In pieno clima di mobilitazione per Trieste, l’8 marzo 1952 esplode una bomba in mezzo a un corteo di missini che stanno per dare l’assalto alla sede del Fronte Sloveno della città giuliana. Restano gravemente feriti, tanto che entrambi rimarranno invalidi, due esponenti dell’ala combattentistica: Fabio De Felice e Cesare Pozzo. Il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori ne fa dei martiri e impone al partito, inizialmente refrattario, la candidatura dei due alla Camera in Veneto. Entrambi, appoggiati da tutto l’apparato giovanile e nazionalista missino, verranno eletti deputati nelle elezioni dell’anno successivo. Ma prima delle elezioni, che si tengono il 7 giugno 1953, avviene un episodio che farà molto rumore e che ancora oggi fa discutere: l’incontro tra il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della difesa a Salò, e Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. I due partecipano insieme a un comizio ad Arcinazzo, in Ciociaria, zona di origine del primo e feudo elettorale del secondo. È domenica 3 maggio. Graziani, entrato da poco nel MSI, si trova ad assistere a un comizio di Andreotti, quando, su invito dell’esponente democristiano, sale a sua volta sul palco. Incalzato dal giovane delfino di De Gasperi, Graziani, che politico non è mai stato, si trova in evidente difficoltà quando Andreotti gli fa notare che votare per il MSI significa oggettivamente fare un favore ai comunisti, perché così si indebolisce l’unico partito che può tenere testa al pericolo rosso, cioè la DC. Così, messo alle strette, finisce per fare professione di anticomunismo e di filoatlantismo, sperticandosi in una serie di elogi nei confronti del governo democristiano. Ecco alcuni passaggi del suo contestatissimo intervento: “È da ciechi o da persone in malafede non dare atto al governo democristiano dell’opera grandiosa svolta per far rinascere la nostra Patria. L’onorevole De Gasperi, in un suo recente discorso, per la prima volta ha detto testualmente: ‘Riconosco che il fascismo ha costruito, ma noi abbiamo fatto assai di più’. Questo onesto riconoscimento è un gesto di onestà di cui va dato atto […] Se l’Italia si dovesse trovare coinvolta, sia pure a scopo difensivo, in un conflitto mondiale che minacci il mondo intero, noi combattenti del MSI non faremmo questione di obiezione di coscienza, nuova forma di diserzione, né porremmo alcun pregiudizio ideologico. I soldati che mi seguono sono pronti a dare la loro opera e ad accorrere in difesa della Patria in pericolo” […] Il giorno dopo scoppia il finimondo: l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si scaglia contro questa operazione, condotta da un componente autorevole del governo, che viene giudicata “lesiva della democrazia e della memoria di tutti coloro che in tutte le guerre hanno fatto sacrificio della propria vita”. Viene quindi rivolto un invito a tutti i partigiani affinché “non sia permesso ai criminali che portarono l’Italia alla catastrofe e che intendono essere recidivi, di riapparire sulla scena politica col compiacente appoggio dei traditori della Resistenza”. Comunisti e socialisti lanciano attacchi furibondi ad Andreotti e a De Gasperi. Ma anche nel MSI la reazione è violenta. Gli estremisti accusano Graziani di essersi fatto strumento di un’operazione chiaramente tesa a far votare per la DC. Il partito costringe il maldestro “soldato” a ritrattare in una conferenza stampa convocata d’urgenza e a rendere nota una lettera inviata a De Marsanich [segretario del MSI] in cui Graziani scrive: “caro De Marsanich, mi è giunta molto gradita la tua lettera anche perché dà modo a me e a te di concludere chiaramente e definitivamente su una serie infinita di artificiose interpretazioni che rispondono alla visibile manovra dei due fronti avversari contro il nostro Movimento culminante proprio questa mane in una insinuazione giornalistica secondo cui io sarei già in procinto di creare un nuovo gruppo politico. Rimane definitivamente chiarito, agli effetti esterni e interni (se ce ne fosse ancora bisogno) che nulla ha incrinato la mia totale adesione alla linea politica antigovernativa e anticomunista del nostro partito. Al di fuori di questo non c’è e non può esserci nulla”. Ma il grosso movimento giovanile cresciuto in questo periodo intorno al MSI, per i fatti di Trieste, fa gola a tutti. Così, se da una parte Andreotti tenta di recuperare i voti anticomunisti, dalla parte opposta sono i comunisti a tentare di accaparrarsi l’adesione dell’ala più intransigente e sociale del MSI. In questo contesto va inquadrata la lettera aperta che Enrico Berlinguer, leader dei giovani comunisti, scrive dalle colonne dell’Unità qualche giorno dopo: “I giovani che sentono viva l’aspirazione a una Patria libera e grande e credono di trovare – ingannati dalle menzogne dei capi – nel MSI il partito del riscatto nazionale e sociale hanno, dai fatti di Arcinazzo, materia per meditare. Stiano in guardia questi giovani: quegli stessi uomini che con la incoscienza degli incapaci e il cinismo dei traditori mandarono a morte tanti fratelli nostri e aprirono le porte allo straniero invasore, tramano nuovi piani di rovina per la Nazione. I dirigenti del MSI si rivelano oggi per quello che realmente sono: legati a doppio filo con le classi sfruttatrici, pronti a qualsiasi voltafaccia, unicamente preoccupati di trovare un padrone che consenta loro di accomodarsi alla greppia. Le centinaia di migliaia di giovani comunisti, che vivono ogni giorno la lotta per il lavoro e per il pane, sono certi che anche quei giovani, i quali in piena buona fede credono alle parole dei caporioni del MSI, non si lasceranno più a lungo ingannare: la gioventù italiana può finalmente e davvero incontrarsi per una santa e nobile causa! La stessa santa e nobile causa del nostro Risorgimento: salvare l’Italia dal totalitarismo clericale, dai barattieri dell’0nore e dell’indipendenza nazionale, dai traditori e dai servi dello straniero di ieri e di oggi!”
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da Nicola Rao, La fiamma e la celtica. Sessant'anni di neofascismo da Salò ai centri sociali di destra, 2007 Sperling & Kupfer Editori

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