1907. L’anno successivo scoppia uno scandalo in Borsa: il presidente della FIAT Lodovico Scarfiotti e l’amministratore delegato Giovanni Agnelli sono imputati per “manipolazione dei corsi” e per falso in bilancio. Ma, per decisione della Corte d’Appello, il 16 luglio 1913, saranno prosciolti perché il fatto non sussiste, anche se i giudici deplorano il fatto che gli amministratori si siano lasciati andare “a un traffico smisurato dei titoli FIAT senza scrupoli e senza ritegno”, anche se non perseguibili penalmente. Partendo dall’intuizione sull’avvento dell’automobile come prodotto di massa non più riservato a una minoranza privilegiata, a Giovanni Agnelli non resterà che abbracciare le svolte della Storia […] La Prima Guerra Mondiale ha permesso al gruppo torinese di compiere un formidabile balzo in avanti. Fra il 1915 e il 1918 la FIAT aumenta di dieci volte l’organico (arriva ormai a 40.510 dipendenti) e passa dal trentaseiesimo al terzo posto tra le imprese industriali nazionali, dietro l’ANSALDO e l’ILVA. La società rappresenta il 96% della produzione automobilistica nazionale e l’80% dei motori d’aviazione. Lavoratore instancabile, impareggiabile negoziatore, Giovanni I si dedica anima e corpo al consolidamento del suo impero industriale con il braccio destro, il massone Vittorio Valletta, al suo fianco. Al fondatore della dinastia viene attribuita una visione trascendentale dell’azienda, quasi religiosa. Potente ma solo, dopo la morte prematura del figlio Edoardo riverserà tutto l’affetto represso sul nipote Gianni […] Nell’autunno 1942, a ventitre anni, il futuro Avvocato è così nominato vicepresidente della FIAT […] Quando Giovanni Agnelli riceve, il 18 marzo 1923, l’annuncio della sua nomina a senatore a vita, non ha mai avuto occasione di incontrare il Duce. Il fondatore della FIAT è l’unico industriale a beneficiare di questa prima infornata del nuovo regime. “Il Duce sa chi è l’onorevole Agnelli ed è per quello che l’ha proposto senatore, riparando a un’imperdonabile dimenticanza dei precedenti capi di governo. L’onorevole Agnelli ha dato moltissimo per la propaganda fascista sostenendo giornali rappresentanti la più vera espressione del fascismo” illustra Raul Ghezzi nel settembre 1923. In realtà, il Duce cercava soprattutto di assicurarsi l’appoggio di un pilastro essenziale della grande borghesia. Non ignorava le simpatie di Giovanni Agnelli per il “neotrasformismo giolittiano” di Giovanni Giolitti – “né reazione né rivoluzione” – una sorta di centrismo che aveva sedotto la classe dirigente […] Per temperamento, il suo unico figlio maschio Edoardo (il padre di Gianni) era tutto l’opposto del Senatore.
Cordiale e comunicativo, particolarmente a suo agio nell’alta società, frequenta con assiduità i salotti e i circoli più esclusivi dove incontra la futura moglie, la principessa Virginia Bourbon del Monte, che gli darà sette figli. Nella Torino degli anni Venti, i due danno l’idea di essere una coppia di regnanti. Lo stesso Umberto II, ultimo re d’Italia che regnò per venticinque giorni, dal 9 maggio al 2 giugno del 1946, e la moglie Maria José, presenziavano volentieri ai brillanti ricevimenti indetti da Edoardo e Virginia Agnelli, quando erano di passaggio a Torino. Si dice che Edoardo non sia mai riuscito realmente a prendere piede in FIAT, anche se nel dicembre del 1922 è stato ammesso nel consiglio di amministrazione. In compenso, come appassionato di sport e di turismo ha un ruolo decisivo nello sviluppo della Juventus, che trasforma in “gran Signora” del calcio italiano, e nel lancio della stazione di sport invernali del Sestrière nel 1932, la quale diventa una delle località sciistiche meglio attrezzate d’Europa. E di sicuro è più entusiasta del padre nei confronti del regime fascista. In un articolo comparso sulla rivista “Bianco e Rosso” del 31 luglio 1935, Angelo Appiotti racconta come, nelle ore più cupe del caso Matteotti, il deputato socialista rapito e trovato morto nel 1924, la milizia torinese, in pieno smarrimento, si rivolga a Edoardo Agnelli, “il fascista più ricco di Torino” per ottenere aiuto finanziario. “Ci accolse fraternamente, affettuosamente. Comprese il nostro bisogno e ci diede tutto quello che chiedevamo, a lungo ci parlò di Mussolini e in termini tali che ci rimasero indelebilmente nel cuore. Capimmo di avere in Edoardo Agnelli un camerata che non avrebbe defezionato mai”. Nonostante le pressioni insistenti di Roma, il Senatore rifiutò, tuttavia, di “sacrificare suo figlio alla politica”, dissuadendo Edoardo a presentare la sua candidatura di deputato, nel febbraio 1934, come rappresentante della Corporazione dell’industria metallurgica, sulla lista unica proposta dal Gran Consiglio del Fascismo, in vista del plebiscito per la formazione della camera dei deputati […] “Io mi preoccupo tutti i giorni, dalla mattina alla sera, lavorando senza contare le ore di lavoro, di dare il massimo possibile agli operai”. Pronunciata all’epoca della seconda visita alla fabbrica modella della FIAT il 24 ottobre 1932, in occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma, la frase del Duce viene pronunciata di fronte a venticinquemila operai, impeccabilmente radunati dai capisquadra sin dalle prime ore del mattino secondo un piano meticoloso e con un ordine perfetto […] Il Senatore ha serbato per l’occasione delle perle di eloquenza. “Dinnanzi a voi stanno venticinquemila lavoratori della FIAT. Una fiera commozione pervade questa moltitudine del lavoro, impiegati e operai, donne e uomini, giovani e anziani; la commozione che tutti sentiamo nel rivedervi al Lingotto, al compiersi del primo decennio della vostra sublime fatica. Questo sentimento che ogni vero italiano nutre per voi è fatto di ammirazione e di gratitudine. Ammirazione per la vostra personalità dominatrice, gratitudine per la formidabile opera di governo”. A margine della cerimonia ufficiale, in cambio della firma sull’ordine definitivo di espulsione della FORD italiana appena promulgato dal Duce, il Senatore gli consegna un promemoria che garantisce al regime la fornitura di materiale FIAT alla Turchia, alla Bulgaria, alla Grecia e all’Argentina.
Qualche giorno più tardi, tramite il prefetto di Torino, il capo del governo fa sapere a Giovanni Agnelli I che il suo ingresso nel Partito Nazionale Fascista è considerato “opportuno”. Sulla scia di tutto ciò, il fondatore della FIAT prende la tessera del partito, nello stesso periodo di altri dirigenti del gruppo torinese e dell’industriale Alberto Pirelli […] A differenza di Louis Renault che fu incarcerato a Fresnes nel 1944, l’anno della sua morte, per collaborazionismo con il regime di Vichy, pare che Giovanni Agnelli abbia saputo prendere, relativamente in anticipo, le distane dal fascismo. Ma più per disaccordi strategici che non per divergenze ideologiche. Secondo lo storico torinese Vario Castronovo, sin dall’autunno 1937, Giovanni Agnelli non nasconde i primi segni di malcontento nei confronti della politica economica del Duce. Non è tanto la dottrina a turbarlo, quanto l’impatto concreto delle scelte economiche del regime sulla sua azienda. Il peso della politica autarchica nazionale è poco conveniente per la fabbrica torinese, desiderosa di stringere alleanze internazionali. In una conversazione telefonica intercettata dalla polizia segreta del regime, e la cui trascrizione finisce sulla scrivania del Duce, Giovanni Agnelli definisce addirittura “una porcata” l’imposta del 10% sulle società per azioni, varata nell’ottobre 1937 per rimediare alla disastrosa situazione della finanza pubblica. Questo non gli impedirà di accogliere il Duce in grande uniforme fascista nel maggio 1939 a Torino, per l’inaugurazione della fabbrica di Mirafiori. E di partecipare attivamente allo sforzo per il rilancio della produzione militare a partire dall’autunno del 1941. “Torino, intatta nella sua virilità morale, nella sua disciplina fattiva, saprà superare la crisi e sviluppare i compiti che la Patria le ha assegnato” scriveva il Senatore a Mussolini il 15 febbraio 1943. ma è una posizione obbligata. Come quasi tutti gli altri grandi industriali italiani i dirigenti FIAT hanno già cominciato a stringere i primi contatti con le forze antifasciste. Nel corso dei seicento giorni della Repubblica di Salò i legami tra FIAT e Alleati si rafforzano. Dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, viene affidata una missione diplomatica a un uomo della FIAT, Giovanni Fummi, nel tentativo di allacciare un dialogo con gli Alleati. Questo non impedirà al Comitato di Liberazione Nazionale di condannare severamente i dirigenti della FIAT all’indomani della Liberazione, nell’aprile 1945. prima ancora che le truppe alleate giungano a Torino, la gestione dell’impresa è affidata a quattro commissari designati dal CLN. Il comitato di agitazione della FIAT, essenzialmente composto da sindacalisti comunisti, invita la commissione di epurazione del CLN a condannare il direttore generale della FIAT Vittorio Valletta, come colpevole di collaborazionismo e “traditore della patria”. Per i difensori del Senatore, “il gruppo non poteva svolgere una politica contraria al governo senza mettere a repentaglio la sorte delle aziende, e quindi tenne una linea di condotta basata esclusivamente sulle necessità del partito… Se Agnelli avesse assunto posizione apertamente ostile al fascismo, si sarebbero allontanati il consiglio e la direzione in carica per far posto a una schiera di gerarchi incompetenti” aggiungono i difensori del Senatore, facendo leva sulla “larga considerazione di cui godeva presso i più grandi gruppi economici americani e inglesi”. Il 23 marzo 1945, in ogni caso, la Commissione Provinciale di Epurazione torinese non voterà per la destituzione di Giovanni Agnelli né tantomeno per quella di Vittorio Valletta e del vicepresidente FIAT Giancarlo Camerana. Solo il secondo si vedrà imputare l’accusa più grave di collaborazionismo con i tedeschi. Il vecchio Senatore apprenderà la notizia della sua riabilitazione e della rimozione della confisca dei suoi beni solo qualche giorno prima di morire […] “Forse i comunisti avevano pensato di mettere le mani sulla FIAT. Ma nell’estate del 1945 già non ci credeva più nessuno” ricorderà Gianni Agnelli.
__________________________________________________________________________
da Pierre de Gasquet, Agnelli. Fasti e decadenza di una famiglia, 2007 Edizioni Piemme
Scritto da kristian nella Agnelli, Libri, PCI, politica, USA | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)
è il titolo del nuovo album dei Kings of Leon, in onore di un incontro annuale di preghiera frequentato dagli allora giovanissimi fratelli Followill (figli di un sacerdote pentecostale). Il primo singolo (ascoltato live on stage al David Letterman Show) si intitola On call. Buon ascolto.
Scritto da kristian nella audio , mp3, pop | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
La VI edizione del Festival del proletariato giovanile, tenutasi al parco Lambro di Milano dal 26 al 29 giugno 1976, è a suo modo un evento storico, organizzato dalla rivista di controcultura Re Nudo con l'appoggio di alcune organizzazioni extraparlamentari come Lotta continua, il Partito Radicale, la Quarta internazionale. Re Nudo è una realtà importante dell'area che oggi si direbbe antagonista [...] Il riferimento politico-culturale di Re Nudo non sono né gli Stati comunisti né le lotte di liberazione terzomondiste, bensì le controculture statiunitensi, l'underground, la cultura beat, i movimenti afro-americani, le droghe, la psichedelia. L'unica internazionale frequentata dai renudisti è, al limite, quella situazionista [...] secondo Re Nudo non c'è rivoluzione possibile senza un percorso di liberazione personale [...] la strada per l'emancipazione della collettività parte dal cercare una verità in proprio [...] Cresciuto di anno in anno per importanza e seguito di pubblico, alla sua sesta edizione il festival di Re Nudo è uno degli eventi politici più attesi dell'anno. Non tradirà le aspettative [...] Il 26 giugno 1970 in decine di migliaia si accampano al Lambro per seguire i numerosi concerti in programma nei quattro giorni del festival, mentre le prime radio libere (Radio Milano Centrale, Canale 96) diffondono a staffetta le note che arrivano dal palco principale. L'ingresso costa 1000 lire, ma in un modo o nell'altro i due terzi dei partecipanti riescono a entrare gratis [...] Alberto Grifi, forse il più celebrato dei registi dell'underground italiano, gira nell'occasione un instant-movie, Parco Lambro, che è oggi un documento storico formidabile.
___________________________________________________________________________
da Stefano Cappellini, Rose e pistole. 1977. Cronache di un anno vissuto con rabbia, 2007 Sperling & Kupfer Editori
Scritto da kristian nella Libri, mpeg, Parco Lambro, politica, pop, video | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Scritto da ProfessorGonzo nella Inumani, invariante biologico e potere politico, pop | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
In pieno clima di mobilitazione per Trieste, l’8 marzo 1952 esplode una bomba in mezzo a un corteo di missini che stanno per dare l’assalto alla sede del Fronte Sloveno della città giuliana. Restano gravemente feriti, tanto che entrambi rimarranno invalidi, due esponenti dell’ala combattentistica: Fabio De Felice e Cesare Pozzo. Il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori ne fa dei martiri e impone al partito, inizialmente refrattario, la candidatura dei due alla Camera in Veneto. Entrambi, appoggiati da tutto l’apparato giovanile e nazionalista missino, verranno eletti deputati nelle elezioni dell’anno successivo. Ma prima delle elezioni, che si tengono il 7 giugno 1953, avviene un episodio che farà molto rumore e che ancora oggi fa discutere: l’incontro tra il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della difesa a Salò, e Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. I due partecipano insieme a un comizio ad Arcinazzo, in Ciociaria, zona di origine del primo e feudo elettorale del secondo. È domenica 3 maggio. Graziani, entrato da poco nel MSI, si trova ad assistere a un comizio di Andreotti, quando, su invito dell’esponente democristiano, sale a sua volta sul palco. Incalzato dal giovane delfino di De Gasperi, Graziani, che politico non è mai stato, si trova in evidente difficoltà quando Andreotti gli fa notare che votare per il MSI significa oggettivamente fare un favore ai comunisti, perché così si indebolisce l’unico partito che può tenere testa al pericolo rosso, cioè la DC. Così, messo alle strette, finisce per fare professione di anticomunismo e di filoatlantismo, sperticandosi in una serie di elogi nei confronti del governo democristiano. Ecco alcuni passaggi del suo contestatissimo intervento: “È da ciechi o da persone in malafede non dare atto al governo democristiano dell’opera grandiosa svolta per far rinascere la nostra Patria. L’onorevole De Gasperi, in un suo recente discorso, per la prima volta ha detto testualmente: ‘Riconosco che il fascismo ha costruito, ma noi abbiamo fatto assai di più’. Questo onesto riconoscimento è un gesto di onestà di cui va dato atto […] Se l’Italia si dovesse trovare coinvolta, sia pure a scopo difensivo, in un conflitto mondiale che minacci il mondo intero, noi combattenti del MSI non faremmo questione di obiezione di coscienza, nuova forma di diserzione, né porremmo alcun pregiudizio ideologico. I soldati che mi seguono sono pronti a dare la loro opera e ad accorrere in difesa della Patria in pericolo” […] Il giorno dopo scoppia il finimondo: l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si scaglia contro questa operazione, condotta da un componente autorevole del governo, che viene giudicata “lesiva della democrazia e della memoria di tutti coloro che in tutte le guerre hanno fatto sacrificio della propria vita”. Viene quindi rivolto un invito a tutti i partigiani affinché “non sia permesso ai criminali che portarono l’Italia alla catastrofe e che intendono essere recidivi, di riapparire sulla scena politica col compiacente appoggio dei traditori della Resistenza”. Comunisti e socialisti lanciano attacchi furibondi ad Andreotti e a De Gasperi. Ma anche nel MSI la reazione è violenta. Gli estremisti accusano Graziani di essersi fatto strumento di un’operazione chiaramente tesa a far votare per la DC. Il partito costringe il maldestro “soldato” a ritrattare in una conferenza stampa convocata d’urgenza e a rendere nota una lettera inviata a De Marsanich [segretario del MSI] in cui Graziani scrive: “caro De Marsanich, mi è giunta molto gradita la tua lettera anche perché dà modo a me e a te di concludere chiaramente e definitivamente su una serie infinita di artificiose interpretazioni che rispondono alla visibile manovra dei due fronti avversari contro il nostro Movimento culminante proprio questa mane in una insinuazione giornalistica secondo cui io sarei già in procinto di creare un nuovo gruppo politico. Rimane definitivamente chiarito, agli effetti esterni e interni (se ce ne fosse ancora bisogno) che nulla ha incrinato la mia totale adesione alla linea politica antigovernativa e anticomunista del nostro partito. Al di fuori di questo non c’è e non può esserci nulla”. Ma il grosso movimento giovanile cresciuto in questo periodo intorno al MSI, per i fatti di Trieste, fa gola a tutti. Così, se da una parte Andreotti tenta di recuperare i voti anticomunisti, dalla parte opposta sono i comunisti a tentare di accaparrarsi l’adesione dell’ala più intransigente e sociale del MSI. In questo contesto va inquadrata la lettera aperta che Enrico Berlinguer, leader dei giovani comunisti, scrive dalle colonne dell’Unità qualche giorno dopo: “I giovani che sentono viva l’aspirazione a una Patria libera e grande e credono di trovare – ingannati dalle menzogne dei capi – nel MSI il partito del riscatto nazionale e sociale hanno, dai fatti di Arcinazzo, materia per meditare. Stiano in guardia questi giovani: quegli stessi uomini che con la incoscienza degli incapaci e il cinismo dei traditori mandarono a morte tanti fratelli nostri e aprirono le porte allo straniero invasore, tramano nuovi piani di rovina per la Nazione. I dirigenti del MSI si rivelano oggi per quello che realmente sono: legati a doppio filo con le classi sfruttatrici, pronti a qualsiasi voltafaccia, unicamente preoccupati di trovare un padrone che consenta loro di accomodarsi alla greppia. Le centinaia di migliaia di giovani comunisti, che vivono ogni giorno la lotta per il lavoro e per il pane, sono certi che anche quei giovani, i quali in piena buona fede credono alle parole dei caporioni del MSI, non si lasceranno più a lungo ingannare: la gioventù italiana può finalmente e davvero incontrarsi per una santa e nobile causa! La stessa santa e nobile causa del nostro Risorgimento: salvare l’Italia dal totalitarismo clericale, dai barattieri dell’0nore e dell’indipendenza nazionale, dai traditori e dai servi dello straniero di ieri e di oggi!”
_____________________________________________________________________________
da Nicola Rao, La fiamma e la celtica. Sessant'anni di neofascismo da Salò ai centri sociali di destra, 2007 Sperling & Kupfer Editori
Scritto da kristian nella Almirante, Andreotti, Berlinguer, DC, De Gasperi, intelligence, Libri, MSI, neofascismo, PCI, politica, PSI | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Il 21 Ottobre 1990, nel corso dello show londinese di John Peel, andato in onda sulle frequenze della BBC, Kurt Cobain e Krist Novoselic registrano alcuni pezzi insieme al nuovo batterista del gruppo (da dieci giorni ha soppiantato Dale Crover): Dave Grohl. Tra le cose memorabili di quella giornata va annoverata la performance di D-7. Gran bel lavoro di gruppo, vero?
Scritto da kristian nella audio , mp3, pop | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Scritto da ProfessorGonzo nella Inumani, invariante biologico e potere politico, pop | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Alle 20.50 dell’undici marzo 1977 il carabiniere Massimo Tramontani si accomoda su una sedia della Procura di Bologna per rendere una dichiarazione spontanea al sostituto procuratore della repubblica Romano Ricciotti. Dice Tramontani: “Giunti a un crocevia che potrebbe essere quello con via Mascarella, dal braccio di via Mascarella alla mia sinistra è venuto fuori un gruppo; anzi ho visto passare davanti ai miei occhi una bottiglia incendiaria che si è rotta battendo sullo spigolo. La bottiglia aveva una traiettoria a parabola. Rompendosi si è incendiata; ha incendiato una parte del telone e una buona parte del liquido infiammato si è sparso sull’asfalto così che le ruote anteriori del mio autocarro vi sono finite sopra. Ho visto le fiamme salire oltre il predellino; ho avuto paura, ho tolto il piede dall’acceleratore e, mentre il motore strappava facendo sobbalzare l’autocarro, ho aperto la porta di destra e sono balzato a terra, saltando oltre le fiamme. L’autocarro fortunatamente si è fermato da solo. Tutta la colonna si è fermata. Sono corso alla prima campagnola che mi seguiva per farmi dare l’estintore. Avevo già vuotato l’estintore del mio autocarro. Sul posto non ho visto nessuno di coloro che hanno lanciato la bottiglia. Ci siamo avviati e, all’altezza più o meno di un secondo incrocio che potrebbe essere quello con via del Borgo, un’altra bottiglia incendiaria si è schiantata sulla porta sinistra del mio autocarro. Le fiamme sono subito divampate e immediatamente sono penetrate nella cabina nonostante il vetro fosse chiuso. Subito parti della cabina hanno iniziato a bruciare, la rete metallica protettiva del vetro è caduta. Negli attimi in cui tutto ciò accadeva ho anche visto un gruppo di persone alla mia sinistra, in ordine sparso per la strada, ossia via Irnerio, il portico che la fiancheggia a sinistra e la traversa di sinistra. Forse erano venti, forse trenta. Ricordo qualche immagine: quello che ha lanciato la bottiglia; un altro con un fazzoletto bianco al viso e che lanciava un cubetto di porfido. Sono sceso nuovamente con un balzo dall’autocarro dopo averlo fermato. Mi sono trovato di fronte tutta quella gente, parte della quale continuava a lanciare oggetti, parte stava a guardare il lancio sorridendo, qualche altro se non sbaglio si allontanava. Allora ho estratto la mia pistola Beretta calibro 9 di ordinanza e ho sparato sei colpi in aria. Dopo i primi due colpi, quella gente non si è spaventata come era accaduto nell’episodio precedente. Indietreggiavano ma continuavano a fronteggiarmi. Molti di essi avevano oggetti in mano, ritengo cubetti di porfido, ma non posso dirlo con sicurezza. Allora ho fatto due passi verso di loro e, tenendo il braccio alzato, non in verticale ma in modo da evitare comunque l’altezza d’uomo, ho sparato, uno dietro l’altro, quattro colpi. A questo punto quelli si sono dati alla fuga. Devo dire che quasi certamente i proiettili, ripeto quattro, sono entrati fra le colonne del portico e hanno avuto dei rimbalzi il cui rumore sibilante ho percepito nettamente. Preciso che le parole hanno colpito il soffitto del portico e poi sono rimbalzate verso il basso. Ritengo sia stato proprio il rumore sibilante dei proiettili all’interno del portico a spaventare i nostri aggressori, qualcuno dei quali mi pare abbia detto: “Ma qui sparano!” Tutti si sono allontanati. Sul posto non è rimasto alcuno” […] Su un punto il carabiniere ha senz’altro torto. “Sul posto” qualcuno è rimasto: è un giovane di 25 anni, Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, riverso supino con un proiettile nel petto […] Scrive nella sua ordinanza il sostituto procuratore Romano Ricciotti: […] “Improvvisamente, da via Bertoloni (laterale sinistra di via Irnerio con orientamento verso piazza Otto Agosto) ebbe inizio un nuovo lancio di pietre contro la polizia, che si trovava sulla carreggiata di via Irnerio, intenta a inquadrarsi e a manovrare gli autoveicoli per avviarsi, come si è detto, verso piazza dei Martiri. Questa volta, oltre alle pietre, vennero lanciate anche bottiglie incendiarie alcune delle quali colpirono un’automobile della questura e anche automobili di privati. Anche questa nuova aggressione fu fronteggiata con lancio di candelotti lacrimogeni. Al crocevia con via Bertoloni (luogo individuato con certezza, perché ivi sono stati rinvenuti i bossoli dell’arma) il carabiniere Massimo Tramontani sparò dodici colpi con il suo Winchester, a scopo intimidatorio. Non vi furono conseguenze lesive, in quel luogo e in quel momento. La reazione spinse gli aggressori e fu iniziato il lento ripiegamento dei militari e degli automezzi, lungo la via Irnerio, in direzione piazza Otto Agosto e piazza dei Martiri” […] Dichiara il brigadiere dell’ufficio politico della PS, Gesuino Putgioni: “All’altezza di via Bertoloni, ho visto quanto segue: una bottiglia incendiaria si infranse al suolo ed esplodendo incendiò la parte posteriore sinistra di una Fiat 127 in dotazione alle forze di PS. In quella circostanza le fiamme attinsero anche l’albero che si trovava poco distante dall’automobile, non so se ciò fu causato dall’esplosione della medesima bottiglia incendiaria o da altra lanciata contestualmente. Anche una Fiat 500 familiare, ferma nei pressi, fu attirata dalle fiamme. A questo punto ricordo di aver visto, nel mezzo dell’incrocio tra via Bertolani e via Irnerio, un giovane carabiniere esplodere con un fucile Winchester numerosi colpi in direzione di via Bertoloni, cioè verso il punto da cui era stata lanciata la molotov. Preciso che in quel punto vi era già molto fumo a causa dei candelotti lacrimogeni esplosi in precedenza e che il carabiniere sparò ad altezza d’uomo […] Io mi trovavo a circa dieci metri dallo sparatore. Vidi il carabiniere sparare con le ginocchia leggermente flesse, nella posizione tipica cioè che si assume quando si spara con l’arma lunga ad altezza d’uomo ma non a tiro mirato” […] Racconta al sostituto procuratore la testimone Ada Macchiavelli: “Io mi trovavo sotto il portico di sinistra. Sotto il portico di destra ho visto un giovanotto a viso scoperto, all’altezza della tappezzeria. Ha alzato il braccio destro facendo il gesto di chi lancia qualcosa, ma non ho visto che cosa aveva in mano. Proprio mentre aveva il braccio alzato ed era rivolto verso via Irnerio, è caduto all’indietro. Quattro giovani anch’essi con il viso scoperto lo hanno raccolto e hanno cominciato a trascinarlo verso via Belle Arti, sempre sotto il portico. I piedi del poveretto strisciavano per terra. Mentre lo trascinavano, il poveretto aveva la stessa posizione che aveva assunto cadendo a terra e cioè con le spalle in basso e il viso rivolto verso l’alto” […] Nonostante l’iniziativa del giudice istruttore Bruno Catalanotti, che in luglio spicca un mandato di cattura per Tramontani e per il suo diretto superiore in piazza, il capitano Pietro Pistolese, la vicenda si conclude in ottobre con un proscioglimento. Il caso Lorusso si chiude con un’archiviazione grazie alla legge Reale che consente ai militari di far uso delle armi in condizioni di pericolo per la loro incolumità e per superare casi violenti di resistenza all’autorità.
___________________________________________________________________________
Stefano Cappellini, Rose e pistole. 1977. Cronache di un anno vissuto con rabbia, 2007 Sperling & Kupfer editori
Scritto da kristian nella Cossiga, Libri, politica | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Dall'ultimo lavoro (in distribuzione da febbraio, a tre anni di distanza dallo splendido Il sogno del gorilla bianco) dei Tre Allegri Ragazzi Morti consigliamo vivamente l'ascolto ripetuto di La Salamandra.
Scritto da kristian nella audio , mp3, pop | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)