Il voto referendario del maggio ’74 [quello sul divorzio] rappresentava il punto d’arrivo di una fase “progressista” iniziata col giugno-luglio del ’60, allorché movimenti di piazza avevano per la prima volta in Italia rovesciato un governo (quello monocolore DC di Fernando Tambroni sostenuto dal voto determinante del MSI). Così era stata aperta la strada al centro-sinistra, col PSI prima nella maggioranza e poi nel governo […] Questa tendenza “progressista” di lungo periodo (quasi tre lustri dal 1960 al 1974) non era stata intaccata dalla lieve ondata di destra del 1971-72 (successi del MSI nelle elezioni amministrative di Roma e in Sicilia, e in quelle politiche del ’72, seguiti dalla formazione dell’ultimo governo centrista Andreotti-Malagodi). Era una spinta che non riusciva a trovare espressione nei risultati elettorali di un sistema pluripartitico caratterizzato da grande stabilità, da minimi spostamenti di voti e dalla mancanza di alternativa.
A metà anni Settanta vi era l’occasione per sviluppare tre iniziative: 1) combattere l’economia della corruzione da parte delle forze politiche (si sono invece attese le inchieste giudiziarie degli anni Novanta); 2) porre fine ai carrozzoni statalisti e avviare un processo di privatizzazioni a vantaggio dello sviluppo economico (privatizzazioni attuate sempre negli anni Novanta arricchendo gruppi privilegiati); 3) avviare un sistema fiscale più equo […] La mancata realizzazione di queste possibilità si può imputare vuoi alla nostra sovranità limitata, a seguito delle pressioni degli USA e della NATO, vuoi alle incertezze del PCI. La sovranità limitata, cavallo di battaglia di un’ampia letteratura, non ha mai avuto alcuna influenza sulle possibili scelte economico-politiche sopra indicate. Tale letteratura confonde l’impegno costante degli Stati Uniti, dal 1947, per tenere il PCI lontano dal governo, con una opposizione a ogni politica riformatrice che, rendendo l’Italia più “occidentale”, l’avrebbe resa anche meno influenzabile dalla propaganda comunista. Soltanto tenendo distinte le due questioni si può disporre di una cronologia comprensibile dei rapporti tra i due Paesi. La dottrina Truman del marzo 1947 ammoniva l’URSS a non estendere la propria influenza in Grecia e in Turchia. Ma nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti non si occupavano delle nazionalizzazioni in Francia e in Inghilterra e non si sarebbero occupati del cambio della moneta proposto in Italia dal ministro comunista delle Finanze (Mauro Scoccimarro) per evitare l’accumulo di ricchezza su base speculativa, proposta bloccata dai conservatori italiani. In seguito le cancellerie occidentali non si dimostrarono particolarmente favorevoli all’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico. Lo stesso De Gasperi, ancora nella campagna elettorale del 1948, escludeva che l’Italia potesse aderire ad alleanze militari. Mutò poi opinione, nella convinzione che, con l’adesione, l’Italia avrebbe potuto superare la condizione di minorità imposta dal trattato di pace. Dopo l’adesione, il limite imposto alla nostra sovranità consisteva nel rispetto degli obblighi assunti con la partecipazione alla NATO. Ciò rafforzava l’impegno dei servizi segreti, italiani e alleati, a tenere lontano dal governo il PCI che, allineato alla politica estera dell’URSS, rifiutava il Patto Atlantico. Ma questo non significa che tali servizi organizzassero un permanente ”partito del colpo di Stato” per bloccare possibili riforme razionalizzatici. All’inizio degli anni Sessanta, quando l’amministrazione Kennedy favoriva il passaggio dal centrismo al centro-sinistra, i servizi italiani intervennero al congresso del PRI a favore di La Malfa e contro Pacciardi, ostile alla nuova formula (il cambio di maggioranza congressuale fu favorito dal SIFAR attraverso i delegati del gruppo di Libero Gualtieri, futuro presidente della Commissione stragi) […] [A metà degli anni Settanta] gli Stati Uniti erano in difficoltà. Il Vietnam era una sconfitta, scoppiava il Watergate, la guerra del Kippur-Ramadan accentuava la crisi in Medio Oriente, la crisi greco-turca a Cipro provocava la caduta del regime dei colonnelli di Atene; altri colonnelli, portoghesi, rovesciavano il regime di destra a Lisbona. Da un lato, nel difficile passaggio dalla presidenza Nixon alla presidenza Carter, attraverso la transizione di Gerald Ford, gli Stati Uniti erano in una posizione di debolezza. Dall’altro i servizi di sicurezza, italiani e americani, erano vigili su una possibile crisi italiana. Berlinguer percepisce l’evolversi della situazione tra il congresso del partito nel 1972 e la campagna elettorale del 1976. Nella prima occasione, dopo la morte di Feltrinelli, aveva detto: “Pesante è il sospetto di una spaventosa messa in scena. I fatti di Segrate possono essere anche oscuri, ma non è oscuro il fatto che la DC non ha assicurato e non assicura l’ordine nel nostro Paese… Quale intreccio di manovre, di intrighi, di inchieste indirizzate nelle direzioni sbagliate… Abbiamo parlato di complotti, di centrali di provocazione italiane e straniere… La sfida delle forze reazionarie alla democrazia italiana è tracotante, i pericoli sono gravi. Ma noi questa sfida la raccogliamo. Stiano dunque attenti, questi signori, stia attenta la DC, a non rompersi la testa” […] Berlinguer avverte che non bastano le denunce, che occorre rassicurare gli Stati Uniti e il 15 giugno 1976 dichiara a Gianpaolo Pansa in un’intervista al Corriere della Sera: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico… Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono stati tentativi per limitare la nostra autonomia… Il sistema occidentale offre meno vincoli. Di là, all’Est, forse vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella liberà” […] Se, dopo la vittoria alle elezioni politiche del 20 giugno 1976, il PCI fosse stato più deciso, la CIA era orientata a non ostacolarlo. Se mai lo fecero i servizi italiani […] Ennio Caretto, visionando gli archivi della CIA, ha rilevato che “i servizi segreti americani tengono d’occhio Enrico Berlinguer sin dal ’64. Quell’anno il PCI e il PCUS subiscono due scosse: muore Palmiro Togliatti e viene deposto Nikita Kruscev. Nel ’64 è la missione di Berlinguer a Mosca, a capo di una delegazione del PCI, delegazione che – scrivono i servizi segreti USA nel novembre di quell’anno – ritiene che il complotto contro Kruscev sia stato organizzato un anno fa. È stato attuato quando il Politburo si è stancato della rottura di Kruscev con la Cina e quando il leader polacco Gomulka ha protestato per il suo flirt con la Germania Occidentale. Questo giudizio è attribuito a Berlinguer. La sua insoddisfazione riflette il parere della maggioranza del partito”. Rileva Caretto che è “l’inizio di un percorso che divergerà sempre di più da quelli di Brežnev e del PCUS”. L’amministrazione Ford, ispirata da Kissinger, è sempre diffidente verso il PCI. La situazione cambierà con Carter, ma già Kissinger scrive nel 1975: “I comunisti italiani più appaiono ragionevoli e più mi fanno paura. Ma Moro è il leader DC e mi dà lezioni di politica. Non mi opporrò mai a ciò che farà”; e il periodo che segue il successo comunista alle elezioni regionali del ’75 dimostra che i dubbi su Moro del ’73 sono superati […] La richiesta dell’amministrazione Ford è che i comunisti restino fuori dal governo, a garanzia della NATO. Per il resto ci pensi Moro, di cui si fida anche Kissinger. La sovranità è limitata nel senso che gli USA esigono il rispetto delle alleanze, dubbio col PCI al governo […] Dopo il successo comunista alle elezioni politiche del 20 giugno 1976 il PCI puntava su una collaborazione con la DC, coi comunisti fuori dal governo ma con un programma concordato di razionalizzazione del sistema e di lotta alla corruzione, chiesta persino dal Vaticano. Per questa intesa programmata non c’era nessun veto, neanche dall’amministrazione Ford […] Le condizioni erano state indicate da Gianni Agnelli, allora presidente della Confindustria, che sempre sul Corriere della Sera il 27 giugno 1976 rispondeva implicitamente all’intervista rilasciata da Berlinguer a Pansa: “Ritengo che l’emergenza obblighi tutte le parti in causa a dar prova di realismo e quindi rinunciare a carte pregiudiziali. Ai comunisti bisogna chiedere che rinuncino, nelle circostanze attuali, a far parte del governo; oggi come oggi questa partecipazione sarebbe impossibile, per ragioni di carattere interno e di carattere internazionale. E agli altri bisogna chiedere che discutano con i comunisti il piano di emergenza. Non ci sono alternative” […] [Tra il 1076 e il 1979, durante l’amministrazione Carter] gli Stati Uniti erano perfettamente informati dell’evoluzione del PCI. Il 26 maggio 1976 George Bush senior, allora direttore della CIA, aveva stilato un preoccupato memorandum sull’avanzata del PCI. In un altro memorandum del 22 novembre Bush riferisce di aver parlato dei comunisti italiani “col presidente eletto” [Carter] ma di non aver capito cosa pensa. Il direttore uscente della CIA intuisce che il nuovo presidente modificherà la politica estera USA. Ma non può immaginare che una delle principali modifiche riguarderà l’Italia, dove Carter manderà come ambasciatore Richard Gardner. Il memorandum si conclude così: “Dal gennaio ’77 il PCUS esercita pressioni crescenti sul PCI. I ricatti del Cremino non avranno maggiore effetto di quanto ne ebbero nel ’68, quando il PCI denunciò l’invasione della Cecoslovacchia. Il PCI potrebbe fare a meno dell’appoggio politico e finanziario del PCUS e non si è riconciliato con il governo fantoccio di Praga” […] La questione principale è il problema del rapporto tra la sinistra e i cattolici, delicata non solo nella situazione di allora, ma anche in quella di oggi.
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Giorgio Galli, Il decennio Moro-Berlinguer, 2006 Baldini Castoldi Dalai editore

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